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Speech - Il cammino verso la crescita: per un'amministrazione pubblica più vicina alle imprese

Commission Européenne - SPEECH/13/866   28/10/2013

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Commissione europea

Antonio TAJANI

Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per l’Industria e l’Imprenditoria

Il cammino verso la crescita: per un'amministrazione pubblica più vicina alle imprese

Discorso di aperture / Bruxelles

29 Ottobre 2013

Presidente, Ministri,

Signore e signori,

E' un grande piacere per me parlare a voi oggi. Questa conferenza affronta una questione cruciale: il ruolo delle amministrazioni pubbliche per aiutare le imprese europee e la crescita economica. Per attirare gli investimenti e reindustrializzare l'Europa è davvero essenziale sviluppare un ottimo ambiente imprenditoriale.

Di conseguenza i governi, a livello comunitario, nazionale e regionale, devono assicurarsi che le pubbliche amministrazioni siano l'alleato numero uno del settore, fornendo un servizio pubblico efficiente e di qualità.

Per stimolare l'innovazione e la competitività, il quadro legislativo deve essere semplice e prevedibile. Fin dal 2011, nelle Raccomandazioni, la Commissione ha chiesto agli Stati membri di migliorare la propria amministrazione pubblica. Tuttavia, l'ultimo rapporto sulla competitività mostra che l'inefficacia del governo è ancora uno dei principali ostacoli per le imprese. Ci sono stati miglioramenti in alcuni Stati membri, ma un certo numero di paesi ha perso punti nella classifica.

Vorrei sottolineare alcune delle questioni più importanti che ostacolano le aziende di oggi.

I. Liberare il potenziale dei nostri imprenditori

In Europa, oltre alla grande industria, abbiamo 23 milioni di piccoli e medi imprenditori. Sono, prima di tutto, uomini e donne con un sogno da realizzare. E' energia vitale che si concentra su idee, progetti, tanto lavoro, rischio, per innovare, creare valore aggiunto, ricchezza, occupazione. Sono la vera linfa vitale dell'economia e della società.

Scoraggiare o, addirittura, ostacolare questa energia, significa boicottare il lavoro e la crescita.

Per questo è necessaria una vera rivoluzione culturale, dove le amministrazioni pubbliche vedano l'imprenditore, non come suddito o avversario, ma come un attore positivo che, pur perseguendo il profitto, porta benefici alla società.

In molti paesi Ue, siamo ancora lontani da questa visione.

Spesso i funzionari tendono a guardare con sospetto, se non con aperta ostilità, l'imprenditore, identificandolo come colui che potenzialmente viola le regole, approfitta del bene comune, sfrutta il lavoro altrui.

Questa visione va superata. Bisogna ricostruire il rapporto imprese P.A. partendo da un'osservazione apparentemente lapalissiana: senza imprenditori non c'é lavoro e ricchezza e, dunque, non vi sono neanche risorse per lo Stato.

Quando pesa il macigno di una P.A. inefficiente sulla nascita e lo sviluppo d'imprese e sull'occupazione?

Moltissimo, se pensiamo, ad esempio, ai tempi per:

ottenere una licenza nel settore delle costruzioni o in una qualsiasi attività economica;

aprire un'impresa o ottenere un pagamento dallo Stato;

recuperare un credito, far valere un contratto o concludere una procedura fallimentare;

realizzare un'infrastruttura o lanciare un appalto.

Oltre ai tempi, che si traducono spesso in enormi costi aggiuntivi per le imprese, vi sono i costi diretti:

prima di tutto l'abnorme pressione fiscale su imprese e lavoro, spesso legata a un'amministrazione inutilmente elefantiaca che spende male il denaro pubblico;

in secondo luogo, per gli innumerevoli passaggi burocratici, che rappresentano, specie per le PMI, oneri insostenibili anche in termini di personale impiegato.

Penso alla pletora di adempimenti sostanzialmente inutili e farraginosi, non giustificati dalla tutela di alcun interesse generale, ma legati piuttosto a problemi di organizzazione interna, logiche di potere e cattiva legislazione.

Se è evidente che la valutazione dell'impatto ambientale o la tutela del consumatore sono valori sacrosanti, non per questo si devono moltiplicare all'infinito le amministrazioni con potere di veto, i passaggi burocratici e i tempi di risposta.

Se vogliamo tornare a crescere oltre lo zero-virgola, a essere un luogo attrattivo per gli investimenti e ridurre il debito pubblico, la madre di tutte le riforme è proprio quella per migliorare l'efficienza delle pubbliche amministrazioni.

II. Iniziamo con le start-up

Chi decide di rischiare in proprio deve essere facilitato in tutti i modi. Per questo, su proposta della Commissione, il Consiglio Competitività di maggio 2011 ha indicato l'obiettivi di 3 giorni e 100 euro per aprire un'impresa.

Malgrado alcuni progressi, purtroppo solo tre Stati membri soddisfano questi criteri. La media Ue per avviare un'impresa è ancora di 6 giorni - con alcuni Stati dove ne servono addirittura 14 – e il costo medio di 370 euro.

Per questo intendo proporre, per migliorare funzionamento del mercato interno, una legislazione europea che imponga a tutti gli Stati tempi certi per avviare un'impresa.

III. Eccesso di tassazione

Il carico fiscale sulle imprese in molti Stati Ue ha raggiunto livelli controproducenti per le finanze pubbliche. Sopra una certa soglia di tassazione, difatti, si scoraggia l'attività imprenditoriale per cui, malgrado l'innalzamento delle imposte, il gettito diminuisce.

Oltre al carico fiscale, sono insostenibili anche le procedure di riscossione delle imposte, spesso inutilmente farraginose. Basti pensare che per dichiarare i redditi servono fino a 50 giorni lavorativi.

Qualche miglioramento vi è stato, soprattutto con l'introduzione di procedure telematiche che hanno ridotto i tempi del 7%. Ma molto si può e si deve ancora fare, puntando sulla totale informatizzazione del rapporto impresa Stato, anche attraverso i fondi strutturali Ue.

IV. Giustizia civile lumaca

Tra i fattori che più penalizzano gli investimenti, vi sono i tempi biblici della giustizia civile in alcuni Stati.

Il rapporto sull'efficienza della giustizia presentata dalla Commissione il 27 marzo è impietosa.

Se la media Ue per ricomporre obblighi contrattuali è di 547 giorni e 32 diversi atti procedurali e, di circa due anni per i fallimenti, vi sono grandi differenze tra paesi. In alcuni Stati, infatti, questi numeri vanno moltiplicati per 3 o 4.

L'Italia, ad esempio, è in fondo alla classifica per tempi di risoluzione delle cause commerciali e numero di quelle pendenti, con un livello di applicazione delle nuove tecnologie informatiche mediocre. Servono 564 giorni per il primo grado, e 1210 per i tre gradi di giudizio, malgrado investimenti (0,2% del PIL) nel sistema giudiziario in linea con quelli di altri paesi europei. 

Le conseguenze sono devastanti per cittadini, imprese e crescita economica. La giustizia lenta fa venir meno la certezza degli obblighi contrattuali e i tribunali diventano il rifugio di chi ha torto e vuole far desistere la controparte.

Il costo di queste inefficienze in termini di calo del PIL sono stimate dalla banca d'Italia fino al 2%. Per Confindustria abbattendo del 10% i tempi si guadagnerebbe quasi un punto di PIL, ossia 13/14 miliardi l'anno. 

Commissione Ue, OCSE e Banca Mondiale concordano nel ritenere i processi lumaca non dipendenti dal numero di magistrati per abitante o investimenti, bensì da problemi organizzativi e scarsa informatizzazione.

Su questa linea insistono anche le Raccomandazione della Commissione nel Semestre europeo a vari paesi.

V. Rivoluzione digitale nel rapporto Stato impresa

In molti Stati ancora non è sfruttato a sufficienza il grande potenziale delle tecnologie informatiche per migliorare i rapporti P.A. – imprese. Solo la metà dei paesi Ue ha servizi di e-government diffusi per le imprese.

Stime recenti indicano che un'applicazione intelligente di queste tecnologie, penso in particolare agli appalti pubblici digitali e alla fatturazione elettronica, porterebbe a un risparmio fino al 20% dei costi, ossia di qualche centinaio di miliardi di minori tasse e/o abbattimento del debito. Senza contare il vantaggio economico per le imprese in termini di riduzione dei tempi e semplificazione.

Per questo, la creazione di un vero mercato unico digitale è in cima all'agenda di Europa 2020, tanto che vi è appena stato un vertice europeo per accelerare questo processo tecnologico basilare per la nostra futura competitività.

le P.A., quali principali fornitrici di servizi alle imprese, devono, dunque, modernizzarsi investendo nelle tecnologie informatiche, anche utilizzando meglio i fondi Ue.

VI. Innovazione e appalti pubblici

Gli appalti pubblici rappresentano il 19% del PIL Ue. Possono, quindi, dare un contributo formidabile per spingere le imprese a innovare e trovare mercati.

Purtroppo dall'ultimo Public Sector Innovation Scoreboard risulta che meno del 5% delle aziende hanno venduto prodotti innovativi alla P.A., molto meno che negli USA.

Per stimolare gli acquisti innovativi abbiamo creato cluster di P.A. che lavorano insieme alla definizione di capitolati di appalto per prodotti innovativi, anche grazie a fondi Ue.

Su questa linea stiamo co-finanziando una piattaforma europea online per offrire alle imprese, soprattutto PMI, una guida sugli appalti pubblici innovativi. Una prima versione cartacea della guida sarà distribuita oggi.

In quest'ambito voglio oggi lanciare il primo Premio Europeo per il migliore appalto innovativo.

Incoraggio i rappresentanti di autorità pubbliche che hanno recentemente lanciato un appalto innovativo, a inviare le candidature entro marzo. Il premio sarà assegnato a maggio.

VII. Qualità della legislazione

Ridurre gli oneri per le imprese significa, prima di tutto, legiferare meno e meglio. A tutti i livelli.

La Commissione deve dare l'esempio. Per questo abbiamo inserito un test di competitività obbligatorio che riguarda tutte le nuove proposte legislative Ue.

Prima di sottoporre al legislatore una nuova direttiva o regolamento, dobbiamo chiederci se davvero serve e quali costi comporta per le imprese, in particolare le PMI.

Quest'analisi va fatta anche sotto il profilo dell'effetto cumulato. Non possiamo appesantire settori sottoposti a una crescente concorrenza globale con continue nuove prescrizioni che, sommandosi, portano a costi insostenibili e relativi rischi di delocalizzazione.

Ho già avviato test sull'effetto cumulativo nei settori dell'acciaio e dell'alluminio, i cui risultati saranno presentati il 6 novembre. E' imminente l'avvio di nuovi test per chimica e ceramica.

Vorrei anche ringraziare il Presidente Barroso per l'azione di semplificazione normativa in linea con l'eccellente lavoro del gruppo Stoiber. Infatti, il programma REFIT, che segue la nostra consultazione sulle 10 legislazioni che pesano di più sulle imprese, è un'iniziativa decisiva per ridurre l'impatto della legislazione Ue sulla competitività delle imprese.

Già dall'entrata in vigore dello Small Business Act (SBA) nel 2008 la Commissione lavora alla riduzione degli oneri amministrativi.

Si è calcolato che il costo degli adempimenti per le imprese legati alla legislazione Ue è di circa 124 miliardi di euro. Abbiamo realizzato l'obiettivo indicato dallo SBA di ridurre del 25% tali oneri, con un risparmio – soprattutto per le PMI – stimato in 30.8 miliardi. Ma vogliamo andare oltre. Per questo abbiamo già proposto semplificazioni che toccano il 33% di detti oneri, per arrivare a un risparmio finale di oltre 41 miliardi annui.

Ad esempio, la sola esenzione per le micro imprese dagli obblighi contabili delle direttive Ue ha finora prodotto un risparmio annuo di 6.5 miliardi. La fatturazione elettronica, la semplificazione dei rimborsi del credito d'imposta, lo sportello unico per gli adempimenti amministrativi, meno regole sulla vendita online, valgono ben 26 miliardi.

Al di là degli sforzi Ue, va onestamente riconosciuto che molti vincoli derivano da una cattiva attuazione delle direttive o da norme nazionali e regionali. Per questo la logica del capro espiatorio brussellese a cui rinviare tutte le responsabilità, non aiuta.

Solo per l'Italia, il costo per le imprese degli adempimenti amministrativi supera i 27 miliardi. Eliminandone la metà si avrebbe una crescita potenziale dell'1% in più.

Sono dunque, apprezzabili, le iniziative di alcuni Stati, tra cui Svezia, Inghilterra, Slovenia, Irlanda, Finlandia e la stessa Italia, che hanno avviato azioni per semplificare il quadro normativo per le imprese. E' auspicabile che ogni Stato Ue compia sforzi analoghi.

CONCLUSIONI

Malgrado qualche timido segnale di ripresa, l'Ue non è ancora riuscita a lasciarsi alle spalle la crisi. La base industriale continua a erodersi. Dal 15.5% di PIL dello scorso anno siamo al 15,1%.

Sul fronte del lavoro la situazione è drammatica, con un giovane su due che non trova lavoro in Grecia, Portogallo, Spagna o meridione d'Italia.

Per invertire questo trend serve una forte ripresa molto più robusta.

Nonostante la forte azione della Commissione per rilanciare la competitività e le riforme degli Stati membri, vi sono ancora profondi squilibri strutturali. Il divario di produttività rimane ampio, con paesi gravati da fiscalità punitiva, limitata capacità d'innovazione, alti costi dell'energia, inadeguatezza del sistema infrastrutturale.

Tra questi, a pesare i più sono proprio i diversi livelli di efficienza della P.A. e della giustizia civile.

Abbiamo davanti a noi l'appuntamento del Consiglio europeo di febbraio, dove si tornerà a discutere, dopo molti anni al più alto livello, di politica industriale.

Per questo stiamo lavorando a un Patto per l'Industria che, nel quadro di Europa 2020, consenta di accelerare il processo di riforme - sia a livello Ue che nazionale - indispensabile per attirare nuovi investimenti industriali.

Ho già avviato una riflessione con i 28 Ministri europei dell'industria, sottolineando sia le azioni prioritarie, che il necessario rafforzamento della governance.

Il primo nodo da sciogliere è proprio quello della trasformazione delle P.A. in vere alleate delle imprese.

Senza amministrazioni efficienti gli sforzi per costruire un sistema di reti moderne, ridurre i costi dell'energia, spendere meglio i fondi Ue e avere una ricerca e una formazione più orientate al mercato, sono destinati a fallire.

I risultati ottenuti con la direttiva sui ritardi di pagamento, che in molti Stati ha avviato una vera rivoluzione, liberando molte imprese da un rapporto di sudditanza con il funzionario pubblico, ci fa capire che l'Ue può svolgere un ruolo ancora più incisivo, in un mercato interno più integrato ed efficiente.

Per questo penso a un nuovo Small Business Act che contenga non solo raccomandazioni, ma veri vincoli legali. Come, appunto, tempi e risorse certi per avviare un'impresa, ottenere una licenza o recuperare un credito.

Penso, infine, a una legislazione Ue che permetta una seconda possibilità a imprenditori onesti che sono falliti e, semplifichi il trasferimento di aziende.

In conclusione, Vorrei dare un messaggio di ottimismo. L'Europa ha un potenziale straordinario, prima di tutto in termini di capitale umano e capacità imprenditoriale. Se sapremo lasciare ancora più spazio e libertà a questo potenziale, sciogliendo i nodi che limitano la competitività, a cominciare dalle P.A. troppo intrusive e inefficienti, usciremo dalla crisi e torneremo a crescere e creare lavoro.


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