Navigation path

Left navigation

Additional tools

“Dalla guerra alla pace: una storia europea”

European Commission - SPEECH/12/930   10/12/2012

Other available languages: EN FR DE DA ES NL SV PT FI EL CS ET HU LT LV MT PL SK SL BG RO GA HR RU ZH

Discorso di Herman Van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo e José Manuel Durão Barroso, Presidente della Commissione europea

“Dalla guerra alla pace: una storia europea”

Accettazione del Premio Nobel per la pace assegnato all’Unione europea/Oslo

10 Dicembre 2012

[prende la parola il Presidente Van Rompuy]

Maestà,

Altezze reali,

Capi di Stato e di Governo,

Membri del comitato per il premio Nobel,

Eccellenze,

Signore e Signori,

siamo qui oggi per ricevere insieme, con umiltà e gratitudine, questa prestigiosa onorificenza a nome dell’Unione europea.

In tempi di incertezze, questa giornata ricorda ai cittadini dell’Europa e del mondo la ragion d’essere dell’Unione: rinsaldare la fratellanza tra le nazioni europee, oggi come domani.

Questo è il compito che siamo chiamati a svolgere.

Come lo è stato per le generazioni che ci hanno preceduti.

E come lo sarà per quelle che ci seguiranno.

Permettetemi di rendere omaggio, da questa tribuna, a tutti gli europei che hanno sognato un continente in cui regni la pace e a tutti coloro che, giorno dopo giorno, fanno sì che questo sogno diventi realtà.

Questo Premio è il loro premio.

*****

La guerra è vecchia come l’Europa. Questa Europa che porta le cicatrici di lance e spade, cannoni e fucili, trincee e carri armati.

La tragedia della guerra riecheggiava già nelle parole di Erodoto 25 secoli fa: “In tempo di pace i figli seppelliscono i padri ma in tempo di guerra sono i padri a seppellire i figli”.

Eppure, … dopo due guerre terribili che hanno gettato nell’abisso il nostro continente e il resto del mondo… un’era di pace duratura è finalmente sorta in Europa.

In quei tempi bui le nostre città erano ridotte in macerie e il lutto e il risentimento animavano molti cuori. Quanto doveva sembrare difficile allora ritrovare “quelle semplici gioie e quelle speranze che rendono la vita degna di essere vissuta”, come ebbe a commentare Winston Churchill.

Nato in Belgio nell’immediato dopoguerra, sono cresciuto con i racconti della guerra.

Mia nonna parlava della Grande guerra.

Mio padre raccontava che nel 1940, appena diciassettenne, aveva dovuto scavarsi la fossa con le proprie mani. Fortunatamente si salvò, altrimenti non sarei qui oggi.

Quale ardita scommessa fu per i padri fondatori dell’Europa decidere di interrompere la spirale di violenza, mettere fine alla logica di vendetta, costruire un futuro migliore, insieme. Quale potente forza immaginativa.

*****

L’Europa poteva vivere in pace anche senza l’Unione? Difficile a dirsi, non lo sapremo mai. Una cosa però è certa: non sarebbe stata la stessa pace. Vale a dire una pace stabile, non un cessate il fuoco a tavolino.

Ciò che la rende speciale ai miei occhi è la riconciliazione.

In politica come nella vita, la riconciliazione è cosa ardua, perché non vuol dire solo perdonare e dimenticare, o voltare pagina.

Francia e Germania avevano lunghi trascorsi alle spalle quando decisero di compiere quel passo… di firmare un trattato di amicizia... ogni volta che sento queste parole “Freundschaft” “Amitié” mi commuovo. Parole della sfera privata, non adatte a un trattato tra nazioni. Eppure era tale la volontà di non lasciare che la storia si ripetesse, di fare qualcosa di radicalmente nuovo, che acquisirono un nuovo significato.

Per i popoli, l’Europa era una promessa che incarnava la speranza.

Nel 1951 Konrad Adenauer era a Parigi per siglare il trattato sulla Comunità del carbone e dell’acciaio. Una sera in albergo ricevé un regalo. Era una medaglia di guerra, una Croix de Guerre appartenuta a un soldato francese. Gliela aveva recapitata la figlia di quel soldato, una giovane studentessa, con un biglietto che offriva la medaglia al Cancelliere in segno di riconciliazione e speranza.

Nei miei ricordi ci sono tante immagini commoventi.

I leader di sei Stati riuniti nella città eterna per dare il via a un nuovo futuro…

Willy Brandt che si inginocchia a Varsavia.

I portuali di Danzica ai cancelli del cantiere navale.

Mitterrand e Kohl che si danno la mano.

Due milioni di persone che uniscono Tallinn, Riga e Vilnius in un’unica catena umana. Era il 1989.

Sono questi momenti che hanno cicatrizzato le ferite dell’Europa.

Ma i gesti simbolici da soli non bastano a cementare la pace.

Ed è qui che l’Unione europea sfodera la sua “arma segreta”: un impareggiabile intreccio di interessi che rende la guerra materialmente impossibile. Al prezzo di continui negoziati, su un numero crescente di argomenti, tra un numero crescente di paesi. È la regola d’oro di Jean Monnet: “Mieux vaut se disputer autour d’une table que sur un champ de bataille.” (“Meglio litigare intorno a un tavolo che su un campo di battaglia”).

Se dovessi spiegarlo a Alfred Nobel direi, parafrasandolo: non un congresso di pace, ma un congresso di pace permanente!

Ammetto che alcuni aspetti suscitino perplessità, e non solo dal di fuori.

Ministri di paesi senza sbocco sul mare si infervorano per le quote di pesca.

Europarlamentari scandinavi discettano sul prezzo dell’olio d’oliva.

L’Unione è maestra nell’arte del compromesso. Non un teatro di vittorie e sconfitte, ma una casa dove tutti i paesi si riscattano nel dialogo. E se il prezzo da pagare sono discussioni interminabili, siamo disposti a pagarlo…

*****

Signore e Signori,

Ebbene sì, ci siamo riusciti.

La pace è realtà.

La guerra è inimmaginabile.

Ma “inimmaginabile” non vuol dire “impossibile”.

Ecco perché siamo qui riuniti, oggi.

L’Europa deve mantenere la sua promessa di pace.

Non ho dubbi che sia questo lo scopo ultimo dell’Unione.

Ma questa promessa non basta da sola a coinvolgere i cittadini. Per molti, fortunatamente, la guerra è oramai una eco lontana.

Per molti, non certo per tutti.

La dominazione sovietica sull’Europa dell’est è finita da appena vent’anni.

Ancora recentemente i Balcani sono stati teatro di orrendi massacri. L’anno prossimo i bambini nati ai tempi di Srebrenica avranno appena diciotto anni.

Certo hanno già fratelli e sorelle nati dopo la guerra: la prima vera generazione post-bellica d’Europa. L’importante è che non ce ne siano altre.

Presidenti, Primi ministri,

Eccellenze,

ebbene sì: dove prima c’era la guerra ora regna la pace. La storia però ci chiama ad un altro compito: tenere viva la fiaccola della pace anche quando regna. Dopo tutto la storia non è un romanzo che chiudiamo una volta arrivati al lieto fine: ciò che può ancora accadere è nostra piena responsabilità.

La conferma è proprio in quello che sta succedendo oggi: la crisi economica che viviamo, la peggiore delle ultime due generazioni, mette a dura prova la vita dei cittadini e i legami politici su cui si regge l’Unione.

Famiglie che arrivano a fatica a fine mese, lavoratori per strada, studenti che vivono nell’angoscia di non trovare lavoro, per quanto facciano: la prima cosa che viene loro in mente quando pensano all’Europa non è certo la pace…

Quando la prosperità e il lavoro, fondamenta delle nostre società, sono in pericolo, è normale che i cuori si induriscano, gli interessi si ripieghino e vecchie fratture e stereotipi riemergano dal passato. E allora possono sorgere dubbi non solo sulle decisioni comuni ma sul fatto stesso di decidere insieme.

Certo bisogna relativizzare – per quanto forti, queste tensioni non potranno mai riportarci indietro ai tempi bui – ma l’Europa sta affrontando un vero e proprio banco di prova.

Parafrasando Abramo Lincoln ai tempi di un altro banco di prova in un altro continente, la domanda oggi è “se quell’Unione, o ogni altra Unione così concepita e così votata, possa a lungo perdurare”.

La risposta è nelle nostre azioni e siamo certi che ci riusciremo. Lavoriamo duro per superare le difficoltà, per rilanciare la crescita e l’occupazione.

E anche se agiamo sotto necessità pressanti, siamo guidati dalla volontà di rimanere padroni del nostro destino, da un senso di comunità e, in qualche modo, dall’idea stessa di Europa... che dai secoli ci parla.

La presenza qui oggi di così tanti leader europei testimonia una convinzione profonda e condivisa: ne usciremo insieme e più forti. Più forti per difendere i nostri interessi e promuovere i nostri valori nel mondo.

Lavoriamo tutti per tramandare ai nostri figli e ai figli dei nostri figli un’Europa migliore. Perché i posteri possano dire un giorno: quella generazione – la nostra – ha mantenuto la promessa dell’Europa.

I giovani di oggi vivono già in un mondo nuovo. L’Europa è per loro una realtà quotidiana. Non l’obbligo di rimanere nella stessa barca, ma la fortuna di poter liberamente scegliere per lo scambio, il viaggio e la condivisione. Condividere un continente, esperienze, l’avvenire e darvi forma insieme.

Eccellenze,

Signore e Signori,

questo nostro continente, sorto dalle ceneri del 1945 e unitosi nel 1989, ha una grande capacità di rigenerarsi. Alla posterità il compito di portare oltre questa impresa comune. Mi auguro che i posteri sapranno assumersene la responsabilità con orgoglio. E che sappiano dire, come diciamo noi oggi: Ich bin ein Europäer. Je suis fier d’être européen. Sono fiero di essere europeo.

*****

[prende la parola il Presidente Barroso]

Maestà,

Eccellenze,

Signore e Signori,

“La pace non è assenza di guerra: è una virtù” scriveva Spinoza: “Pax enim non belli privatio, sed virtus est”. Aggiungendo che la pace è “uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia”.

Solo se fiduciosi, gli uomini possono conoscere la pace, quella vera. Fiduciosi nel proprio sistema politico. Fiduciosi nel rispetto dei propri diritti fondamentali.

L’Unione europea non si limita però a garantire la pace tra le nazioni. Come progetto politico, l’Unione europea incarna quella particolare predisposizione di spirito di cui parlava Spinoza. Come comunità di valori, l’Unione europea traduce una visione di libertà e di giustizia.

Non dimenticherò mai quando, nel 1974, sono sceso per le strade di Lisbona, la mia città natale, per unirmi alla massa umana che celebrava la rivoluzione democratica in Portogallo. Lo stesso sentimento di gioia lo hanno provato i miei coetanei spagnoli e greci. E più tardi i popoli dell’Europa centrale e dell’est e degli Stati Baltici per la ritrovata indipendenza. Per generazioni di europei, la scelta per l’Europa è stata ogni volta anche una scelta di libertà.

Non dimenticherò mai Rostropovich che suonava Bach mentre crollava il muro di Berlino. Questa immagine ricorda al mondo che è stata proprio la ricerca di libertà e di democrazia a abbattere le vecchie divisioni e a riunificare il nostro continente. L’adesione all’Unione europea è stata fondamentale per consolidare la democrazia nei nostri paesi.

Perché l’Unione europea tiene a cuore gli individui e il rispetto della dignità umana. Perché l’Unione europea crea unità nella differenza. Dopo la riunificazione l’Europa è stata capace di respirare con i suoi due polmoni, come ebbe a dire Karol Wojtyla. E l’Unione europea è diventata la nostra patria comune. La “patria delle nostre patrie”, come l’ha descritta Vaclav Havel.

La nostra Unione è molto più di un’associazione di Stati. È un nuovo ordinamento, basato non su equilibri di potere tra le nazioni ma sulla libera scelta degli Stati membri di condividere la sovranità.

Il viaggio europeo – dalla condivisione del carbone e dell’acciaio all’abolizione delle frontiere interne, dai sei Stati iniziali ai futuri ventotto con l’arrivo della Croazia – è una grande epopea che ci condurrà a “un’Unione sempre più stretta”. Uno dei simboli più visibili di questa unità europea è già tra le nostre mani: l’Euro, la moneta dell’Unione, la nostra moneta. Che non lasceremo indifesa.

****

Eccellenze,

Signore e Signori,

la pace non può però dipendere dalla buona volontà di donne e uomini. Deve ancorarsi nelle leggi, negli interessi condivisi e in un senso sempre più radicato di una comunità di destini.

Il genio dei nostri padri fondatori è stato proprio capire che per garantire la pace nell’Europa del XX secolo bisognava pensare oltre lo Stato nazione. Come ebbe a dire Walter Hallstein, primo Presidente della Commissione europea: “Das System der Nationalstaaten hat den wichtigsten Test des 20. Jahrhunderts nicht bestanden.” (“Il sistema degli Stati nazione ha fallito la prova più importante del XX secolo”). Aggiungendo che “con due guerre mondiali, non è stato infatti capace di preservare la pace”.

L’unicità del progetto europeo sta nell’aver associato la legittimità degli Stati democratici a quella di istituzioni sovranazionali: la Commissione europea e la Corte di giustizia dell’Unione europea. Sono queste istituzioni sovranazionali che tutelano l’interesse generale europeo, agiscono nel bene comune europeo e incarnano la comunità di destini. E insieme al Consiglio europeo, che rappresenta i governi, abbiamo sviluppato negli anni una democrazia transnazionale unica nel suo genere, personificata dal Parlamento europeo, un parlamento direttamente eletto.

La nostra ricerca di unità europea non è un congegno perfetto: è un’opera in divenire che richiede costanza e diligenza. Non è fine a se stessa, ma votata a raggiungere fini superiori. Sotto molti aspetti, testimonia la ricerca di un ordine cosmopolita nel quale i benefici degli uni non vadano necessariamente a discapito degli altri. Nel quale il rispetto delle regole comuni è al servizio di valori universali.

****

È per questo motivo che, al di là delle sue imperfezioni, l’Unione europea ha di fatto la grande capacità di ispirare il mondo. Soprattutto perché le sfide presenti oggi nelle diverse regioni, per più o meno gravi che siano, hanno una radice comune.

Abitiamo tutti lo stesso pianeta. Povertà, criminalità organizzata, terrorismo, cambiamenti climatici, sono problemi che non conoscono frontiere. Abbiamo tutti le stesse aspirazioni, condividiamo valori universali, che vanno radicandosi sempre più nel mondo. Condividiamo “l’irréductible humain”, l’irriducibile unicità dell’essere umano. Al di là della propria nazione o del proprio continente, ognuno di noi è parte dell’umanità.

Jean Monnet termina le sue Memorie con queste parole: “Les nations souveraines du passé ne sont plus le cadre où peuvent se résoudre les problèmes du présent. Et la communauté elle-même n’est qu’une étape vers les formes d’organisation du monde de demain.” (“Le nazioni sovrane del passato non sono più il contesto nel quale risolvere i problemi del presente. E la stessa Comunità [europea] è solo una tappa verso forme di organizzazione del mondo di domani.”)

Questa visione federalista e cosmopolita è il contributo più prezioso che l’Unione europea può dare a un ordine mondiale in divenire.

Eccellenze,

Signore e Signori,

l’impegno concreto dell’Unione europea nel mondo è profondamente segnato dalla tragica esperienza, nel nostro continente, del nazionalismo estremo, delle guerre e del male più atroce: la Shoah. E anela a evitare che si ripetano gli errori del passato.

Su questo impegno si fonda il nostro approccio multilaterale per una globalizzazione all’insegna della solidarietà e delle responsabilità mondiali.

Questo impegno guida le nostre azioni nei confronti dei nostri vicini e dei partner internazionali, dal Medio Oriente all’Asia, dall’Africa alle Americhe.

Questo impegno ci porta a condannare la pena di morte e a sostenere la giustizia internazionale, amministrata dalla Corte internazionale di giustizia e dalla Corte penale internazionale.

Guida la nostra leadership nella lotta contro i cambiamenti climatici e per la sicurezza alimentare e energetica.

Informa le nostre politiche sul disarmo e contro la proliferazione nucleare.

Da continente segnato dalla devastazione, l’Europa si è trasformata in una delle più grandi economie mondiali, con i sistemi sociali più progressisti, che dona al mondo il maggiore numero di aiuti e che porta una particolare responsabilità nei confronti di milioni di persone in condizioni di necessità.

Una coppia di genitori assiste impotente alla morte del figlio perché non ci sono cure mediche di base; madri costrette a camminare tutto il giorno nella speranza di trovare cibo e acqua potabile; bambini privati dell’infanzia perché costretti a diventare troppo presto adulti. Queste scene sono semplicemente inammissibili nel XXI secolo.

Come comunità di nazioni scampata alla guerra e al totalitarismo, saremo sempre dalla parte di chi anela alla pace e alla dignità umana.

E permettetemi di dire oggi da questa tribuna: quello che sta succedendo in Siria è una macchia sulla coscienza del mondo e la comunità internazionale ha il dovere di intervenire.

Oggi, Giornata internazionale dei diritti umani, il nostro pensiero è più che mai rivolto ai difensori dei diritti umani che, in tutto il mondo, mettono in gioco le loro vite per difendere i valori nei quali crediamo. Nessuna prigione potrà imbavagliare le loro voci, che riecheggiano oggi nitide in questa stanza.

Lo scorso anno questa stessa platea rendeva omaggio a tre donne per la loro lotta non violenta per i diritti e la sicurezza delle donne. L’uguaglianza tra donne e uomini è uno dei principi fondatori dell’Unione, sancito dal trattato di Roma nel 1957, ed è nostro preciso impegno proteggere i diritti delle donne di tutto il mondo e sostenere la loro emancipazione. Ci battiamo per i diritti fondamentali dei più vulnerabili, quelli che hanno il futuro nelle loro mani: i bambini del mondo.

Come esempio riuscito di una riconciliazione pacifica basata sull’integrazione economica, contribuiamo a sviluppare nuove forme di cooperazione fondate sullo scambio di idee, sull’innovazione e sulla ricerca. La scienza e la cultura, elementi centrali dell’apertura europea, ci arricchiscono come persone e creano contatti al di là delle frontiere.

***

Maestà,

Altezze reali,

Capi di Stato e di Governo,

Membri del comitato per il premio Nobel,

Eccellenze,

Signore e Signori,

siamo grati e onorati di ricevere il premio Nobel per la pace e non avremmo potuto condividere questa nostra visione in un posto migliore della Norvegia, un paese che ha dato tanto per la pace mondiale.

Alfred Nobel teneva particolarmente a cuore la “pacificazione dell’Europa” che, in una prima versione delle sue volontà, coincideva con la pace internazionale.

La ritroviamo nelle parole della dichiarazione di Schuman, testo fondatore dell’Unione europea. “La paix mondiale”. “La pace mondiale” recita il testo “non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”.

Il mio messaggio oggi è questo: potrete contare sul nostro impegno per la pace duratura, la libertà e la giustizia, in Europa e nel mondo.

Negli ultimi sessant’anni il progetto europeo ha dimostrato che i popoli e le nazioni possono unirsi al di là dei confini. Che è possibile superare il dualismo “noi” e “loro”.

La nostra speranza, il nostro impegno oggi è che l’Unione europea, insieme a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà, aiuterà i popoli del mondo ad unirsi.

Grazie.


Side Bar

My account

Manage your searches and email notifications


Help us improve our website