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Commissione europea

Antonio TAJANI

Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per l'Industria e l'Imprenditoria

Conferenza "Riscoprire la crescita. Fiducia e investimenti"

Unione Parmense degli Industriali/Parma

7 Dicembre 2012

L'Europa di oggi ricorda quei malati dei tempi passati circondati da medici che applicavano, come cura universale per tutti i sintomi, il salasso. Causando spesso l'aggravarsi della malattia per indebolimento del povero paziente…

Tutti quanti vogliamo che l'Europa torni in salute. Ma una cura di sola austerità, non affiancata dalle nuove energie che possono arrivare solo da investimenti mirati per competitività e crescita, rischia di peggiorare la malattia. Come dimostrano le recenti stime della Commissione sullo stato comatoso dell'economia Ue.

Il "salasso" imposto agli Stati più in difficoltà ha accentuando le divergenze all'interno dell'Ue. Tra il 2008 e il 2012 il PIL in Italia è calato del 6.8%, in Spagna del 5.4%; mentre in Germania è aumentato di 1.7%. Trend analogo per la disoccupazione: calata del 2.4% in Germania, cresciuta del 4.4% in Italia e 15.5 in Spagna. Senza contare l'abisso in cui è precitata la Grecia e recenti dati che indicano che ¼ degli europei è a rischio povertà.

L'eccesso di austerità – non bilanciata da azioni per la crescita – rischia di essere socialmente insostenibile, con crescenti difficoltà nel condividere il progetto europeo.

Bene, dunque, questo evento che mette la barra sulla crescita e sugli investimenti, promosso da un'associazione industriale di una regione leader per capacità di fare industria e innovare; e che, come si è visto dai dati presentati oggi, continua a investire.

Dobbiamo agire prima che sia tardi. Dalla fine degli anni 90 l'Europa ha avuto un forte declino industriale. La crisi ha accelerato questo processo, con la perdita di 3 milioni di posti nell'industria e la quota di PIL legata al manifatturiero scesa al 15.6%. Indebolire ancora il tessuto produttivo potrebbe portarci a un punto di non ritorno.

L'industria, come un organismo vivente, non sopravvivrebbe a una delocalizzazione massiccia, con l'amputazione di organi vitali, senza più un tessuto organico. Pensare di uscire dalla crisi col solo consolidamento fiscale, nel mezzo di una desertificazione produttiva, è una pericolosa illusione.

Il baricentro della produzione manifatturiera si è sempre più spostato verso i paesi emergenti. Dal 2007 la Cina con +7,7 è arrivata al 21,7%, superando USA (14,5%) e l’UE a 15 (calata dal 27,1% al 21,0%).

E le cose non sembrano migliorare. La produzione industriale Ue a settembre è scesa del 2,5%. La crescita resta piatta. La disoccupazione supera i 23 milioni. In Italia siamo ormai al record dal dopoguerra e il 35% di giovani senza lavoro deve far riflettere sulla gestione della crisi.

La perdita di base industriale non è stata una fatalità. Corrisponde a errori e valutazioni politiche alla radice dell'attuale crisi. Basti pensare che fino a poco tempo fa in molti parlavano di un'Europa con un futuro post industriale, concentrata su servizi e finanza. Come se una pianta potesse svilupparsi fuori dalla terra, senza più radici. Lo strabismo europeo è palese se si guarda agli aiuti di Stato autorizzati durante la crisi: 81 miliardi all'industria, 4200 a banche e finanza.

Ci si è accorti con ritardo che senza manifatturiero non si riesce più a innovare, a esportare, a creare lavoro. L'80% dell'innovazione e 2/3 dell'export vengono dall'industria e, per ogni posto nel manifatturiero se ne creano da uno a due nei servizi. La crisi ha dimostrato che i paesi Ue che hanno meglio retto sono quelli con una base industriale solida.

Malgrado queste evidenze, l'Europa è stata perlomeno distratta, dando talvolta l'impressione di remare contro l'industria, con regole, standard, burocrazia e altri costi che hanno fatto fuggire imprese e scoraggiato investimenti.

UN'EUROPA PIU AMICA DELL'INDUSTRIA

Come il personaggio di Candide, ci siamo forse un po' illusi di vivere "nel migliore dei mondi possibili"; di poter diventare, da soli, indipendentemente da quanto accadeva fuori, nel mezzo di una concorrenza globale sempre più agguerrita, un modello per il resto del mondo; con legislazioni d'avanguardia, da primi della classe. Il problema è che il resto del mondo, spesso, non ci ha seguito. Ma noi abbiamo finto che questo non avesse ripercussioni sulla competitività di chi restava a produrre in Europa. Purtroppo non è stato cosi.

Questa disparità, ad esempio, non si è quasi mai riflessa nella nostra politica commerciale. Abbiamo abbassato tariffe e barriere tecniche senza considerare le divergenze di costi legati a standard ambientali o sociali diversissimi. Creando uno svantaggio, spesso insostenibile, in un mercato globale sempre più aperto.

Nella lotta ai cambiamenti climatici è assolutamente meritevole avere target e regole severe sulle emissioni. Ma continuare una corsa sempre più solitaria, imponendo ulteriori oneri all'industria, significa andare contro il nostro stesso obiettivo di frenare il surriscaldamento. Col costo dell'energia più alto al mondo stiamo spingendo alla delocalizzazione verso chi si alimenta col carbone inquinante e non ha regole sulle emissioni. E non credo che questo aiuterà il nostro clima…

Forse è giunto il momento di ragionare su azioni più efficaci, che stimolino l'innovazione e la competitività della nostra industria, incoraggiandola a restare in Europa e a sviluppare soluzioni tecnologiche alle sfide di sostenibilità, scarsità delle risorse e sicurezza energetica che abbiamo davanti. Ossia, una politica fatta di meno regole punitive e target irrealistici e, di più investimenti per ricerca e innovazione vicino all'industria.

Anche l'incapacità europea di garantire con un'azione comune credibile l'accesso a materie prime strategiche può diventare un fattore di delocalizzazione. Se la Cina controlla oltre il 90% delle terre rare e l'Ue non è grado di ottenere accessi alternativi o trovare nuovi siti estrattivi, si costringe la nostra industria a migrare.

Talvolta applichiamo regole di concorrenza tarpando le ali a potenziali campioni europei sull'arena mondiale. O interpretiamo con rigidità il Patto di Stabilità bloccando investimenti in ricerca e infrastrutture voluti dalla stessa Ue; o non consentendo agli Stati di pagare debiti arretrati e mettendo a rischio la sopravvivenza delle imprese.

E' dunque urgente che l'Europa cambi profondamente, liberandosi dai dogmi e guardando alla realtà della propria industria; riconciliandosi con lei.

FERMARE IL DECLINO INDUSTRIALE

Per questo il 10 ottobre abbiamo proposto una strategia europea per re industrializzare l'Europa, invertendo il processo di declino per passare dall'attuale 15.6% a il 20% di PIL legato a manifatturiero entro il 2020.

Per fare questo, dobbiamo darci priorità chiare e focalizzare le nostre energie su alcuni pilastri:

(i) credito, (ii) accesso ai mercati, (iii) formazione, (iv) più investimenti per innovazione industriale.

(i) Accesso ai capitali: Malgrado i 1000 miliardi della BCE un'impresa su tre non ottiene il credito richiesto. In molti Stati le banche hanno chiesto il rientro di fidi e ora stentano a erogare credito. Inoltre, gli Stati hanno accumulato 180 miliardi di debiti scaduti – di cui la metà in Italia - nei confronti delle imprese che sono la causa di circa 1/3 dei fallimenti in Europa.

Va attuata la strategia europea per l'accesso al credito, con un mercato Ue per i venture capital, più fondi europei a garanzia di prestiti, maggiore ruolo della BEI, attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento, e un'applicazione di Basilea 3 che non penalizzi le PMI.

(ii) Accesso ai mercati: va completato il mercato interno togliendo barriere residue e costi inutili per l'industria. Su questa linea, è stato da poco approvata la nostra proposta per un sistema di standardizzazione più efficiente che favorisca competitività e innovazione. Promuoveremo anche il miglioramento della conformità, sicurezza dei prodotti e lotta alle frodi; introducendo un sistema di tracciabilità, che consenta di verificare l'origine anche geografica di un prodotto.

Dobbiamo accelerare l'apertura alla concorrenza del trasporto ferroviario, marittimo e aereo; e di quello dell'energia per ridurne i costi, tra i maggiori handicap per chi produce in Europa. E' urgente attuare un piano d'infrastrutture, anche con reti "intelligenti" basate sulle tecnologie digitali e della navigazione satellitare. Il 12 ottobre abbiamo messo in orbita altri due satelliti della costellazione Galileo, prima infrastruttura al 100% europea che dal 2014 con fornirà i primi servizi operativi.

Da qui al 2020 il 70% della nuova crescita sarà nelle economie emergenti. Serve una “diplomazia” economica e commerciale Ue pragmatica, fuori da dogmatismi liberisti, che sappia garantire un effettivo accesso ai mercati e alle materie prime a condizioni eque. Dobbiamo presentarci uniti e valorizzare il grande capitale di tecnologia e saper fare industriale, vero punto di forza dell'Ue con i paesi terzi. Dal 2011 ho intrapreso una serie di "missioni per la crescita" con rappresentanti d'industria e PMI che ho inaugurato in vari paesi dell'America Latina, Messico e USA; e che continueranno a novembre in Egitto, Marocco e Tunisia.

(iii) Sistema di educazione e formazione: deve essere molto più vicino alle imprese, con università e centri di ricerca meno autoreferenziali e integrati in rete di cluster. Con un giovane su tre senza lavoro in molte aree Ue non è più sostenibile avere imprese che non trovano figure professionali adeguate. La Comunicazione vuole avvicinare la domanda e l'offerta di lavoro sostenendo la formazione e il raccordo con le imprese.

(iv) Più risorse sull’innovazione industriale:

Nella proposta di bilancio UE 2014-2020 la R&S e innovazione passa da 54 a 80 miliardi e vengono aumentati i fondi strutturali destinati all'innovazione. Sarebbe disastroso se gli Stati penalizzassero nei negoziati sul futuro bilancio questi fondi che sono essenziali per aiutare la crescita e la competitività industriale.

Oltre a maggiori risorse, serve più ricerca applicata, clusters con Università e centri di ricerca che abbiano effettive ricadute industriali, anche sul modello del distretto biomedico o agroalimentare e, di altre eccellenze della vostra regione.

Dobbiamo muoversi in fretta. Molti nostri concorrenti investono maggiori risorse e in modo più efficace. Ad esempio, nel settore delle tecnologie abilitanti fondamentali Cina e Usa stanno destinando rispettivamente il 90% e 76% dei fondi a ricerca applicata e sviluppo, a fronte del solo 18% Ue.

Tutti i comparti industriali, come le tessere di un mosaico, sono essenziali. Ma avere una strategia significa non disperdere risorse in mille rivoli; e focalizzarsi su poche priorità. Per la prima volta la Commissione identifica sei aree ad alta potenzialità, con ricadute trasversali su tutti i settori: manifatturiero avanzato, tecnologie fondamentali abilitanti, biotecnologie, veicoli puliti, edilizia sostenibile e materie prime e reti intelligenti. Qui vanno concentrati fondi Ue e nazionali e azione della BEI. Ma, oltre a risorse pubbliche che facciano da volano, per attirare investimenti privati sarà essenziale un quadro di regole e standard chiaro, prevedile e stabile che favorisca competitività e l'innovazione senza ostacoli e costi inutili per l'industria.

In generale, tutta l'azione europea dovrà essere coerente con l'impegno per la re-industrializzazione, a cominciare dalla politiche su ricerca, commercio, concorrenza, mercato interno, energia o ambiente.

La Comunicazione propone di creare delle task force con rappresentanti di Commissione, industria e Stati membri per lavorare a dei piani d'azione.

RICONCILIARE ITALIA E IMPRESE

Malgrado azioni riformatrici avviate da questo e dal precedente governo, le cose da fare restano molte. L'Italia, 42esima nella classifica sulla competitività del World Economic Forum, è promossa solo su 7 dei 30 indicatori del rapporto sulla competitività industriale che ho presentato a ottobre. La nostra produttività del lavoro si ferma a 48 punti; solo il 30% del PIL è legato all'export rispetto al 50% tedesco; siamo tra gli ultimi per capacità d'innovazione, qualità delle infrastrutture e contesto favorevole al business; l'elettricità è la più cara d'Europa, e lo Stato paga in media in 180 giorni a fronte dei 41 tedeschi. Tra tutti questi "handicap" quello, giustamente, percepito come più grave è la pressione fiscale. Un recente studio della Banca Mondiale evidenzia che le aziende italiane sono le più tartassate d’Europa, con un carico fiscale pari al 68,3% a fronte di una media europea del 42,6%, e di una media mondiale sotto il 45%.

Anche i tempi della giustizia non aiutano l'impresa: sempre secondo la Banca Mondiale, un imprenditore italiano impiega 642 giorni in più della media Ue per far rispettare un accordo contrattuale. A danneggiare le imprese sono anche gli alti livelli di corruzione. Recenti stime collocano l'Italia a 3.9 su una scala da 1 a 10, dove l'uno corrisponde al livello più alto.

RIFORME STRUTTRALI PER MENO TASSE

Condivido pienamente le priorità di Confindustria: tagli fiscali su impresa e lavoro, riforma della Pubblica Amministrazione, riduzione degli altri gap di competitività.

Le aziende che rischiano di fallire per restare in piedi non esitano a fare sacrifici. Gli Stati devono entrare in quest'ottica. Non è più possibile compensare con nuove tasse il fabbisogno finanziario. Cosi si finisce solo per drenare risorse dal privato al pubblico aggravando la recessione e i conti. Serve una cura dimagrante per lo Stato. Non tagli lineari ma selettivi, riallocare le risorse per meno tasse e investimenti per la competitività.

Lo Stato deve fare un nuovo patto con le imprese che parta da un impegno solenne: la riduzione dei costi della politica e della burocrazia e la lotta all'evasione devono servire per abbassare la pressione fiscale sulle imprese. E' questo la via per ridare speranza e attirare investimenti.

CONCLUSIONI

Per rilanciare la crescita è inutile dire no all'Europa. Vorrebbe dire perdere la partita senza averla giocata. Serve invece un'Europa diversa, più politica, aperta al cambiamento e attenta all'economia reale.

Il cantiere aperto al vertice di giugno con le quattro tappe verso l'unione bancaria, fiscale, economica e politica va nella giusta direzione. Ma ora serve coerenza e determinazione nell'intraprendere il percorso segnato.

Il piano presentato dalla Commissione la settimana scorsa per il completamento dell’Unione economica e monetaria rappresenta un'iniezione di energia verso il cambiamento. Sono previsti un aiuto economico europeo per le riforme strutturali, una completa unione bancaria, la mutualizzazione dei debiti con eurobonds e fondo di redenzione. E un vero governo europeo dell'economia da affiancare alla moneta unica.

E' una road map per la Federazione di Stati Nazione, verso gli Stati Uniti d'Europa. La reindustrializzazione deve essere tra gli obiettivi di questo percorso.

Per questo, va subito attuato il piano crescita definito al vertice di giugno che punta far tornare l'Europa un luogo in cui investire, attraverso maggiori fondi Ue in garanzia, Project Bonds a sostegno d'infrastrutture intelligenti e moderne in una dimensione europea, nuova capitalizzazione della BEI per aumentare la sua potenza di fuoco a sostegno dell'innovazione industriale, ri-orientamento dei fondi strutturali verso la competitività.

Le crisi di settori chiave quali l'auto, l'acciaio, la cantieristica o le costruzioni, cosi come il costo di energia e materie prime, aprono scenari che evidenziano sempre più la necessità di un'azione comune di politica industriale a livello Ue. Sono convinto che nella nuova Europa che stiamo costruendo si debba anche riflettere a un salto di qualità nella politica industriale che fornisca strumenti adeguati alle sfide che stiamo affrontando.


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