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Commissione europea

Antonio Tajani

Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per l'Industria e l'Imprenditoria

Presentazione dei rapporti sulla competitività industriale

Conferenza stampa / Bruxelles

25 Settembre 2013

Introduzione: un quadro a luci e ombre

Un anno fa la Commissione presentava una strategia per re industrializzare l'Europa, con obiettivo di passare dal 15% al 20% del PIL sul manifatturiero entro il 2020.

Oggi presentiamo due rapporti:

  • Il primo sullo stato della competitività industriale degli Stati membri;

  • Il secondo sullo stato della competitività delle industrie europee;

Da entrambi i rapporti emergono luci e ombre.

Malgrado qualche timido segnale di ripresa, l'Ue non è ancora riuscita a lasciarsi alle spalle la crisi.

Se il manifatturiero è in recupero per il secondo mese consecutivo, anche grazie ai dati positivi sull'export, la base industriale continua a erodersi. Dal 15.5% dello scorso anno siamo al 15,1%.

Sul fronte del lavoro la situazione è drammatica, con un giovane su due che non trova lavoro in Grecia, Portogallo, Spagna o meridione d'Italia.

Per invertire questo trend serve una ripresa molto più robusta. Mentre, invece, a differenza degli USA, l'Ue è ancora lontana dai livelli pre-crisi.

I dati che presentiamo oggi sono in linea col rapporto sulla competitività pubblicato un mese fa dal World Economic Forum, dove emerge che i paesi Ue hanno complessivamente perso posizioni.

Da questo rapporto risulta che gli sforzi fatti per lottare contro l’indebitamento hanno, probabilmente, deviato l’attenzione dai problemi legati alla competitività.

Allo stesso modo, i nostri rapporti, evidenziano come la radice della crisi sia il crescente differenziale di competitività tra le economie europee.

Malgrado una forte azione della Commissione, nel quadro di Europa 2020, per rilanciare la competitività e azioni di riforma in molti Stati membri, vi sono ancora profondi squilibri strutturali. Il divario di produttività rimane ampio, con paesi gravati da fiscalità punitiva, pubblica amministrazione inefficiente o tempi della giustizia eccessivi. Per non parlare della limitata capacità d'innovazione, dei costi dell'energia o, dell'inadeguatezza del sistema infrastrutturale.

Quattro gruppi e tante differenze

Il primo Rapporto sui livelli di competitività industriale nei diversi Stati Ue, individua quattro gruppi:

1. Paesi ad alto livello di competitività (Germania, Danimarca, Svezia, Austria e Lussemburgo);

2. Paesi con un livello di competitività superiore alla media Ue nella maggioranza degli indicatori (Belgio, Olanda, Regno Unito, Irlanda, Finlandia, Francia e Spagna), ma che devono ancora fare riforme;

3. Paesi con livelli di competitività medio bassa (Italia, Cipro, Portogallo, Slovenia, Malta e Grecia), sostanzialmente fermi sulle proprie posizioni;

4. Paesi con livelli di competitività bassa (Estonia, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Croazia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Romania e Bulgaria), ma che stanno progredendo.

Nel rapporto i gruppi 1 o 2 sono riuniti in un macro gruppo con tutti i paesi che hanno la maggioranza degli indicatori superiori alla media Ue.

Le pagelle sono basate su 10 indicatori selezionati tra i 30 più significativi per la competitività industriale:

(i) produttività del lavoro, (ii) livello della formazione, (iii) quote di export, (iv) capacità d'innovazione, (v) intensità energetica, (vi) costo dell'energia, (vii) contesto per il business, (viii) adeguatezza delle infrastrutture, (ix) acceso al credito, (x) livelli d'investimenti nel manifatturiero.

L'Ue amica dell'industria resta un traguardo

Il secondo Rapporto sul livello di competitività dell'industria europea rileva un miglioramento complessivo del clima imprenditoriale, della sostenibilità ambientale e un avanzo commerciale di 365 miliardi di euro.

Tuttavia, la domanda interna resta anemica. Inoltre, restano deboli gli investimenti, scesi dal 2007 di 350 miliardi (dal 21,1% al 17,7% del PIL). Se nel 2001 l'Ue attirava il 45% degli investimenti esteri globali, oggi siamo circa al 20%.

Si è deteriorata, specie per le PMI, la capacità di accesso ai finanziamenti. Il costo dell’energia – già il più elevato tra i nostri concorrenti - è ulteriormente cresciuto, circa il doppio degli USA e oltre il triplo che in Cina. Di conseguenza, ogni giorno leggiamo di qualche industria che chiude da noi per investire dove i costi energetici sono più sostenibili.

Tutti questi fattori hanno contribuito ai cattivi risultati in due ambiti vitali: produttività e occupazione. Dove perdiamo terreno rispetto a USA e Giappone.

Se il livello di produttività medio Ue è 126, quello giapponese e USA sono rispettivamente 132 e 135. Ancora più impietoso il confronto sulla disoccupazione: 7% in Usa, 3.8% in Giappone e 11% nell'Ue. Dall'inizio della crisi in Europa si sono persi quasi 4 milioni di posti nell’industria.

Come si vede dalla slide, anche sul fronte dell'innovazione non va meglio. Su 8 settori chiave nella partita globale per la leadership tecnologica e di mercato, l'Europa è avanti (non di molto) agli Usa solo su aerospazio, farmaceutico e attrezzature TLC. Su biotecnologie, computer, internet, semiconduttori e software gli Usa ci sovrastano di parecchie lunghezze.

Patto Industriale da affiancare al Patto fiscale

Dai due rapporti è evidente come nella maggior parte dei paesi Ue è in corso un processo di de industrializzazione.

Con la Comunicazione di ottobre 2012 approvata dagli Stati membri, la Commissione ha accettato la sfida di invertire il trend di declino.

Molto è stato già fatto nel quadro di Europa 2020. Per l'industria abbiamo portato avanti, tra gli altri, piani su cantieristica, auto, acciaio, costruzioni e una strategia per rafforzare l'industria della difesa e della sicurezza. Le task forces per rafforzare i sei settori traino individuati nella comunicazione - manifatturiero avanzato, tecnologie abilitanti fondamentali, bio economia, smart grids, materie prime, trasporto e costruzioni sostenibili - sono al lavoro.

Ma i dati di oggi ci dicono che dobbiamo fare di più e agire con urgenza. Un ulteriore perdita di risorse umane e capacità industriale in settori nevralgici rischia di portarci a un punto di non ritorno, rendendoci più fragili e tecnologicamente dipendenti.

Il Consiglio europeo di febbraio 2014 sarà il primo dedicato all'industria. E' un'occasione da non perdere.

Per questo stiamo lavorando alla definizione di un Patto per l'Industria che, nel quadro di Europa 2020, consenta di accelerare il processo di riforme - sia a livello Ue che nazionale - indispensabile per attirare nuovi investimenti industriali.

In proposito, ho scritto una lettera ai Ministri dell'industria dei 28 Stati membri e intendo aprire una prima discussione sui contenuti del Patto già domani nel corso del Consiglio Competitività.

Come ho anticipato ai ministri, alcune piste di riflessione riguardano sia le azioni da portare avanti, che la governance per attuarle in maniera effettiva.

I nodi da sciogliere per liberare il potenziale industriale sono noti: pubblica amministrazione alleata delle imprese, costi dell'energia sostenibile, infrastrutture moderne o, ricerca e formazione vicine al mercato.

Ma ripetere come un mantra la necessità di riforme, che talvolta aspettiamo da un decennio, non ci farà progredire. Per questo oggi voglio porre con forza il tema di una governance capace di renderle effettive.

L’esperienza passata e l'urgenza di dare prospettive alle nuove generazioni, rendono indispensabile interrogarci sulla reale efficacia degli strumenti di cui disponiamo.

Personalmente, sono convinto che per rendere più effettivo il processo di convergenza tra paesi dobbiamo rafforzare il coordinamento con gli Stati membri, non solo per le misure macro di consolidamento fiscale, ma anche per la parte micro più direttamente legata alla competitività industriale.

Credo, dunque, che Al Patto Fiscale vada affiancato un Patto per l'Industria che riequilibri e integri l'azione per la crescita, per attirare investimenti e produzione manifatturiera.

Penso che l'Europa ce la farà.

Uscire dalla crisi, re-industrializzare e tornare a crescere e creare lavoro non è una missione impossibile.

Resto ottimista, anche alla luce degli importanti passi in avanti già fatti. E' importante proseguire con forza sul percorso delle riforme.


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