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Commissione europea

José Manuel Durão Barroso

Presidente della Commissione europea

Discorso sullo stato dell'Unione 2013

Sessione plenaria del Parlamento europeo/Strasburgo

11 settembre 2013

Signor Presidente,

Presidenza del Consiglio,

Onorevoli deputati,

Signore e signori,

tra otto mesi gli elettori europei saranno chiamati a giudicare quanto abbiamo realizzato negli ultimi cinque anni.

In questi cinque anni l'Europa è stata più che mai presente nella vita dei cittadini. Se ne è parlato dovunque, nei bar come nei più popolari talk show dell'intero continente.

Permettetemi oggi di ripercorrere insieme questo cammino ma anche di guardare a quel che resta da fare e di presentare quelli che ritengo siano i capisaldi di un reale dibattito politico europeo, in vista delle prossime elezioni.

Onorevoli deputati,

esattamente cinque anni fa il governo statunitense nazionalizzava Fannie Mae e Freddie Mac e salvava l'AIG. Nello stesso momento Lehman Brothers avviava la procedura fallimentare.

Da questi eventi scaturì la crisi finanziaria mondiale, trasformatasi poi in una crisi economica senza precedenti e quindi in una crisi sociale dalle drammatiche ricadute per molti cittadini europei. Questi eventi hanno aggravato il problema del debito che ancora affligge i nostri governi. Hanno prodotto livelli allarmanti di disoccupazione, soprattutto giovanile. E ancora oggi gravano sui bilanci di famiglie e imprese.

Ma l'Europa ha saputo battersi. In questi cinque anni abbiamo reagito con determinazione. La crisi ha colpito tutti indistintamente. Abbiamo capito che dovevamo arginarla insieme. Ci siamo riusciti, ci stiamo riuscendo.

Quello che abbiamo fatto insieme per unire l'Europa durante la crisi, onestamente ci sarebbe parso impossibile cinque anni fa.

Stiamo riformando radicalmente il settore finanziario per mettere al sicuro i risparmi dei cittadini.

Abbiamo reso più fluida la concertazione tra i governi e abbiamo migliorato le procedure per ripristinare la sana gestione finanziaria e modernizzare le economie nazionali.

Abbiamo mobilitato più di 700 miliardi di euro per salvare dal baratro i paesi più colpiti dalla crisi, dispiegando il più grande sforzo di stabilizzazione tra paesi di tutti i tempi.

Ho un ricordo ancor vivido del mio incontro, lo scorso anno, con i massimi economisti di molte grandi banche europee. Per i più la Grecia avrebbe lasciato l'euro. Tutti temevano la disintegrazione della zona euro. Oggi possiamo dare una risposta chiara a queste paure: nessuno ha abbandonato o è stato costretto a abbandonare l'euro. Quest'anno l'Unione europea ha accolto il 28° Stato membro. L'anno prossimo la zona euro passerà da 17 a 18 membri.

Ciò che conta adesso è capire cosa fare di queste realizzazioni. Vogliamo valorizzarle o sminuirle? Vogliamo andarne fieri e continuare l'opera iniziata o sottovalutare i risultati dei nostri sforzi?

Onorevoli deputati,

sono di ritorno dal vertice del G-20 di San Pietroburgo e vi assicuro che, contrariamente agli ultimi anni, questa volta noi europei non abbiamo preso lezioni da nessuno su come affrontare la crisi. Al contrario, siamo stati apprezzati e incoraggiati.

E questo non perché la crisi sia finita: non è finita. La capacità di resistenza dell'Unione europea sarà ancora messa a dura prova. Eppure il nostro operato fa ritenere che stiamo superando la crisi, a condizione però di non adagiarci.

Le nostre sfide le stiamo affrontando insieme.

Dobbiamo affrontarle insieme.

In un mondo solcato da sconvolgimenti geoeconomici e geopolitici, sono fermamente convinto che solo insieme, come Unione europea, possiamo rispondere alle aspirazioni dei cittadini: promuovere e tutelare i nostri valori, i nostri interessi e la nostra prosperità nell'era della globalizzazione.

È quindi il momento di lasciare da parte problemi puramente nazionali e interessi di campanile per un vero progresso in Europa. È ora di inquadrare il dibattito con i gli elettori nazionali in una prospettiva genuinamente europea.

Che tutti coloro che hanno a cuore l'Europa, indipendentemente dal credo politico, dalla posizione ideologica o dalla provenienza, parlino per l'Europa.

Se non siamo noi i primi a farlo, non possiamo pretendere che lo facciano gli altri.

Onorevoli deputati,

abbiamo fatto molta strada dall'inizio della crisi.

Lo scorso anno, in questa stessa occasione, ho affermato che "malgrado gli sforzi le nostre risposte non hanno ancora convinto né i cittadini, né i mercati né i nostri partner internazionali".

Un anno dopo i fatti provano che i nostri sforzi cominciano a convincere. Lo spread diminuisce ovunque. I paesi più vulnerabili beneficiano di tassi di interesse più bassi. La produzione industriale cresce. Ritorna la fiducia nei mercati. Le piazze azionarie mostrano segnali positivi. Le prospettive imprenditoriali sono in costante miglioramento. La fiducia dei consumatori va nettamente crescendo.

I paesi più esposti alla crisi stanno facendo il massimo per riformare le proprie economie e si cominciano a vedere i risultati.

In Spagna il segnale delle importantissime riforme attuate e della maggiore competitività viene dalle esportazioni di beni e servizi che rappresentano ormai il 33% del PIL, un livello mai raggiunto prima dall'entrata nell'euro. L'Irlanda ha ripreso a finanziarsi sui mercati dei capitali già dall'estate 2012: il 2013 dovrebbe confermarsi il terzo anno consecutivo di crescita e le imprese cominciano a riassumere.

In Portogallo le partite correnti con l'estero, strutturalmente in disavanzo, sono prossime al pareggio e l'economia mostra segni di crescita dopo tanti trimestri di segno negativo. La Grecia è riuscita in soli tre anni a realizzare un adeguamento di bilancio spettacolare: il paese riacquista competitività e potrebbe registrare per la prima volta in decenni un avanzo primario. Anche a Cipro, che ha avviato il programma più di recente, la riforma procede secondo i tempi, ponendo le basi per una nuova crescita.

Per l'Europa la ripresa è ormai all'orizzonte.

Non per questo possiamo abbassare la guardia. Si dice "una rondine non fa primavera". È vero, dobbiamo essere realistici, non sopravvalutare il nostro operato, ma nemmeno sottovalutarlo: un trimestre di segno positivo non basta per affermare che siamo fuori dalla burrasca economica però mostra che siamo sulla strada giusta. Stando ai dati e all'andamento attuale, abbiamo buoni motivi per essere fiduciosi.

E questo deve motivarci a tener duro. Lo dobbiamo a quanti non vedono ancora la fine del tunnel, a tutti coloro che ancora non risentono degli ultimi andamenti positivi. Lo dobbiamo ai 26 milioni di europei disoccupati. Soprattutto ai giovani che ci chiedono speranza. Perché speranza e fiducia sono anch'esse parte dell'equazione economica.

Onorevoli deputati,

se oggi siamo dove siamo è perché abbiamo saputo adeguare le nostre politiche e strategie agli insegnamenti della crisi.

E quando dico "abbiamo" intendo davvero dire "noi", perché il nostro sforzo è stato comune.

In ogni singola fase voi, Parlamento europeo, avete avuto un ruolo determinante portando a termine un lavoro legislativo degno di record. Ho l'impressione che il cittadino europeo non ne sia del tutto consapevole: il vostro ruolo va riconosciuto e premiato.

Continuiamo allora a lavorare insieme per riformare le economie, rilanciare la crescita e l'occupazione e modificare l'assetto istituzionale. Solo in questo modo potremmo lasciarci alle spalle questa fase della crisi.

Rimane comunque molto da fare insieme prima della fine della legislatura e dell'attuale Commissione.

Concretamente e in primo luogo, possiamo e dobbiamo dare forma all'Unione bancaria: è la prima fase, e la più urgente, nel percorso di approfondimento dell'Unione economica e monetaria, che la Commissione ha delineato nel piano presentato lo scorso autunno.

L'iter legislativo del meccanismo di vigilanza unico è in dirittura d'arrivo. Il passo successivo sarà la valutazione indipendente delle attività bancarie da parte della BCE, prima che assuma il ruolo di supervisore.

Richiede urgente attenzione il meccanismo di risoluzione unico. La proposta della Commissione è sul tavolo da luglio e, insieme, dobbiamo fare in modo che sia adottata entro la fine della legislatura.

Solo così garantiremo che, quando falliscono le banche, non siano i contribuenti a farne le spese.

Solo così proseguiremo verso un sistema che separa il sistema bancario dal rischio sovrano.

Solo così porremo fine a uno degli effetti più allarmanti e inammissibili della crisi: la crescente frammentazione del settore finanziario europeo e dei mercati del credito e il rischio implicito di rinazionalizzazione.

Solo così ripristineremo la normale erogazione dei prestiti all'economia, soprattutto alle PMI. Perché, nonostante una politica monetaria conciliante, il credito non circola ancora come dovrebbe nell'economia dell'eurozona. La questione va risolta quanto prima.

Altro punto importante: la crescita, condizione imprescindibile per risolvere il problema più urgente, la disoccupazione. Il livello attuale di disoccupazione è economicamente insostenibile, politicamente inammissibile e socialmente intollerabile. L'intera Commissione – e sono fiero di avere tutti i commissari qui con me oggi – tutti noi siamo pronti a lavorare spalla a spalla con il Parlamento e con gli Stati membri per realizzare quanto più possibile il nostro programma per la crescita. Stiamo mobilitando tutti i nostri strumenti, alcuni dei quali, per essere sinceri, sono a livello non europeo ma nazionale. Penso soprattutto all'attuazione delle decisioni sull'occupazione giovanile e sul finanziamento dell'economia reale. Dobbiamo assolutamente scongiurare il rischio di una ripresa senza occupazione.

Per questo l'Europa deve accelerare il ritmo delle riforme strutturali. Le raccomandazioni specifiche per paese indicano il ruolo preciso degli Stati membri al riguardo.

A livello dell'Unione – perché parte del lavoro può essere fatta a livello nazionale, parte a livello europeo – dobbiamo concentrarci su ciò che più conta per l'economia reale: per prima cosa, sfruttare appieno il potenziale del mercato unico.

Il mercato unico delle merci funziona alla perfezione, e se ne vedono i benefici economici. La stessa ricetta va ora applicata alla mobilità, alle comunicazioni, all'energia, alle finanze, al commercio elettronico e ancora ad altri settori. Dobbiamo rimuovere gli ostacoli che frenano il dinamismo dei cittadini e delle imprese. Dobbiamo completare l'interconnessione dell'Europa.

Ho il piacere di annunciare che oggi la Commissione adotterà ufficialmente una proposta che segna un ulteriore passo verso il mercato unico delle telecomunicazioni. I cittadini sanno che grazie all'Europa il costo del roaming si è molto ridotto. La nuova proposta offrirà maggiori garanzie, prezzi più bassi ai consumatori e nuove opportunità alle imprese. Sappiamo che in futuro gli scambi saranno sempre più digitali. Non è paradossale che, pur avendo un mercato unico delle merci, continuiamo ad avere 28 mercati nazionali per il digitale? Come possiamo sfruttare tutte le future opportunità aperte dall'economia digitale se non completiamo questo mercato interno?

Lo stesso vale per l'agenda digitale, concepita per risolvere problemi concreti e migliorare la vita dei cittadini. La forza della futura base industriale europea dipende da una connettività di qualità per cittadini e imprese, che va però adeguatamente coniugata con la protezione dei dati personali e la tutela della vita privata, perché il modello europeo si basa sulla fiducia dei cittadini. Sia sul fronte interno che esterno è di capitale importanza per la Commissione europea adottare la proposta di legge sulla protezione dei dati.

Il mercato unico è il volano della competitività e dell'occupazione. Adottando nei prossimi mesi le rimanenti proposte dell'Atto per il mercato unico I e II e dando attuazione del Meccanismo per collegare l'Europa potremo gettare le basi della prosperità futura.

Alla trasformazione dinamica su scala mondiale deve anche corrispondere un rinnovato dinamismo su scala europea. Ecco perché dobbiamo investire di più nell'innovazione e nella tecnologia e dare maggiore centralità alla scienza. Credo molto nella scienza, nella capacità della mente umana e di una società creativa di risolvere i problemi. Il mondo sta cambiando radicalmente e sono convinto che molte soluzioni scaturiranno, in Europa come nel resto del mondo, dai nuovi studi scientifici e dalle nuove tecnologie. E vorrei che l'Europa fosse alla guida di questo processo globale. Per questo motivo noi, Parlamento e Commissione, abbiamo dato tanta centralità al programma Orizzonte 2020 nelle discussioni sul bilancio dell'UE.

Ecco perché il bilancio dell'UE serve a investire nelle competenze, nell'istruzione e nella formazione professionale: per dinamizzare e sostenere i talenti. Ecco perché abbiamo insistito sul programma Erasmus Plus.

Nella stessa logica il prossimo autunno presenteremo altre proposte per una politica industriale al passo con il XXI secolo, e mobiliteremo il sostegno alle PMI, convinti che una base industriale forte e dinamica sia indispensabile per rendere forte l'economia europea.

I nostri obiettivi 20-20-20 ci permettono di lottare contro i cambiamenti climatici e di indirizzare l'economia verso la crescita verde e l'efficienza delle risorse, riducendo i costi e creando posti di lavoro.

Entro la fine dell'anno presenteremo una serie di proposte concrete nell'ambito del quadro per le politiche dell'energia e del clima all'orizzonte 2030. Parallelamente continueremo a ispirare l'agenda internazionale: entro il 2015 prevediamo di siglare con i nostri partner un accordo globale per il clima, legalmente vincolante. L'Europa non può combattere da sola contro i cambiamenti climatici: abbiamo veramente bisogno della partecipazione di tutti. E continueremo a esaminare le ricadute dei prezzi dell'energia sulla competitività e sulla coesione sociale.

Tutti questi fattori di stimolo della crescita rientrano nel programma "Europa 2020" che è quanto mai urgente attuare nella sua integralità. In alcuni casi dobbiamo andare addirittura oltre.

Dobbiamo quindi continuare a realizzare l'agenda commerciale, iniziativa dinamica e solida che mira a collegare maggiormente l'Europa ai mercati in crescita dei paesi terzi e a garantirle un posto nella catena dell'approvvigionamento mondiale. Mentre la maggior parte dei cittadini crede che stiamo perdendo terreno nel commercio mondiale, in realtà abbiamo un'eccedenza commerciale significativa e in crescita, di oltre 300 miliardi di euro l'anno, in beni, servizi e agricoltura. Dobbiamo approfittare di questo vantaggio. Anche questo fronte richiederà la massima attenzione nei prossimi mesi, in particolare nel partenariato transatlantico su commercio e investimenti con gli Stati Uniti e nei negoziati con il Canada e il Giappone.

Ultimo ma non meno importante: perfezionare il nostro lavoro di squadra per attuare il quadro finanziario pluriennale, il bilancio europeo. Il bilancio dell'Unione è lo strumento più concreto che abbiamo per stimolare gli investimenti; in alcune delle nostre regioni, che non possono ricorrere a fonti di finanziamento nazionali, è l'unico mezzo per ottenere investimenti pubblici.

Il Parlamento europeo e la Commissione non hanno ottenuto le risorse che avrebbero voluto. Abbiamo lottato insieme. Eppure un solo esercizio finanziario dell'UE smuove più fondi — a prezzi correnti — dell'intero piano Marshall! Facciamo in modo che i programmi possano iniziare dal 1º gennaio 2014 e che i risultati siano percepiti nel concreto. Sfruttiamo tutte le forme di finanziamento innovative, dagli strumenti già disponibili ai fondi della BEI, fino alle obbligazioni di progetto.

Dobbiamo onorare l'impegno assunto a luglio.

La Commissione intende essere di parola. Già questo mese presenteremo il secondo bilancio rettificativo per il 2013. Non c'è tempo da perdere, non c'è spazio per gli ostruzionismi. Chiedo agli Stati membri di evitare tentennamenti.

Non lo ripeterò mai abbastanza: non possiamo pensare di convincere con la retorica o con le promesse. Ci vogliono realizzazioni comuni concrete, dobbiamo far vedere ai cittadini che l'Europa ha risolto molti dei loro problemi. L'Europa non ne è la causa, l'Europa è parte della loro soluzione.

Ho indicato in dettaglio il da farsi nella mia lettera odierna al presidente del Parlamento europeo, che tutti voi avete ricevuto. Non intendo soffermarmi ora sul programma dell'anno prossimo.

Ora voglio solo essere chiaro: abbiamo ancora tanto da concludere insieme prima delle elezioni. Non è il momento di gettare la spugna, è il momento di rimboccarsi le maniche.

Onorevoli deputati,

niente di tutto ciò sarà facile. Ci aspettano tempi di sfide, un'autentica prova di stress per l'Unione. Il cammino della riforma permanente e profonda è tanto impervio quanto inevitabile. Non dobbiamo illuderci: non c'è ritorno possibile alla normalità. C'è chi crede che dopo tutto tornerà come prima. Crede male, questa crisi è diversa. È una crisi strutturale non congiunturale. Non torneremo alla vecchia normalità, dovremo invece creare una nuova normalità. Viviamo un periodo storico di trasformazione: non dobbiamo limitarci a dichiararlo, dobbiamo capirlo. Dobbiamo trarne tutte le conseguenze, anche per il nostro atteggiamento mentale e il nostro modo di reagire ai problemi.

Già i primi risultati ci dicono che è possibile.

E tutti sappiamo, per esperienza, che è necessario.

In un momento come questo di esile ripresa, il rischio peggiore è ai miei occhi una ricaduta politica: mancanza di stabilità e mancanza di determinazione. Negli ultimi anni abbiamo visto come ogni minimo dubbio sull'impegno riformista dei governi sia stato immediatamente punito. Al contrario, decisioni forti e convincenti hanno effetti decisivi immediati.

In questa fase della crisi, i governi devono soprattutto assicurare la certezza e la prevedibilità che mancano ancora ai mercati.

Voi tutti conoscete Giusto Lipsio, l'influente umanista del XVI secolo famoso per il celebre trattato De Constantia. Justus Lipsius è anche il nome dell'edificio in cui ha sede il Consiglio a Bruxelles.

Lipsio scriveva che la costanza è un diritto e una forza inalienabile dello spirito che eventi esterni o casuali non possono né effondere né frenare. Solo questa forza dello spirito, che si basa sul giudizio e sulla ragione, può essere un faro nei momenti di confusione e di apprensione.

È mio auspicio che di questi tempi così difficili tutti – compresi i rappresentanti dei governi che si riuniscono nell'edificio Justus Lipsius – abbiano quella determinazione, quella perseveranza nell'attuare le loro stesse decisioni. Perché uno dei nostri primi doveri è per l'appunto la coerenza: prendere decisioni ma poi saperle applicare nella pratica.

Onorevoli deputati,

è del tutto normale che in questi anni i nostri sforzi per superare la crisi economica abbiano oscurato tutto il resto.

Ma la nostra idea dell'Europa non può limitarsi all'economia. Siamo molto più di un mercato. L'ideale europeo tocca le fondamenta stesse della società europea. È un ideale che si nutre di valori – e sottolineo "valori" – e di una fede incrollabile nelle norme politiche, sociali e economiche che fondano la nostra economia di mercato sociale.

Nel mondo odierno l'Unione è l'indispensabile custode di questi valori e queste norme e la promotrice dei diritti dei cittadini: protezione dei consumatori e diritto del lavoro, diritti delle donne e rispetto delle minoranze, normativa ambientale e protezione dei dati e della vita privata.

Che si tratti di difendere i nostri interessi negli scambi internazionali, di assicurare l'approvvigionamento energetico o di ripristinare il senso di giustizia lottando contro la frode e l'evasione fiscale, solo agendo come Unione riusciremo a esercitare il nostro peso sull'arena mondiale.

Che si tratti di mettere a frutto gli aiuti allo sviluppo e umanitari che versiamo ai paesi in via di sviluppo, di gestire le frontiere esterne comuni o di sviluppare in Europa una politica forte di sicurezza e di difesa, solo integrandoci di più riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi.

Non ci sono dubbi: la nostra coerenza interna e il nostro peso internazionale sono intrinsecamente connessi, la nostra attrazione economica e la nostra trazione politica sono le facce di una stessa medaglia.

Chi può seriamente credere che, se l'euro avesse fallito, avremmo avuto – noi o i nostri Stati membri – ancora un briciolo di credibilità internazionale?

L'allargamento è riuscito a guarire ferite storiche profonde, a far sorgere democrazie al di là di ogni aspettativa. Quanti di noi ne sono consapevoli? La politica di vicinato è stata ed è tuttora lo strumento migliore per garantire sicurezza e prosperità in regioni strategiche per l'Europa. Cosa saremmo senza tutto questo?

Oggi paesi come l'Ucraina cercano più che mai di stringere rapporti con l'Unione europea, attratti dal nostro modello economico e sociale. Non possiamo voltar loro le spalle. Non possiamo accettare nessun tentativo di limitarne le scelte sovrane. Il libero arbitrio e il libero consenso vanno rispettati. Sono questi i principi che presiedono al partenariato orientale e che promuoveremo al vertice di Vilnius.

Quanti ricordano ancora le ferite inferte all'Europa dai conflitti dello scorso secolo e come l'integrazione europea sia stata la risposta giusta?

L'anno prossimo ricorre il centenario dello scoppio della prima guerra mondiale. Una guerra che ha dilaniato l'Europa, da Sarajevo alla Somme. Dare la pace per scontata sarebbe un gravissimo errore. Non dimentichiamo che è grazie all'Europa se i nemici di ieri collaborano oggi fianco a fianco allo stesso tavolo. È solo grazie alla mediazione dell'Unione e alla prospettiva europea se la Serbia e il Kosovo hanno raggiunto un accordo.

Il Premio Nobel per la pace dello scorso anno ha ricordato le nostre conquiste storiche: l'Europa è un progetto di pace.

Dobbiamo esserne più consapevoli. A volte penso che non dovremmo vergognarci di essere orgogliosi. Non dico arroganti, solo più orgogliosi. Dobbiamo guardare al futuro con la saggezza del passato.

A tutti coloro che esultano per le difficoltà dell'Europa e vorrebbero annullare l'integrazione e tornare all'isolamento, voglio dire oggi: l'Europa delle divisioni, della guerra, delle trincee non è ciò che i cittadini si aspettano né si meritano. Il continente europeo non ha mai goduto, nella sua lunga storia, di una pace così duratura come da quando è nata la Comunità europea. È nostro dovere preservare la pace e fare in modo che perduri.

Onorevoli deputati,

forti per l'appunto dei nostri valori affrontiamo l'esecrabile situazione siriana, che da mesi mette a dura prova la coscienza internazionale. L'Unione europea ha guidato la risposta umanitaria internazionale erogando aiuti per circa 1,5 miliardi di euro, 850 milioni dei quali prelevati direttamente dal bilancio dell'Unione. La Commissione farà quanto in suo potere per aiutare il popolo siriano e i profughi siriani nei paesi vicini.

Pensavamo di esserci lasciati per sempre alle spalle questi orrori. L'uso di armi chimiche è un abominio che merita una chiara condanna e una risposta ferma. La responsabilità di sanzionare questi atti e mettere fine al conflitto spetta alla comunità internazionale tutta intera, sotto l'egida dell'ONU. La proposta di mettere sotto controllo internazionale l'arsenale chimico siriano rappresenta uno sviluppo potenzialmente positivo. Spetta ora al regime di Damasco dimostrare che attuerà il provvedimento senza indugi. In Europa siamo convinti che solo una soluzione politica potrà ridare al popolo siriano la pace duratura che merita.

Onorevoli deputati,

c'è chi sostiene che un'Europa più debole renderebbe più forte il proprio paese, che l'Europa è un peso di cui sarebbe meglio liberarsi.

La mia risposta è chiara: noi tutti abbiamo bisogno di un'Europa unita, forte e aperta.

Nel dibattito che riecheggia attualmente in tutta Europa la vera domanda è: vogliamo migliorare l'Europa o tirarci indietro?

La mia risposta è chiara: diamoci da fare!

Se non vi piace questa Europa, rendetela migliore!

Trovate il modo per rafforzarla, al suo interno come sulla scena internazionale, e avrete in me il più fermo sostenitore. Trovate soluzioni che rispettino la diversità senza discriminare, e sarò sempre al vostro fianco.

Ma non voltate le spalle all'Europa.

Sono il primo a riconoscerlo: come ogni impresa umana, questa Unione non è perfetta.

Si pensi alle controversie sulla divisione dei compiti tra il livello nazionale e quello europeo: non troveranno mai una soluzione definitiva.

Anch'io sono un fermo sostenitore della sussidiarietà. La sussidiarietà non è un concetto tecnico ma un principio democratico fondamentale. Per rinsaldare l'unione tra i cittadini europei occorre che le decisioni siano adottate nel modo più trasparente e più vicino alla gente.

Non tutto va deciso a livello europeo. L'Europa deve intervenire solo quando può apportare valore aggiunto. Se non può, non si deve immischiare. L'Unione europea deve essere grande per le grandi cose e piccola per le piccole cose - un aspetto che può esserci sfuggito in passato. L'UE deve avere la capacità di fissare priorità positive e negative. Come ogni governo, deve avere particolare cura della qualità e della quantità delle norme che emana, secondo la massima di Montesquieu: "les lois inutiles affaiblissent les lois nécessaires". [le leggi inutili indeboliscono quelle necessarie]

Esistono però, onorevoli deputati, settori particolarmente importanti in cui l'Europa deve essere più integrata e più unita. Settori in cui solo un'Europa forte può ottenere risultati.

Il nostro orizzonte politico deve essere un'Unione politica, come ho già detto lo scorso anno. E non è solo la rivendicazione di un sostenitore dell'Europa, è la condizione indispensabile per consolidare i progressi fatti e garantirsi un futuro. In ultima analisi, la solidità delle nostre politiche, soprattutto dell'Unione economica e monetaria, dipende dalla credibilità del sostrato politico e istituzionale su cui si fondano.

Per questo motivo il Piano per un'Unione economica e monetaria autentica e approfondita non si limita agli aspetti economici e monetari, ma sottolinea la necessità di approfondire l'assetto istituzionale, indicandone possibilità e limiti nel medio e lungo termine. La Commissione continuerà a provvedere alla sua attuazione, passo per passo, fase per fase.

E confermo l'intenzione annunciata lo scorso anno di proporre, prima delle elezioni europee, nuove idee concrete sul futuro dell'Unione e su come consolidare e approfondire il metodo e l'approccio comunitario nel lungo periodo, in modo da favorire un vero e proprio dibattito europeo. Le mie proposte definiranno i principi e gli orientamenti necessari per una vera Unione politica.

Onorevoli deputati,

potremo raccogliere le sfide solo se i nostri obiettivi fondamentali troveranno il più vasto consenso.

Sul piano politico non dobbiamo lasciarci dividere dalle differenze fra chi è dentro la zona euro e chi ne è fuori, tra il centro e la periferia, tra il nord e il sud, tra oriente e occidente. L'Unione europea deve rimanere un progetto per tutti i suoi membri, una comunità di pari.

Sul piano economico l'Europa è da sempre capace di colmare le lacune tra paesi, regioni e persone. E tale deve rimanere. L'Europa non può fare il lavoro al posto degli Stati membri. La responsabilità è loro ma possiamo, anzi dobbiamo, integrarla con la responsabilità e la solidarietà dell'Europa.

Per questo motivo nei prossimi mesi sarà prioritario potenziare la dimensione sociale, in collaborazione con le parti sociali. La Commissione pubblicherà il 2 ottobre la comunicazione sulla dimensione sociale dell'Unione economica e monetaria. La solidarietà è un ingrediente di base dell'appartenenza all'Europa, un qualcosa di cui andare fieri.

Salvaguardare valori come lo Stato di diritto è uno dei compiti per cui esiste l'Unione europea e che ha sempre assolto, dalla sua nascita fino ai più recenti allargamenti.

Nell'ultimo discorso sullo stato dell'Unione, in un momento particolarmente critico per lo Stato di diritto nei nostri Stati membri, ho accennato alla necessità di superare la dicotomia tra il "potere leggero" della persuasione politica e l'"opzione nucleare" dell'articolo 7 del trattato, cioè sospendere i diritti di uno Stato membro.

L'esperienza insegna quanto sia importante che la Commissione agisca in veste di arbitro indipendente e obiettivo. Per far tesoro di questa esperienza dovremmo dotarci di un quadro più generale che, informato al principio dell'uguaglianza fra gli Stati membri, intervenga solo quando sussiste un serio rischio sistemico per lo Stato di diritto, in funzione di parametri predefiniti.

La Commissione presenterà una comunicazione in tal senso. Penso che sia un dibattito fondamentale per definire la nostra idea di Europa.

Il che non significa limitare la sovranità e la democrazia nazionale, bensì dotarsi di un solido meccanismo europeo che faccia tornare i conti quando sono i gioco principi comuni fondamentali.

Esistono valori non negoziabili che l'UE e i suoi Stati membri dovranno difendere sempre e comunque.

Onorevoli deputati,

la polarizzazione generata da questa crisi getta ombre su tutti noi e sul progetto europeo.

Noi, legittimi rappresentanti politici dell'Unione europea, possiamo invertire la tendenza. Voi, rappresentanti democratici dell'Europa direttamente eletti, sarete in prima linea nel dibattito politico. Il problema che vi pongo è: quale immagine dell'Europa sarà presentata agli elettori? La versione autentica o la caricatura? Il mito o la realtà? La versione sincera, ragionevole o quella estremista e populista? La differenza non è da poco.

So già che qualcuno vorrà incolpare l'Europa della crisi e delle difficoltà.

Ma noi possiamo ricordare agli elettori che l'Europa non è all'origine di una crisi che in realtà è scaturita dalla cattiva gestione delle finanze pubbliche dei governi nazionali, e dal comportamento irresponsabile dei mercati finanziari.

Possiamo spiegare come l'Europa abbia operato per risolvere la crisi e cosa avremmo perso se non fossimo riusciti a difendere il mercato unico (che era effettivamente in pericolo) e la moneta unica (perché qualcuno prevedeva la fine dell'euro) e se non avessimo coordinato gli sforzi di ripresa e la iniziative per l'occupazione.

Alcuni diranno che l'Europa costringe i governi a tagliare la spesa.

Ma noi possiamo ricordare agli elettori che il debito pubblico era fuori controllo già prima della crisi, non a causa ma nonostante l'Europa. Possiamo aggiungere che se non perseveriamo in questo sforzo a farne le spese saranno i più vulnerabili e più tardi i nostri stessi figli. La verità è che gli Stati, che siano dentro o fuori dalla zona euro, che siano in Europa o nel resto del mondo, si stanno tutti dando da fare per alleviare il peso che grava sulle loro finanze pubbliche.

Alcuni faranno campagna elettorale dicendo che abbiamo dato troppi soldi ai paesi più vulnerabili. Altri diranno che ne abbiamo dati troppo pochi.

Ma ognuno di noi può spiegare come abbiamo agito e perché: esiste un legame diretto tra i crediti di un paese e le banche di un altro, tra gli investimenti di un paese e le imprese di un altro, tra i lavoratori di un paese e i datori di lavoro di un altro. Questa interdipendenza fa sì che solo le soluzioni europee funzionino.

Agli elettori dico che quando si è nella stessa barca, non si può dire "la tua parte della barca sta affondando". Eravamo nella stessa barca quando le cose andavano bene e ci restiamo quando le cose vanno male.

Alcuni faranno campagna dicendo: l'Europa ha acquisito troppo potere. Altri sosterranno che l'Europa interviene sempre poco e troppo tardi. È curioso che talvolta quelli che dicono che l'Europa non interviene abbastanza sono gli stessi che rifiutano di darle i mezzi necessari per fare il necessario.

Potremo allora spiegare che sono gli Stati membri che hanno affidato all'Europa compiti e competenze. L'Unione europea non è una potenza straniera: è il risultato di decisioni democratiche prese dalle istituzioni europee e dagli Stati membri.

Allo stesso tempo dobbiamo riconoscere che in alcuni ambiti l'Europa non ha ancora il potere di agire come le viene richiesto: un fatto troppo spesso dimenticato da coloro – e non sono pochi - che amano attribuire sempre tutti i successi agli Stati e tutti i fallimenti all'Europa. Per concludere, ciò che abbiamo e che non abbiamo è il risultato del processo decisionale democratico: penso che dovremmo ricordarlo ai cittadini.

Signore e signori,

Signor Presidente,

Onorevoli deputati,

mi auguro che il Parlamento europeo affronti questa sfida con tutto l'idealismo che lo caratterizza, e facendo appello al realismo e alla determinazione che ci vengono richiesti.

Gli argomenti ci sono.

I fatti parlano.

L'agenda è fissata.

Tra otto mesi gli elettori decideranno.

Ora spetta a noi parlare per l'Europa.

Per farlo, dobbiamo usare i prossimi otto mesi per concludere tutto il possibile, perché c'è ancora molto da fare.

Adottare e attuare il bilancio, il quadro finanziario pluriennale, è fondamentale per gli investimenti in tutte le regioni europee, ed è indispensabile per la prima priorità che abbiamo: la lotta contro la disoccupazione, soprattutto la disoccupazione giovanile.

Far progredire e attuare l'unione bancaria è cruciale per affrontare il problema del finanziamento di imprese e PMI.

Queste sono le nostre evidenti priorità: occupazione e crescita.

Il nostro lavoro non è finito, anzi: è nella sua fase decisiva.

Perché, onorevoli deputati, le elezioni non riguardano solo il Parlamento europeo - così come non riguardano la Commissione europea o il Consiglio, né questo o quel personaggio politico.

Riguardano l'Europa.

Saremo giudicati insieme.

E allora lavoriamo insieme — per l'Europa.

Con passione e con determinazione.

Non dimentichiamo: un secolo fa l'Europa stava scivolando senza accorgersene nella catastrofe della guerra del 1914.

Per il prossimo anno, nel 2014, mi auguro che l'Europa sia uscita dalla crisi più unita, più forte e più aperta.

Grazie per la vostra attenzione.


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