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Commissione europea - Discorso - [Fa fede solo il discorso pronunciato]

Stato dell'Unione 2015: l'ora dell'onestà, dell'unità e della solidarietà

Strasburgo, 9 septembre 2015

Jean-Claude JUNCKER
Presidente della Commissione europea

 

Signor presidente,

onorevoli deputati del Parlamento europeo,

oggi è la prima volta, da quando sono presidente della Commissione europea, che ho l'onore di pronunciare in quest'Aula il discorso sullo stato della nostra Unione europea.

Tengo quindi a ricordare l'importanza politica di questo momento istituzionale molto particolare.

Il discorso sullo stato dell'Unione è previsto esplicitamente dall'accordo quadro che regola le relazioni tra il Parlamento europeo e la Commissione europea, e che così dispone: "ogni anno durante la prima tornata di settembre, si tiene una discussione sullo stato dell'Unione, durante la quale il presidente della Commissione pronuncia un discorso in cui fa il punto della situazione per l'anno in corso e presenta le priorità per gli anni successivi. A tal fine, il presidente della Commissione presenta contemporaneamente per iscritto al Parlamento i principali elementi che sottendono all'elaborazione del programma di lavoro della Commissione per l'anno seguente."

Nel discorso sullo stato dell'Unione il presidente della Commissione deve illustrare la situazione in cui si trova al momento l'Unione europea e deve presentare le priorità su cui lavorare in futuro.

Il discorso segna anche l'avvio del processo interistituzionale che condurrà alla stesura del nuovo programma di lavoro della Commissione europea per l'anno successivo.

Stamattina, insieme a Frans Timmermans, primo vicepresidente, ho inviato una lettera ai presidenti dei due rami del legislatore europeo: Martin Schulz, presidente di questo Parlamento, e Xavier Bettel, primo ministro del Lussemburgo e presidente di turno del Consiglio. Nella lettera illustriamo nel dettaglio le varie azioni legislative e altre iniziative che la Commissione intende intraprendere fino alla fine del 2016: proponiamo un programma legislativo ambizioso, concentrato e intenso per il quale sarà necessario che la Commissione, il Parlamento e il Consiglio collaborino strettamente e fattivamente.

Non è questa la sede per entrare nei dettagli del nostro programma legislativo; lo faremo nel dialogo strutturato che intavoleremo con il Parlamento e il Consiglio nelle prossime settimane.

E comunque riserviamo questi temi per un altro momento, non credo che oggi sia quello giusto.

Sono il primo presidente della Commissione la cui nomina ed elezione sono dipese direttamente dall'esito delle elezioni del Parlamento europeo del maggio 2014.

La campagna condotta nel periodo pre-elettorale in veste di candidato capolista, Spitzenkandidat, mi permette di essere un presidente più politico.

Il ruolo politico della Commissione è previsto dai trattati e si esplica nel compito affidatole dagli Stati membri di promuovere l'interesse generale dell'Unione. È un ruolo che però è stato offuscato dalla crisi di questi ultimi anni.

Ecco perché nello scorso settembre ho dichiarato dinanzi a quest'Aula di voler guidare una Commissione politica, anzi molto politica.

Quelle mie parole non erano dettate dalla convinzione che si possa e si debba politicizzare tutto, bensì dalla consapevolezza che le enormi sfide con cui l'Europa deve ora fare i conti, sia all'interno che all'esterno, non ci lascino altra scelta se non quella di fronteggiarle in una prospettiva molto politica, con piglio molto politico e tenendo ben presenti le conseguenze politiche delle nostre decisioni.

I recenti avvenimenti sono la prova di quanto l'Unione europea abbia urgente bisogno di siffatto approccio politico.

Non è questo il momento di seguire le solite prassi.

Non è questo il momento di spuntare elenchi o stare attenti se il discorso sullo stato dell'Unione fa menzione di questa o quella tal iniziativa settoriale.

Non è questo il momento di soffermarci a contare il numero di volte che le parole "sociale", "economico" o "sostenibile" sono nominate nel discorso sullo stato dell'Unione.

È invece il momento di dare spazio all'onestà.

È il momento di parlare schiettamente delle grandi questioni che l'Unione europea deve affrontare.

 

Perché la nostra Unione europea non versa in buone condizioni.

 

Non c'è abbastanza Europa in questa Unione.

E non c'è abbastanza Unione in questa Unione.

 

Dobbiamo cambiare questa situazione. E dobbiamo farlo subito.

 

La crisi dei rifugiati: l'imperativo di agire come Unione

Indipendentemente da quanto prestabilito nei programmi legislativi e di lavoro, oggi la priorità assoluta è e deve essere la crisi dei rifugiati.

Dall'inizio dell'anno circa mezzo milione di persone ha raggiunto l'Europa, per lo più in fuga dalla guerra in Siria, dal terrore dello Stato islamico in Libia o dalla dittatura in Eritrea. Gli Stati membri che più risentono di questa situazione sono la Grecia, con oltre 213 000 rifugiati, l'Ungheria, con oltre 145 000, e l'Italia, con più di 115 000.

I numeri sono impressionanti, a taluni fanno paura.

Ma non è questo il momento di cedere alla paura. È piuttosto il momento che l'Unione europea, le sue istituzioni e tutti gli Stati membri agiscano insieme, con coraggio e determinazione.

Si tratta innanzitutto di una questione di umanità e dignità umana. E per l'Europa si tratta anche di una questione di equità storica.

Noi europei dovremmo avere ben presente che il nostro è un continente in cui quasi tutti sono stati, a un dato momento, profughi. La nostra storia comune è segnata da milioni di europei in fuga per sottrarsi a persecuzioni religiose o politiche, guerre, dittature o oppressioni.

Gli ugonotti in fuga dalla Francia nel 17° secolo.

Ebrei, sinti, rom e molti altri in fuga dalla Germania durante l'orrore nazista degli anni '30 e '40 del secolo scorso.

I repubblicani spagnoli in fuga verso i campi profughi del Sud della Francia alla fine degli anni '30 del secolo scorso dopo la sconfitta nella guerra civile.

I rivoluzionari ungheresi in fuga verso l'Austria dopo la rivolta contro il regime comunista soffocata dai carri armati sovietici nel 1956.

I cittadini cechi e slovacchi esuli in altri paesi europei dopo il soffocamento della Primavera di Praga nel 1968.

Le centinaia, le migliaia di persone obbligate ad abbandonare le loro case in seguito alle guerre iugoslave.

Abbiamo forse dimenticato che vi è una ragione per cui, negli Stati Uniti, si registrano più "McDonald" di quanti ne siano in Scozia e il numero di "O'Neill" e "Murphy" è di gran lunga superiore che in Irlanda?

Abbiamo forse dimenticato che 20 milioni di persone di ascendenza polacca vivono fuori dalla Polonia, emigrate per ragioni politiche ed economiche in seguito ai molteplici spostamenti dei confini, alle espulsioni forzate e ai reinsediamenti avvenuti durante la storia spesso dolorosa di questo paese?

Abbiamo davvero dimenticato che in Europa, dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale, 60 milioni di persone erano profughi? Che sulla scia di questa terribile esperienza europea, nel 1951 è stata siglata la convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, regime di protezione mondiale concepito per offrire accoglienza a quanti scavalcavano muri in Europa per sottrarsi a guerre e totalitarismi?

Noi europei dovremmo sapere e non dovremmo mai dimenticare perché è così importante offrire accoglienza e rispettare il diritto fondamentale all'asilo.

Ho affermato in passato che andiamo troppo poco fieri del nostro retaggio europeo e del progetto europeo.

Eppure, nonostante la nostra fragilità e quelle che noi stessi percepiamo come debolezze, oggi è l'Europa ad essere divenuta meta di rifugio ed esilio.

Oggi è l'Europa a essere vista come faro di speranza e porto sicuro da donne e uomini del Medio Oriente e dell'Africa.

È qualcosa di cui andare fieri, non da temere.

L'Europa oggi, nonostante le molte differenze tra i suoi Stati membri, è di gran lunga il continente più ricco e più stabile del mondo.

Non ci mancano i mezzi per aiutare coloro che fuggono dalla guerra, dal terrore e dall'oppressione.

So che a questo punto molti, pur concordando con la mia visione dei fatti, obietteranno che l'Europa non può accogliere tutti.

È vero che l'Europa non può essere il rifugio di tutta la miseria del mondo, ma cerchiamo di essere onesti e mettere le cose nella giusta prospettiva.

È innegabile che in questo momento l'Europa sta registrando un numero di rifugiati considerevole e senza precedenti. Ma è anche vero che questi rifugiati rappresentano appena lo 0,11% della popolazione totale dell'UE. In Libano i rifugiati costituiscono il 25% della popolazione - e parliamo di un paese cinque volte meno ricco dell'Unione europea.

Cerchiamo anche di essere chiari e onesti con i nostri concittadini, spesso preoccupati: finché la Siria sarà in guerra e la Libia preda del terrore i rifugiati non cesseranno di arrivare.

Possiamo innalzare muri e costruire steccati. Ma immaginatevi per un momento se foste voi, coi vostri figli, ad assistere al crollo del vostro mondo di sempre: non c'è prezzo che non sareste pronti a pagare, muro che non sareste pronti a scavalcare, mare che non sareste pronti ad attraversare, confine che non sareste pronti a varcare per lasciarvi dietro la guerra o la barbarie del cosiddetto Stato islamico.

È quindi giunto il momento di agire per gestire la crisi dei rifugiati. Non abbiamo alternative.

Nelle scorse settimane ha imperversato lo scaricabarile, con gli Stati membri ad accusarsi reciprocamente di non fare abbastanza o di non fare la cosa giusta. E quasi sempre dalle capitali nazionali si è puntato il dito contro Bruxelles.

Potremmo tutti arrabbiarci per questo recriminare, ma mi domando a chi gioverebbe. La rabbia non aiuta nessuno e il biasimo è spesso solo indice dell'impotenza dei politici di fronte agli eventi imprevisti.

Dovremmo invece partire dagli accordi già presi che possono aiutarci a superare la situazione attuale. È ora di guardare alle proposte sul tavolo e andare avanti in fretta.

Non dobbiamo partire da zero. L'inizio della costruzione di un sistema europeo comune di asilo risale ai primi anni del decennio scorso e i mattoni sono gli atti legislativi che la Commissione da allora non cessa di proporre e che il Parlamento e il Consiglio vanno via via emanando. L'ultimo è entrato in vigore nel luglio di quest'anno.

Abbiamo ora norme comuni valide in tutt'Europa che regolano il modo di accogliere i richiedenti asilo, nel rispetto della loro dignità, e le modalità di trattamento delle domande di asilo; abbiamo poi criteri comuni ad uso dei nostri sistemi giudiziali indipendenti per stabilire chi abbia diritto alla protezione internazionale.

Queste norme vanno però applicate e rispettate nella pratica, il che, come possiamo vedere ogni giorno in televisione, non corrisponde ancora a realtà. Prima dell'estate la Commissione ha dovuto avviare una prima serie di 32 procedimenti d'infrazione per richiamare gli Stati membri al rispetto degli impegni presi in precedenza e una seconda serie seguirà a giorni. In un'Unione basata sullo Stato di diritto va da sé che le leggi europee devono essere applicate da tutti gli Stati membri.

Le norme comuni in materia di asilo di cui ci siamo dotati sono importanti, ma non sono sufficienti a fornire soluzioni per la crisi dei rifugiati che stiamo vivendo: è un dato di fatto che la Commissione, il Parlamento e il Consiglio avevano già constatato in primavera. In maggio la Commissione ha presentato un'ampia agenda europea sulla migrazione e sarebbe disonesto affermare che nulla si è mosso da allora.

Abbiamo triplicato la nostra presenza in mare, salvando più di 122 000 vite umane. Ogni vita persa è una di troppo, ma molte di più sono quelle che sarebbero state perse e invece sono state salvate e che rappresentano un aumento del 250%. Alle operazioni comuni coordinate da Frontex in Italia, in Grecia e in Ungheria partecipano 29 paesi, tra Stati membri e paesi associati Schengen, mettendo a disposizione 102 agenti distaccati di 20 paesi, 31 navi, 3 elicotteri, 4 aeromobili ad ala fissa, 8 autoveicoli da pattuglia, 6 veicoli con termovisori e 4 automezzi: è stata così dispiegata una prima misura che traduce in azione la solidarietà europea, fermo restando che è necessario fare molto più.

Abbiamo raddoppiato gli sforzi per contrastare i passatori e smantellare i gruppi di trafficanti di esseri umani. Poiché si è fatto più difficile procurarsi barche a buon mercato, è diminuito il numero di persone che rischiano la vita in imbarcazioni di fortuna. Di conseguenza la rotta del Mediterraneo centrale si è stabilizzata intorno ai 115 000 arrivi nel mese di agosto, lo stesso numero dell'anno scorso. Ora è necessario raggiungere una stabilizzazione analoga sulla rotta dei Balcani, che è stata palesemente trascurata da tutti i politici.

L'Unione europea è anche il donatore più generoso nello sforzo mondiale di alleviare la crisi dei rifugiati siriani. La Commissione europea e gli Stati membri hanno mobilitato circa 4 miliardi di euro, destinandoli all'assistenza umanitaria ed economica, allo sviluppo e alla stabilizzazione a favore dei siriani, nel loro paese, e dei rifugiati e delle comunità che li accolgono nei paesi vicini Libano, Giordania, Iraq, Turchia ed Egitto. Proprio oggi abbiamo varato due nuovi progetti che offriranno istruzione e sicurezza alimentare a 240 000 rifugiati siriani in Turchia.

In senso tangibile di solidarietà verso i nostri vicini ci siamo collettivamente impegnati a offrire nel corso del prossimo anno una nuova sistemazione a oltre 22 000 persone provenienti da paesi extraeuropei. È evidente che si tratta di un impegno di modestissima entità rispetto agli sforzi erculei compiuti dalla Turchia, dalla Giordania e dal Libano, i quali stanno ospitando più di 4 milioni di siriani, ma mi rincuora la volontà mostrata da alcuni Stati membri di fare molto di più su questo fronte. È questa una premessa per poter ben presto presentare un sistema strutturato di reinsediamento dei rifugiati in cui far convergere in maniera più sistematica gli sforzi europei.

Dove indubbiamente l'Europa si è mostrata inconcludente è sul piano della solidarietà al suo interno a fronte dei rifugiati arrivati sul suo territorio.

Personalmente, mi è del tutto chiaro che gli Stati membri che sono il primo approdo della maggior parte dei rifugiati - attualmente l'Italia, la Grecia e l'Ungheria - non possono essere lasciati soli davanti a questa sfida.

Per questa ragione già nel mese di maggio la Commissione aveva proposto un meccanismo di emergenza destinato a ricollocare, inizialmente, 40 000 persone in cerca di protezione internazionale che si trovavano in Italia e in Grecia.

Per la stessa ragione oggi proponiamo un secondo meccanismo di emergenza che consenta di ricollocare altre 120 000 persone, attualmente in Italia, Grecia e Ungheria.

Ciò richiede uno sforzo considerevole a livello di solidarietà europea. Prima dell'estate gli Stati membri non hanno fornito alla Commissione l'appoggio in cui speravo. Ma ora vedo che abbiamo svoltato l'angolo. Era ora, finalmente.

Mi appello agli Stati membri perché, in occasione del Consiglio straordinario dei ministri dell'Interno del 14 settembre, adottino le proposte della Commissione sul ricollocamento d'emergenza di 160 000 rifugiati. È ora necessario intervenire senza più indugiare. Davanti all'emergenza non possiamo lasciare sole l'Italia, la Grecia e l'Ungheria. Come non lasceremmo solo nessun altro Stato membro dell'Unione. Perché se oggi si fugge dalla Siria e dalla Libia, domani potrebbe facilmente trattarsi di fuggire dall'Ucraina.

L'Europa ha fatto in passato l'errore di distinguere tra ebrei, cristiani e musulmani. Ma non ci sono distinzioni di religione, credo o filosofia quando si è rifugiati.

Non sottovalutate l'urgenza. Non sottovalutate l'imperativo che ci detta di agire. L'inverno è alle porte: pensate alle famiglie che si troveranno a passare la notte nei parchi e nelle stazioni di Budapest, nelle tende di Traiskirchen o sulle spiagge di Kos. Cosa ne sarà di loro, nelle fredde notti d'inverno?

Certamente il ricollocamento, da solo, non può risolvere tutti i problemi. È indubbiamente necessario arrivare a distinguere con più precisione tra chi è in evidente bisogno di protezione internazionale - e quindi potrà molto presumibilmente ricevere risposta positiva alla domanda d'asilo - e chi abbandona il proprio paese d'origine per motivi diversi, che non comportano il diritto all'asilo. È per questo motivo che oggi la Commissione propone un elenco comune dell'UE relativo ai paesi di origine sicuri. L'elenco consentirà agli Stati membri di sveltire le procedure di asilo che interessano cittadini di paesi dove si ritiene sia sicuro risiedere. A nostro avviso questa presunzione di sicurezza va indubbiamente applicata a tutti i paesi che ottemperano - a parere unanime del Consiglio europeo - ai criteri essenziali di Copenaghen per l'adesione all'UE, in particolare per quanto riguarda la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti fondamentali. Dovrebbe essere applicata anche agli altri paesi potenziali candidati dei Balcani occidentali, in considerazione dei progressi compiuti verso l'ottenimento dello status di candidati.

Sono chiaramente consapevole del fatto che l'elenco dei paesi sicuri rappresenta solo una semplificazione procedurale. Non può sostituire il diritto fondamentale all'asilo per i richiedenti provenienti da Albania, Bosnia-Erzegovina, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia e Turchia. Ma consente alle autorità nazionali di concentrarsi sui rifugiati che con molte più probabilità otterranno asilo, in particolare quelli provenienti dalla Siria. Nella situazione attuale, si tratta di una semplificazione veramente necessaria.

Credo inoltre che, al di là della necessità di un'azione immediata per far fronte all'emergenza in atto, sia giunta l'ora di modificare in maniera più sostanziale il modo in cui trattiamo le domande di asilo, in particolare rispetto al sistema di Dublino che stabilisce che le domande di asilo siano trattate dal paese di primo ingresso.

È necessaria una maggiore presenza dell'Europa nelle politiche di asilo. È necessaria una maggiore presenza dell'Unione nelle politiche sui rifugiati.

Una politica veramente europea nel settore dell'asilo e dei rifugiati implica che la solidarietà sia ancorata stabilmente al nostro approccio politico e alle nostre norme. Per questa ragione, oggi la Commissione propone anche un meccanismo permanente di ricollocamento che ci consentirà in futuro di affrontare le situazioni di crisi con maggiore rapidità.

Una politica condivisa nel settore dell'asilo e dei rifugiati richiede un ulteriore ravvicinamento delle politiche d'asilo successive al momento in cui i richiedenti hanno ottenuto lo status di rifugiati. Occorre che gli Stati membri passino nuovamente in rassegna le loro politiche di sostegno, integrazione e inclusione. La Commissione è pronta a esaminare le modalità per appoggiare questi sforzi attraverso i Fondi UE. Inoltre, sostengo con convinzione l'idea che ai richiedenti asilo sia consentito di lavorare e guadagnare mentre le loro domande sono prese in esame.

Una politica unitaria nel settore dell'asilo e dei rifugiati richiede altresì maggiori sforzi condivisi per rendere sicure le nostre frontiere esterne. Fortunatamente, al fine di garantire la libera circolazione delle persone sono stati aboliti i controlli alle frontiere tra gli Stati membri all'interno dell'area Schengen: si tratta di un simbolo veramente unico dell'integrazione europea. Ma alla libera circolazione interna corrisponde l'altra faccia della medaglia: dobbiamo lavorare in maniera più coesa per la gestione delle nostre frontiere esterne. I nostri cittadini non si aspettano niente di meno. Come annunciato dalla Commissione lo scorso maggio, e da me nel corso della campagna elettorale: dobbiamo rafforzare Frontex in modo significativo e svilupparla trasformandola un sistema pienamente operativo per il controllo delle frontiere e delle coste europee. È un obiettivo assolutamente raggiungibile. Ma non sarà privo di costi. La Commissione ritiene che si tratti di denaro ben speso e per questo proporrà di intraprendere passi ambiziosi per l'istituzione di un servizio europeo di guardia di frontiera e guardia costiera prima della fine dell'anno.

Una politica europea veramente unitaria in materia di migrazione significa anche prospettare la possibilità di aprire canali regolari per la migrazione. Permettetemi di essere chiaro: non servirà ad affrontare l'attuale crisi dei rifugiati. Ma la disponibilità di un numero maggiore di strade di accesso all'Europa sicure e controllate può consentirci di gestire meglio i flussi migratori e di rendere meno attraente l'attività illecita dei trafficanti di esseri umani. Non dimentichiamoci del fatto che siamo un continente che sta invecchiando, in declino demografico. Ci serviranno nuovi talenti. Col tempo la migrazione dovrà subire un'evoluzione: non più problema da affrontare ma risorsa ben gestita. A questo fine, all'inizio del 2016 la Commissione presenterà un pacchetto attentamente concepito sulla migrazione regolare.

Si può arrivare a una soluzione duratura solo attaccando le cause alla radice, le ragioni che ci hanno portato a dover affrontare una crisi dei rifugiati di dimensioni così significative. È necessario che la politica estera europea sia più incisiva. Non possiamo più permetterci di ignorare o di non essere uniti di fronte alle guerre o all'instabilità che minano paesi a noi vicini.

In Libia, l'UE e gli Stati membri devono impegnarsi di più nel dialogo con i partner regionali, in modo che presto si possa assistere all'insediamento di un governo di unità nazionale. Dovremo essere pronti ad aiutare questo governo, con tutti gli strumenti a disposizione dell'UE, in modo che possa fin da subito garantire sicurezza e servizi alla popolazione. Il sostegno umanitario e allo sviluppo dell'UE dovrà essere immediato e globale.

Vorrei inoltre sottolineare che stiamo entrando nel quinto anno della crisi siriana, senza ombra di soluzione in vista. Ad oggi, la comunità internazionale non ha dato risposte al popolo siriano. L'Europa non ha dato risposte al popolo siriano.

Oggi, chiedo che si concretizzi un'offensiva diplomatica da parte dell'Europa per affrontare le crisi in Siria e in Libia. Abbiamo bisogno di un'Europa più forte nel settore della politica estera. Sono particolarmente lieto che Federica Mogherini, la nostra risoluta Alta rappresentante, abbia preparato il terreno per questa iniziativa grazie ai successi che ha riscosso a livello diplomatico nei colloqui con l'Iran sul nucleare. Sono altrettanto lieto del fatto che sia ora pronta a lavorare a stretto contatto con gli Stati membri per assicurare pace e stabilità in Siria e in Libia.

Per facilitare il compito di Federica, oggi la Commissione propone di creare un Fondo fiduciario d'emergenza, con un primo importo di 1,8 miliardi di euro provenienti dalle risorse finanziarie comuni dell'Unione, destinato ad affrontare le crisi nelle regioni del Sahel e del Lago Ciad, nel Corno d'Africa e nell'Africa settentrionale. Vogliamo prodigarci per ottenere una stabilità duratura, ad esempio creando opportunità di lavoro nelle comunità locali, colpendo così alla radice le cause che portano a destabilizzazione, trasferimenti forzati e migrazioni irregolari. Mi aspetto che tutti gli Stati membri siano pronti a collaborare mettendo anch'essi a disposizione mezzi per realizzare le nostre ambizioni.

Non voglio creare l'illusione che la fine della crisi dei rifugiati sia a portata di mano. Non è così. Ma impedire alle barche di attraccare, appiccare il fuoco ai campi di rifugiati, chiudere gli occhi davanti alle persone inermi e bisognose: questa non è l'Europa.

L'Europa è il fornaio di Kos che regala il pane a chi ha fame ed è sfinito dalla stanchezza. L'Europa sono gli studenti di Monaco e Passau che portano vestiti in stazione per chi è appena sceso dai treni. L'Europa è il poliziotto austriaco che dà il benvenuto ai rifugiati ormai senza forze quando attraversano il confine. Questa è l'Europa nella quale voglio vivere.

La crisi è profonda e il viaggio è ancora lungo. Conto su di voi, riuniti in questa assemblea, e su tutti gli Stati membri per dimostrare che l'Europa ha il coraggio di andare avanti, ispirandoci ai nostri valori condivisi e alla nostra storia.

 

Un nuovo inizio per la Grecia, per la zona euro e per l'economia europea

Signor presidente, onorevoli deputati,

come ho detto, oggi intendo parlare dei grandi temi. Per questo il discorso sullo stato dell'Unione deve trattare della situazione della Grecia e degli insegnamenti più generali del quinto anno dall'inizio della crisi greca, il cui impatto continua a farsi sentire sulla zona euro così come sull'economia e sulla società europee nel loro complesso.

Dall'inizio dell'anno, i colloqui sulla Grecia hanno messo a dura prova la pazienza di tutti noi. Abbiamo perso molto tempo e molta fiducia. Abbiamo tagliato ponti. Sono state pronunciate parole che non possono essere facilmente ritrattate.

Sono circolati senza alcuna cautela prese di posizione politiche, diverbi e insulti.

Troppo spesso abbiamo visto persone che ritenevano di poter imporre le proprie opinioni senza tenere in alcuna considerazione il punto di vista degli altri.

Abbiamo visto democrazie della zona euro messe l'una contro l'altra. La ripresa e la creazione di nuovi posti di lavoro registrate l'anno scorso in Grecia sono svanite nel corso di questi mesi.

Davanti a tutti noi si è spalancato un baratro.

E, ancora una volta, solo quando siamo giunti sull'orlo del baratro siamo stati in grado di considerare il quadro complessivo e di assumerci le nostre responsabilità.

Alla fine è stato raggiunto un accordo e gli impegni sono stati accettati e attuati. La fiducia ha ricominciato a crescere, anche se resta molto fragile.

Non sono fiero di ogni aspetto dei risultati conseguiti. Tuttavia sono orgoglioso delle squadre della Commissione europea che hanno lavorato giorno e notte sino alla fine di agosto, ininterrottamente, per colmare il divario tra posizioni distanti e trovare soluzioni nell'interesse dell'Europa e del popolo greco.

Non tutti erano soddisfatti dell'operato della Commissione, lo so.

Molti politici greci non apprezzavano la nostra insistenza sulle riforme nel loro paese, in particolare per quanto riguarda l'insostenibilità del sistema pensionistico e l'ingiustizia del regime fiscale.

Molti altri politici europei non riuscivano a capire perché la Commissione continuasse a negoziare. Alcuni non capivano perché non ci fossimo limitati a lasciare la trattativa interamente ai tecnici del Fondo monetario internazionale. Perché talvolta parlassimo anche degli aspetti sociali degli impegni previsti dal programma e perché modificassimo questi impegni per tenere conto degli effetti sulle fasce più vulnerabili della società. O che io personalmente osassi ripetere a più riprese che l'euro e l'adesione all'euro devono essere irreversibili.

 

Signor presidente, onorevoli deputati,

il mandato della Commissione nei negoziati con un paese sottoposto al programma come la Grecia ha un fondamento molto chiaro: il trattato sull'Unione europea stabilisce che la Commissione debba promuovere l'interesse comune dell'Unione e far rispettare le leggi. Tra queste leggi figura anche la clausola del trattato, concordata da tutti gli Stati membri, che afferma l'irrevocabilità dell'adesione all'euro.

Finché gli Stati membri non modificheranno i trattati, credo che la Commissione e tutte le altre istituzioni dell'UE abbiano il chiaro mandato e il dovere di fare tutto il possibile per preservare l'integrità della zona euro.

Inoltre, nel trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (MES), ratificato da tutti gli Stati membri della zona euro, la Commissione è stata esplicitamente incaricata di negoziare i programmi con gli Stati membri. Dobbiamo negoziare di concerto con la Banca centrale europea e, laddove possibile, insieme al Fondo monetario internazionale. Ma abbiamo un chiaro mandato in tal senso.

Dove i trattati fanno riferimento alla Commissione, io intendo la Commissione come un'istituzione posta sotto la guida politica del suo presidente e del collegio dei commissari. Per questo motivo non ho lasciato che i colloqui con la Grecia fossero condotti solo dai tecnici della Commissione, nonostante le loro indubbie competenze e il notevole impegno dimostrato. Ho invece parlato personalmente con i nostri esperti a intervalli regolari, spesso più volte al giorno, per fornire loro un orientamento o mettere a punto il lavoro che stavano svolgendo. Inoltre ho fatto in modo che ogni settimana, nelle riunioni del collegio, la situazione dei negoziati con la Grecia fosse discussa a lungo in un'ottica decisamente politica.

Perché decidere se aumentare l'IVA non solo sui ristoranti ma anche sui cibi trasformati non è una questione squisitamente tecnica. È una questione politica e sociale.

Non è una questione tecnica, ma una questione eminentemente politica decidere se aumentare l'IVA sui medicinali in un paese in cui, a causa della crisi, il 30% della popolazione non gode più della copertura del sistema sanitario pubblico. O se invece tagliare le spese militari in un paese in cui questa voce di spesa rimane una delle più elevate dell'UE.

Non è certo un problema tecnico decidere se ridurre le pensioni dei più poveri o il salario minimo, o se piuttosto tassare gli armatori greci.

Ovviamente alla fine era necessario far tornare i conti di quello che è ormai il terzo piano per la Grecia, ma siamo riusciti a raggiungere questo obiettivo senza perdere di vista l'equità sociale. Ho letto la relazione sulla troika del Parlamento europeo con estrema attenzione. Mi auguro che notiate che ne abbiamo fatto tesoro e che per la prima volta abbiamo realizzato una valutazione dell'impatto sociale del programma. Tuttavia riconosco apertamente che talvolta, in questi negoziati, la Commissione ha dovuto anche ricercare il compromesso.

Quel che conta per me è che, alla fine, si è raggiunto un compromesso accettabile per tutti e 19 gli Stati membri della zona euro, Grecia compresa.

Dopo settimane di colloqui, piccoli progressi, ripetute battute d'arresto, molti momenti di crisi, e spesso anche con una buona dose di tensione emotiva, il 19 agosto siamo riusciti a firmare un nuovo programma di sostegno alla stabilità della Grecia.

Ora che questo programma è in atto, voglio che esso costituisca un nuovo inizio per la Grecia e per la zona euro nel suo complesso.

Dobbiamo essere molto onesti: siamo solo all'inizio di un nuovo, lungo viaggio.

Per la Grecia adesso è fondamentale che venga attuato l'accordo che è stato approvato. Per questo è necessaria una forte titolarità politica.

Ho riunito nel mio ufficio i capi dei principali gruppi politici greci prima della conclusione dell'accordo finale. Tutti hanno promesso di sostenere l'accordo e hanno dato una prima prova del loro impegno votando a favore del nuovo programma e delle prime tre ondate di riforme nel Parlamento ellenico. Mi aspetto che mantengano la parola data e che diano attuazione all'accordo, indipendentemente da chi sarà al governo. Quello di cui la Grecia ha bisogno è un ampio sostegno e la tempestiva attuazione delle riforme, per far rinascere la fiducia sia tra i greci che nei confronti dell'economia del paese.

Il programma è importante, ma non basta a far procedere la Grecia lungo un percorso di crescita sostenibile. La Commissione sosterrà la Grecia per garantire il concretamento delle riforme e aiutarla a definire una strategia di crescita che sia decisa e guidata dai greci stessi.

Dalla modernizzazione della pubblica amministrazione all'indipendenza dell'amministrazione fiscale, la Commissione fornirà assistenza tecnica personalizzata con l'aiuto dei partner europei e internazionali. Sarà questo il compito principale del nuovo servizio di assistenza per le riforme strutturali che ho creato a luglio.

Il 15 luglio la Commissione ha presentato anche una proposta volta a limitare il cofinanziamento nazionale in Grecia e ad anticipare i finanziamenti per i progetti di investimento a corto di liquidità: un pacchetto da 35 miliardi di euro per la crescita. Si tratta di una misura urgente per la ripresa dopo mesi di stretta finanziaria. Questo denaro raggiungerà l'economia reale greca e consentirà alle imprese e al settore pubblico di investire e creare occupazione.

La Commissione ha lavorato giorno dopo giorno per poter avanzare questa proposta. I parlamenti nazionali si sono riuniti a più riprese durante tutto il mese di agosto. Mi auguro pertanto che anche il Parlamento europeo faccia la propria parte, in linea con gli impegni assunti in precedenza. Il nostro programma per la crescita della Grecia è stato presentato a questa Assemblea due mesi fa. Dopo la sua eventuale adozione occorreranno ancora diverse settimane affinché il primo euro raggiunga l'economia reale della Grecia.

Vi esorto a seguire l'esempio del Consiglio, che deciderà su questo programma di crescita entro la fine del mese. Su questo il Parlamento europeo dovrebbe essere celere almeno quanto il Consiglio.

 

Ho auspicato che questo programma costituisse un nuovo inizio non solo per la Grecia ma per la zona euro nel suo insieme perché vi sono importanti insegnamenti che dobbiamo trarre dalla crisi che ci ha attanagliati per troppo tempo.

La situazione economica e sociale è di per sé eloquente: oggi nell'Unione europea abbiamo ancora più di 23 milioni di disoccupati, di cui oltre la metà sono senza lavoro da almeno un anno. Nella sola zona euro sono più di 17,5 milioni le persone che non hanno un lavoro. La ripresa è ostacolata dalle incertezze a livello mondiale. Il debito pubblico degli Stati membri dell'UE ha superato in media l'88% del PIL, e sfiora il 93% nella zona euro.

La crisi non è finita: conosce solo una pausa.

Ciò non significa però che non stia accadendo nulla. Il tasso di disoccupazione sta scendendo, il PIL sta registrando il tasso di crescita più elevato degli ultimi anni, e le condizioni di finanziamento delle famiglie e delle imprese sono notevolmente migliorate. E vari Stati membri in passato gravemente colpiti che hanno ricevuto assistenza finanziaria europea, come la Lettonia, l'Irlanda, la Spagna e il Portogallo, crescono ormai stabilmente e stanno consolidando le loro economie.

Abbiamo fatto senz'altro un passo avanti, ma la ripresa è troppo lenta, troppo fragile e troppo dipendente dai nostri partner esterni.

Ma soprattutto, la crisi ha acuito le differenze all'interno della zona euro e dell'UE nel suo complesso, danneggiando il nostro potenziale di crescita e accentuando così il trend a lungo termine di un aumento delle disuguaglianze. Tutto questo ha alimentato i dubbi circa il progresso sociale, il valore dei cambiamenti e i vantaggi dell'appartenenza comune.

Quello di cui abbiamo bisogno è ricreare un processo di convergenza, sia tra gli Stati membri che all'interno delle società, che sia imperniato sulla produttività, la creazione di posti di lavoro e l'equità sociale.

Abbiamo bisogno di più Unione nella nostra Europa.

Per l'Unione europea, e per la mia Commissione in particolare, questo significa due cose: in primo luogo, investire in Europa nelle fonti della crescita e dell'occupazione, specialmente nel nostro mercato unico; in secondo luogo, completare la nostra Unione economica e monetaria creando così le condizioni per una ripresa duratura. Stiamo agendo su entrambi i fronti.

Insieme a voi e agli Stati membri, abbiamo dato vita al Piano di investimenti per l'Europa di 315 miliardi di EUR, con un nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS).

Proprio adesso, neppure un anno dopo il mio annuncio del piano, alcuni dei primi progetti sono in fase di decollo:

40 000 famiglie in tutta la Francia riceveranno una bolletta energetica più bassa e saranno creati 6 000 posti di lavoro grazie agli investimenti, finanziati dal Fondo, per il miglioramento dell'efficienza energetica degli edifici.

Nelle cliniche di Barcellona i pazienti potranno beneficiare di cure migliori grazie a nuove terapie con plasmaderivati rese possibili dai finanziamenti del Fondo per gli investimenti.

A Limerick e in altre località in Irlanda, le famiglie godranno di un accesso migliore all'assistenza sanitaria di base e ai servizi sociali fondamentali grazie alla creazione di quattordici nuovi centri di assistenza di base. E questo è solo l'inizio, molti altri progetti seguiranno.

Contestualmente alla progressiva attuazione del nostro Piano di investimenti, stiamo potenziando il mercato unico per creare più opportunità per le persone e le imprese in tutti i 28 Stati membri. Grazie a progetti della Commissione come il mercato unico digitale, l'Unione dei mercati dei capitali e l'Unione dell'energia, stiamo riducendo gli ostacoli alle attività transfrontaliere e sfruttando la scala del nostro continente per stimolare l'innovazione, mettere in relazione tra loro i talenti e offrire una più ampia gamma di prodotti e servizi.

E tuttavia non abbiamo ancora convinto il popolo europeo e il mondo che la nostra Unione non è destinata semplicemente a sopravvivere, bensì può anche prosperare: i nostri sforzi saranno vani se non avremo imparato questa dura lezione.

Non prendiamoci in giro: la nostra incapacità di fornire collettivamente una risposta chiara e rapida alla crisi greca negli ultimi mesi ci ha indebolito tutti, minando la fiducia nella nostra moneta unica e la reputazione dell'UE nel mondo.

Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare — dobbiamo sapere qual è la nostra meta.

È questa la sostanza della relazione che ho presentato in giugno con gli altri presidenti delle istituzioni europee sul completamento dell'Unione economica e monetaria.

È stato per me ovvio includere il Presidente Schulz in questo importante lavoro: dopo tutto il Parlamento europeo è il cuore della democrazia a livello UE, proprio come i Parlamenti nazionali lo sono a livello nazionale. Il Parlamento europeo è e deve rimanere il Parlamento della zona euro. E il Parlamento europeo, nel suo ruolo di colegislatore, avrà il compito di decidere sulle nuove iniziative che la Commissione proporrà nei prossimi mesi per approfondire la nostra Unione economica e monetaria. Sono pertanto contento che, per la prima volta, abbiamo scritto una relazione dei cinque, non dei quattro presidenti.

Nonostante i mesi di discussioni protrattesi fino a tarda notte alla ricerca di un accordo per la Grecia, abbiamo scritto questa relazione in maggio e giugno per stabilire la rotta verso un futuro più solido. I cinque presidenti delle principali istituzioni dell'UE hanno concordato una tabella di marcia che dovrebbe consentirci di stabilizzare e consolidare la zona euro entro i primi mesi del 2017, e poi, sulla base di una rinnovata convergenza delle nostre economie, di realizzare riforme più radicali e passare per quanto possibile dalla resilienza alle crisi a nuove prospettive di crescita.

Come avevamo previsto, la relazione dei cinque presidenti ha suscitato un vivace dibattito in tutta Europa. Alcuni sostengono che serve un governo dell'euro, altri che occorrono maggiore disciplina e rispetto delle regole. Concordo con entrambi: abbiamo bisogno di una responsabilità collettiva, di un maggior senso del bene comune e del pieno rispetto nonché completa attuazione delle regole convenute collettivamente. Ma non ritengo che per questo occorra moltiplicare le istituzioni o mettere il pilota automatico per l'euro, come se nuove istituzioni o regole magiche garantissero necessariamente risultati maggiori o migliori.

È impensabile gestire una moneta unica solo sulla base di regole e statistiche. Occorre una costante valutazione politica che guidi le nuove scelte di politica economica, sociale e di bilancio.

La relazione dei cinque presidenti contiene un'agenda fitta per i prossimi anni, e voglio un'azione rapida su tutti i fronti: Unione economica, finanziaria, di bilancio e politica. Alcuni sforzi saranno incentrati sulla zona euro, mentre altri dovrebbero essere aperti a tutti i 28 Stati membri, in considerazione della loro stretta interazione con il mercato unico.

Consentitemi di sottolineare cinque settori in cui la Commissione presenterà rapidamente proposte ambiziose e in cui prevediamo progressi già per quest'autunno.

Primo: i cinque presidenti concordano sulla necessità di un sistema comune per garantire che i risparmi bancari dei cittadini siano sempre protetti fino a un limite di 100 000 EUR per persona e conto. È questo il tassello mancante della nostra Unione bancaria.

Oggi questi sistemi di protezione esistono, ma a livello nazionale. Quel che serve è un sistema più europeo, scollegato dalle finanze pubbliche dei singoli paesi, cosicché i cittadini possano essere assolutamente certi che i loro risparmi sono al sicuro.

Tutti noi abbiamo visto cosa è accaduto in Grecia durante l'estate: i cittadini hanno ritirato i loro risparmi poiché — comprensibilmente — nutrivano scarsa fiducia nella capacità finanziaria dello Stato di sostenere il sistema bancario. Questa situazione deve cambiare.

È urgente creare un sistema comune di garanzia dei depositi e la Commissione presenterà una proposta legislativa per compiere i primi passi in tale direzione prima della fine dell'anno.

Sono del tutto consapevole che non vi è ancora un consenso in materia. Ma so anche che molti di voi sono convinti, come lo sono io, della necessità di andare avanti. A coloro che sono più scettici dico questo: la Commissione è pienamente consapevole del fatto che esistono differenze tra le posizioni di partenza degli Stati membri. Taluni si sono già dotati di sistemi nazionali di garanzia dei depositi adeguatamente finanziati, in altri paesi la costruzione di questi sistemi è ancora in corso. Occorre certamente tenere conto di tali differenze. Per questo motivo la relazione dei cinque presidenti non chiede una mutualizzazione completa, bensì un nuovo approccio mediante un sistema di riassicurazione. Presenteremo ulteriori dettagli su questo punto nelle settimane a venire.

Secondo: abbiamo bisogno di rafforzare la rappresentanza dell'euro sulla scena mondiale. Mi chiedo e vi chiedo: come è possibile che la zona euro, che ha la seconda principale valuta del mondo, non possa ancora parlare con una sola voce sulle questioni economiche in seno alle istituzioni finanziarie internazionali?

Proiettatevi per un momento nell'attività quotidiana del Fondo monetario internazionale. Sappiamo bene quanto sia importante l'FMI; eppure, invece di parlare con una sola voce come zona euro, Belgio e Lussemburgo devono concordare la posizione di voto con Armenia e Israele; e la Spagna appartiene ad un raggruppamento comune con i paesi dell'America latina.

Come è possibile che noi europei finiamo per essere minoranza in istituzioni internazionali come l'FMI e la Banca mondiale anche se, collettivamente, siamo tra i loro principali azionisti?

Come è possibile che in Asia venga creata una nuova banca di importanza strategica per gli investimenti infrastrutturali e i governi europei, invece di coordinare i loro sforzi, facciano a gara a chi ne diventa membro per primo?

Dobbiamo crescere e anteporre i nostri interessi comuni agli interessi nazionali. Il mio parere è che il presidente dell'Eurogruppo sia il naturale portavoce della zona euro in seno alle istituzioni finanziarie internazionali come l'FMI.

Terzo: abbiamo bisogno di un sistema più efficace e più democratico di sorveglianza economica e di bilancio. Voglio che questo Parlamento, i parlamenti nazionali e le parti sociali a tutti i livelli siano protagonisti del processo. Voglio altresì che si consideri maggiormente l'interesse della zona euro nel suo insieme già a monte, in sede di elaborazione delle politiche dell'UE e nazionali: l'interesse del tutto non è semplicemente la sommatoria degli interessi delle parti. Di tutto questo si terrà conto nelle nostre proposte volte a razionalizzare e rafforzare ulteriormente il semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche.

In futuro, le nostre raccomandazioni per l'orientamento economico della zona euro nel suo complesso non devono più restare lettera morta, bensì essere un reale indirizzo, segnatamente in materia di politica di bilancio della zona euro.

Quarto: dobbiamo rafforzare l'equità nelle nostre politiche fiscali. A tal fine occorre maggiore trasparenza e giustizia, sia per i cittadini che per le imprese. In giugno abbiamo presentato un piano di azione, il cui principio essenziale è il seguente: il paese in cui una società genera gli utili deve anche essere il paese in cui gli utili sono tassati.

Un passo verso tale obiettivo è la nostra proposta di base imponibile consolidata comune per l'imposta sulle società, una semplificazione che renderà più difficile l'elusione fiscale.

Stiamo inoltre lavorando intensamente con il Consiglio per concludere entro la fine dell'anno un accordo sullo scambio automatico di informazioni sui tax ruling.

Allo stesso tempo ci aspettiamo che le nostre indagini sui diversi regimi nazionali producano risultati in tempi molto brevi.

E ci stiamo battendo perché gli Stati membri adottino le modalità dell'imposta sulle transazioni finanziarie entro la fine dell'anno.

Abbiamo bisogno di più Europa, abbiamo bisogno di più Unione e abbiamo bisogno di maggiore equità nella nostra politica fiscale.

Quinto: dobbiamo intensificare i lavori per un mercato del lavoro equo e veramente paneuropeo. Equità in questo contesto significa promuovere e salvaguardare la libera circolazione dei cittadini come diritto fondamentale della nostra Unione, evitando abusi e rischi di dumping sociale.

La mobilità del lavoro, che è positiva e necessaria per far prosperare la zona euro e il mercato unico, dovrebbe tuttavia basarsi su regole e principi chiari. Il principio fondamentale dovrebbe essere garantire la stessa retribuzione per lo stesso lavoro nello stesso luogo.

Nel quadro di tali sforzi, voglio sviluppare un pilastro europeo dei diritti sociali, che tenga conto delle mutevoli realtà delle società europee e del mondo del lavoro e che possa fungere da bussola per una rinnovata convergenza nella zona euro.

Questo pilastro europeo dei diritti sociali dovrebbe venire a integrare i risultati che abbiamo già raggiunto insieme in materia di protezione dei lavoratori nell'UE. Mi aspetto che le parti sociali svolgano un ruolo centrale in questo processo. Ritengo opportuno iniziare con questa iniziativa all'interno della zona euro, permettendo agli altri Stati membri dell'UE di aderirvi se lo desiderano.

Come affermato nella relazione dei cinque presidenti, occorre anche guardare avanti e considerare passi veramente fondamentali per la zona euro. La Commissione presenterà un Libro bianco in merito nella primavera del 2017.

Sì, nel tempo avremo bisogno di una Tesoreria della zona euro, che debba rendere conto a livello europeo. E ritengo che debba essere costruita sul Meccanismo europeo di stabilità che abbiamo creato durante la crisi, che con un volume potenziale di credito di 500 miliardi di EUR può vantare una potenza di fuoco comparabile a quella dell'FMI. Il MES dovrebbe assumere progressivamente un ruolo più ampio di stabilizzazione macroeconomica, che consenta di superare meglio gli shock che non possono essere gestiti unicamente a livello nazionale. Creeremo le premesse in tal senso nella seconda metà di questo mandato.

L'Unione europea è un progetto dinamico, al servizio del popolo europeo, nel quale non possono esserci né vincenti né perdenti. È un progetto unico e globale, dal quale tutti noi ricaviamo un beneficio superiore all'input dato. È questo il messaggio che vorrei indirizzare anche ai nostri partner nel Regno Unito, ai quali corre subito il mio pensiero quando rifletto sulle grandi sfide politiche dei prossimi mesi.

 

Un accordo equo per il Regno Unito

Dall'inizio del mio mandato molte cose sono divenute più chiare riguardo al Regno Unito: entro la fine del 2017 si terrà un referendum sull'appartenenza della Gran Bretagna all'Unione. Spetterà naturalmente agli elettori del Regno Unito pronunciarsi in merito. Non sarebbe tuttavia onesto né realistico affermare che la loro decisione non avrà importanza strategica per l'Unione nel suo complesso.

Ho sempre detto che voglio un Regno Unito nell'Unione europea. E che intendo collaborare con il governo britannico su un accordo equo per il Regno Unito.

I cittadini britannici pongono domande fondamentali all'UE e sull'UE. Se l'UE generi prosperità per i suoi cittadini. Se l'azione dell'UE si concentri sui settori nei quali può produrre risultati. Se l'UE sia aperta al resto del mondo.

Sono domande alle quali l'UE ha le risposte, e non solo a beneficio del Regno Unito. Tutti i 28 Stati membri dell'UE auspicano un'Unione moderna e mirata, a vantaggio di tutti i suoi cittadini. Siamo tutti d'accordo sul fatto che l'UE debba adattarsi e cambiare alla luce delle grandi sfide e della crisi che stiamo affrontando ora.

Questo è il motivo per cui stiamo completando il mercato unico, riducendo la burocrazia, migliorando il clima degli investimenti per le piccole imprese.

Questo è il motivo per cui stiamo creando un mercato unico digitale: per far sì che l'ubicazione nell'UE non si traduca in una differenza di prezzo quando si prenota un'automobile online. Stiamo modernizzando le norme sul diritto d'autore dell'UE: per migliorare l'accesso ai contenuti culturali online garantendo nel contempo agli autori un'equa remunerazione. E solo due mesi fa l'UE ha deciso di abolire le tariffe di roaming a partire dall'estate 2017, una mossa che numerosi turisti e viaggiatori, in particolare del Regno Unito, chiedono da anni.

Questo è il motivo per cui stiamo negoziando trattati commerciali con le principali nazioni, come il partenariato transatlantico su commercio e investimenti. Questo è il motivo per cui stiamo aprendo i mercati e abbattendo le barriere per le imprese e i lavoratori in tutti i 28 Stati membri dell'UE.

Sono impegnato in prima persona per migliorare il modo in cui l'Unione collabora con i parlamenti nazionali. Nelle lettere d'incarico a tutti i membri della mia Commissione ho inserito il dovere di interagire più strettamente con i parlamenti nazionali. Sono convinto che rafforzare le relazioni con i parlamenti nazionali avvicinerà l'Unione ai cittadini di cui è al servizio. So che questa è un'ambizione condivisa con il primo ministro David Cameron. Sono fiducioso nel fatto che troveremo una risposta comune.

Oltre un anno fa, quando ho condotto la campagna per diventare presidente della Commissione, mi sono impegnato, se fossi stato eletto, a cercare un accordo equo per il Regno Unito. Un accordo che sia equo per il Regno Unito. E che sia equo anche per gli altri 27 Stati membri.

Intendo far sì che sia preservata l'integrità di tutte e quattro le libertà del mercato unico e al tempo stesso che si trovi il modo di consentire un'ulteriore integrazione della zona euro per rafforzare l'Unione economica e monetaria.

Per essere equo nei confronti del Regno Unito, parte di questo accordo consisterà nel riconoscimento del fatto che non tutti gli Stati membri partecipano a tutti i settori della politica dell'UE. Protocolli speciali definiscono la posizione del Regno Unito, ad esempio in relazione all'euro e alla giustizia e affari interni. Per essere equi nei confronti degli altri Stati membri, le scelte del Regno Unito non devono ostacolare l'ulteriore integrazione di quanti la ritengano opportuna.

Voglio un trattamento equo per il Regno Unito. E lo farò per un solo e unico motivo: perché ritengo che l'UE sia migliore con il Regno Unito e che il Regno Unito sia migliore nell'UE.

Nei settori chiave, agendo collettivamente possiamo realizzare molto più di quanto sia possibile fare da soli. Questo, in particolare, è il caso delle immense sfide di politica estera che l'Europa sta attualmente affrontando e che esaminerò nella parte successiva del mio intervento.

 

Uniti a fianco dell'Ucraina

L'Europa è un piccolo tassello del mondo. Se c'è qualcosa da offrire, questo è la nostra conoscenza e la nostra leadership.

Circa un secolo fa un quinto della popolazione mondiale si trovava in Europa; oggi il rapporto è di uno a nove, fra un secolo sarà di uno a venticinque.

Credo che possiamo e dobbiamo fare la nostra parte sulla scena mondiale; non per nostra vanità, ma perché abbiamo qualcosa da offrire. Possiamo mostrare al mondo la forza che proviene dall'unità e l'interesse strategico che ne deriva quando si agisce insieme. Non vi è mai stato un momento più opportuno e urgente per farlo.

Al momento si contano nel mondo oltre 40 conflitti attivi. Mentre questi conflitti infuriano, mentre le famiglie sono spezzate e le case ridotte in macerie, non posso presentarmi a voi, quasi 60 anni dopo la nascita dell'Unione europea, parlando di pace. Perché il mondo non è in pace.

Se vogliamo promuovere un mondo più pacifico, abbiamo bisogno di più Europa e di più Unione nella nostra politica estera. Soprattutto e con urgenza nei confronti dell'Ucraina.

La sfida di aiutare l'Ucraina a sopravvivere, a prosperare e a riformarsi è europea. In definitiva il sogno ucraino, il sogno di Maidan, è europeo: vivere in un paese moderno, in un'economia stabile, in un sistema politico sano ed equo.

Negli ultimi dodici mesi ho avuto modo di conoscere bene il presidente Porošenko, in occasione di un vertice, durante un pranzo a casa sua, nel corso di numerose riunioni e innumerevoli telefonate. Egli ha avviato una trasformazione del suo paese. Lotta per la pace. Merita il nostro appoggio.

Abbiamo già fatto molto, prestando 3,41 miliardi di EUR in tre programmi di assistenza macrofinanziaria, contribuendo a concludere un accordo che consentirà di garantire all'Ucraina le forniture di gas durante l'inverno e fornendo consulenza sulla riforma del sistema giudiziario. Se vogliamo ottenere risultati l'UE e tutti i suoi Stati membri devono contribuire.

Dovremo anche mantenere la nostra unità.

Abbiamo bisogno di unità quando si tratta della sicurezza dei nostri Stati membri orientali, in particolare nel Baltico. La sicurezza e le frontiere degli Stati membri dell'UE sono intoccabili. Voglio che questo sia ben chiaro a Mosca.

Abbiamo bisogno di più unità quando si tratta di sanzioni. Le sanzioni imposte dall'UE alla Russia hanno un costo per ciascuna delle nostre economie nonché ripercussioni su settori importanti come l'agricoltura. Ma le sanzioni rappresentano uno strumento formidabile di fronte all'aggressione e alla violazione del diritto internazionale. Sono l'espressione di una politica da mantenere fino a quando saranno integralmente rispettati gli accordi di Minsk. Dovremo mantenere i nervi saldi e la nostra unità.

Ma dobbiamo anche continuare a cercare soluzioni.

Ho parlato con il presidente Putin in occasione del G20 di Brisbane, in una riunione bilaterale proseguita fino alle prime ore del mattino. Abbiamo rammentato da quanto tempo ci conosciamo, come siano cambiati i tempi. Lo spirito di cooperazione tra l'UE e la Russia ha lasciato il posto al sospetto e alla sfiducia.

L'UE deve mostrare alla Russia il costo del confronto ma deve anche indicare con chiarezza di essere disposta a dialogare.

Non voglio un'Europa a margine della Storia. Voglio un'Europa protagonista. Quando l'Unione europea resta unita possiamo cambiare il mondo.

 

Uniti nel guidare la lotta al cambiamento climatico

Uno degli ambiti in cui l'Europa ha già assunto il ruolo di guida è la lotta al cambiamento climatico.

In Europa tutti sappiamo, e da tempo, che il cambiamento climatico è un'importante sfida globale.

Il pianeta su cui tutti viviamo, la sua atmosfera e la stabilità climatica non possono sopportare l'uso che l'umanità sta facendo delle risorse naturali.

Alcune parti del mondo, che vivono da tempo al di là dei propri mezzi, hanno contratto un debito di carbonio con il quale stanno vivendo. Come ci insegnano l'economia e la gestione della crisi, vivere al di là dei propri mezzi non è un comportamento sostenibile.

Presto la natura ci presenterà il conto. In alcune parti del mondo, a causa del cambiamento climatico, le fonti di conflitto stanno cambiando: il controllo di una diga o di un lago può avere un'importanza strategica superiore al controllo di una raffineria di petrolio.

Il cambiamento climatico è anche una delle cause di fondo di un nuovo fenomeno migratorio. Se non agiremo in fretta, i rifugiati climatici diventeranno una nuova sfida.

I leader mondiali si riuniranno a Parigi tra 90 giorni per concordare le azioni da intraprendere per contenere l'aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi Celsius. L'UE è sulla buona strada e a marzo ha assunto un chiaro impegno, fissando l'obiettivo vincolante, da conseguire entro il 2030, di ridurre le emissioni di almeno il 40% rispetto ai livelli del 1990 trasversalmente ai settori economici. Si tratta del contributo più ambizioso che sia mai stato annunciato.

Altri paesi si stanno muovendo nella stessa direzione, alcuni tuttavia solo con riluttanza.

Voglio essere molto chiaro con i nostri partner internazionali: l'UE non intende firmare un accordo qualsiasi. La mia priorità - la priorità dell'Europa - è adottare un accordo mondiale sul clima che sia ambizioso, solido e vincolante.

È per questo motivo che, insieme alla Commissione che presiedo, ho passato parte del mio primo anno di mandato a raccogliere il sostegno per la promozione di obiettivi ambiziosi a Parigi. Nel maggio scorso sono stato a Tokyo, dove ho esortato il primo ministro Abe a cooperare con noi affinché Parigi sia il degno successore di Kyoto.

Durante il vertice del G7 di giugno i leader hanno convenuto di sviluppare strategie a lungo termine per la riduzione delle emissioni di carbonio e di abbandonare i combustibili fossili entro la fine del secolo.

In seguito, nel corso dei lavori preparatori per la conferenza di Parigi, ho incontrato il premier cinese Li Keqiang, con il quale intendo avviare un partenariato per far sì che le città odierne siano progettate in modo da far fronte alle future esigenze energetiche e climatiche.

Inoltre, in coordinamento con l'Alta rappresentante, i membri del collegio sono impegnati in sforzi diplomatici in materia di clima. Oggi il Commissario Arias Cañete è in Papua Nuova Guinea a discutere dei piani per Parigi con i leader del Forum delle isole del Pacifico. Se non si intraprenderanno azioni correttive per far fronte al cambiamento climatico, il livello del mare salirà e le isole del Pacifico faranno la fine del canarino nella miniera.

Tuttavia, se la conferenza di Parigi avrà successo, l'umanità disporrà per la prima volta di un sistema internazionale per combattere efficacemente il cambiamento climatico.

Parigi sarà la fermata successiva ma non il capolinea. C'è una strada che porta a Parigi, ma anche una strada che da Parigi parte.

La mia Commissione lavorerà affinché l'Europa conservi il ruolo di leader nella lotta al cambiamento climatico. Metteremo in pratica quel che predichiamo.

Non abbiamo una soluzione ottimale per far fronte al cambiamento climatico. Tuttavia le nostre leggi, come il sistema di scambio di quote di emissione dell'UE, e le nostre azioni ci hanno permesso di ridurre le emissioni di carbonio mantenendo nel contempo la crescita economica.

La nostra politica lungimirante in materia di clima, inoltre, sta dando i suoi frutti per quanto riguarda il conseguimento dei quanto mai necessari obiettivi dell'Unione dell'energia: l'UE sta diventando un leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili, che attualmente dà lavoro ad oltre un milione di persone in tutta l'Unione e genera un fatturato di 130 miliardi di EUR, in cui il valore delle esportazioni è pari a 35 miliardi di EUR. Le imprese europee oggi detengono il 40% di tutti i brevetti per tecnologie rinnovabili e il ritmo dell'evoluzione tecnologica accresce il potenziale di nuovi scambi mondiali nel settore delle tecnologie verdi.

È per questo motivo che l'innovazione e l'interconnessione dei nostri mercati hanno un'importanza strategica nella realizzazione dell'Unione dell'energia.

Questo è quanto ho promesso l'anno scorso e corrisponde ai risultati che la Commissione ha raggiunto e che continuerà a perseguire.

La lotta contro il cambiamento climatico non sarà vinta o persa in discussioni diplomatiche a Bruxelles o a Parigi. Sarà vinta o persa sul campo e nelle città in cui la maggior parte degli europei vive, lavora e utilizza circa l'80% di tutta l'energia prodotta in Europa.

È per questo che ho chiesto al presidente Schulz di ospitare in Parlamento il mese prossimo la riunione del Patto dei sindaci, che raggruppa oltre 5 000 sindaci europei, tutti impegnati a raggiungere l'obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 fissato dall'UE. Mi auguro che tutti i deputati europei daranno il loro sostegno alle iniziative portate avanti dalle collettività locali in tutta Europa per far sì che Parigi e le azioni che ne seguiranno siano un successo.

 

Conclusioni

Signor presidente, onorevoli deputati,

ci sono tante cose di cui non ho parlato o non ho potuto parlare oggi. Ad esempio, avrei voluto parlarvi di Cipro e della speranza, dell'ambizione e del desiderio di assistere alla riunificazione dell'isola l'anno prossimo. Dopo l'incontro a luglio, proprio sulla Linea verde, con i presidenti Nikos Anastasiades e Mustafa Akinci, con i quali ho conversato a lungo, sono certo che, con la necessaria lungimiranza e la volontà politica dei due leader, tale riunificazione sarà possibile nelle attuali condizioni e con un coordinamento efficace e continuo degli sforzi dell'ONU e dell'UE. Fornirò tutto il mio appoggio e la mia assistenza per il conseguimento di questo obiettivo poiché ritengo che non ci sia posto per muri e recinzioni in uno Stato membro dell'UE.

Non ho parlato degli agricoltori europei che hanno protestato a Bruxelles questa settimana. Concordo con loro nel ritenere che qualcosa non va in un mercato dove un litro di latte costa meno di un litro di acqua. Tuttavia non credo che Bruxelles possa o debba lanciarsi nella microgestione del mercato del latte. Dovremmo compensare gli agricoltori penalizzati dalle sanzioni contro la Russia. La Commissione ha quindi intenzione di proporre per gli agricoltori un pacchetto di solidarietà di 500 milioni di EUR. Le autorità europee e nazionali garanti della concorrenza dovrebbero dal canto loro esaminare con attenzione la struttura del mercato. C'è puzza di marcio nel mercato del latte. Credo che si debbano abbattere alcuni oligopoli nella vendita al dettaglio.

Ci sarebbe ancora molto da dire, ma nel toccare le questioni principali, le sfide più importanti che ci troviamo oggi ad affrontare, a mio avviso c'è una cosa che risulta chiara. Che si tratti della crisi dei rifugiati, dell'economia o della politica estera, possiamo riuscire soltanto come Unione.

Chi è l'Unione che rappresenta 507 milioni di cittadini europei? L'Unione non è solo Bruxelles o Strasburgo. L'Unione sono le istituzioni europee. L'Unione sono anche gli Stati membri, i governi nazionali e i parlamenti nazionali.

Basta che uno di noi venga meno ai propri impegni per far vacillare tutti.

L'Europa e la nostra Unione devono dare risultati. Sebbene in tempi normali sia uno strenuo difensore del metodo comunitario, in tempi di crisi non sono un purista. Il modo in cui gestiamo una crisi non m'importa, sia che si prediligano soluzioni intergovernative o che si propenda per processi a guida comunitaria, purché si trovi una soluzione e si agisca nell'interesse dei cittadini europei.

Tuttavia se un metodo risulta carente bisogna cambiare approccio.

Prendiamo ad esempio il meccanismo di ricollocazione dei rifugiati messo sul tavolo a maggio per la Grecia e l'Italia: la Commissione ha proposto un meccanismo comunitario di solidarietà vincolante. Gli Stati membri hanno optato invece per un approccio di tipo volontario. Risultato: il traguardo di 40 000 profughi ricollocati non è stato mai raggiunto. Finora non è stata ricollocata nemmeno una persona bisognosa di protezione e l'Italia e la Grecia continuano a sbrigarsela da sole. Non va bene.

Diamo un'occhiata alle soluzioni intergovernative come il patto di bilancio del 2011 per il rafforzamento della disciplina di bilancio o l'accordo del 2014 che ha istituito un Fondo di risoluzione unico nel settore bancario. Ad oggi nessuno Stato membro ha attuato completamente il patto di bilancio e solo 4 Stati membri su 19 hanno ratificato l'accordo sul fondo di risoluzione per il settore bancario, che dovrebbe diventare operativo dal 1° gennaio 2016.

Bisogna fare molto di più se vogliamo far fronte alle enormi sfide che ci troviamo oggi a gestire.

Dobbiamo cambiare il nostro modo di lavorare.

Dobbiamo essere più veloci.

Dobbiamo adottare un metodo più europeo.

Non perché vogliamo più potere a livello europeo, ma perché abbiamo urgente bisogno di risultati migliori e in tempi più rapidi.

Abbiamo bisogno di più Europa nella nostra Unione.

Abbiamo bisogno di più Unione nella nostra Unione.

Ho sempre creduto nell'Europa. Ho i miei motivi, molti dei quali per fortuna non riguardano le generazioni attuali.

All'inizio del mio mandato ho affermato di voler ricostruire i ponti che iniziavano a sgretolarsi, lì dove la solidarietà cominciava a cedere e i vecchi demoni a risorgere.

Il cammino da percorrere è ancora lungo.

Ma quando le generazioni future leggeranno di questo momento che l'Europa attraversa nei libri di storia, facciamo in modo che leggano che siamo rimasti uniti, dimostrando compassione e aprendo le nostre porte a chi aveva bisogno di protezione.

Che abbiamo unito le forze per affrontare le sfide globali, difendendo i nostri valori e risolvendo i conflitti.

Che abbiamo fatto in modo che mai più i contribuenti pagassero per l'avidità degli speculatori finanziari.

Che, mano nella mano, abbiamo garantito crescita e prosperità alle nostre economie, alle nostre imprese e soprattutto ai nostri figli.

Facciamo in modo che leggano che abbiamo forgiato un'Unione più forte che mai.

Facciamo in modo che leggano che insieme abbiamo fatto la storia dell'Europa. Una storia che i nostri nipoti saranno orgogliosi di raccontare.

 

Per ulteriori informazioni:

Estratti del discorso

Video dell'intero discorso

Stato dell'Unione 2015 website

SPEECH/15/5614


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