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European Commission

Antonio TAJANI

Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per l'Industria e l'Imprenditoria

Vertice Confindustria italiana e tedesca

Incontro BDI - Confindustria / Bolzano

19 October 2012

INTRODUZIONE

Sono davvero lieto di questa iniziativa delle Confindustrie dei due maggiori paesi manifatturieri d'Europa. E mi fa piacere che sia Bolzano a ospitarci, quale cornice ideale e crocevia tra le nostre culture.

Germania e Italia condividono tante cose, tra queste anche la centralità dell'industria e del valore di fare impresa nella costruzione di una storia di democrazia e benessere che, dal dopoguerra, le ha viste protagoniste di un vero e proprio boom economico.

Questo "comune sentire" è anche alla base del ruolo fondamentale, oltre che fondante, che i nostri due paesi hanno avuto – e tuttora hanno -, nel processo di costruzione europea. Credo che oggi in particolare, la nostra solida amicizia e tradizionale identità di vedute sull'Europa, sia di fondamentale importanza per uscire dalla crisi e rafforzare l'integrazione economica ma, soprattutto politica, dell'Ue.

L'industria tedesca e Italiana hanno avuto enormi vantaggi dal mercato unico di cui si celebrano i vent'anni. Il più grande spazio di libertà economica del mondo ha fatto da volano a competitività e capacità d'innovazione e creatività dei nostri imprenditori, diventando una solida base per l'export nel mondo. L'Euro è stato un coronamento naturale e necessario di questo mercato.

Germania e Italia sono grandi contributori netti al bilancio Ue, ma molti dei benefici legati alla spesa europea vanno alle nostre imprese sotto forma di appalti, commesse, maggiori opportunità di export o d'investimento. Anche l'euro ha portato enormi benefici – prima di tutto alla Germania -, che ha avuto un'inflazione bassa e, contemporaneamente, una svalutazione reale verso concorrenti quali l'Italia, nell'ordine del 20%. Questo a riprova che i valori di solidarietà che sono alla base dell'Unione non sono a senso unico e portano complessivamente maggiori benefici a tutti.

Come riconosciuto più volte dalla stessa Angela Merkel, anche grandi paesi come Germania e Italia conterebbero assai poco in un contesto globale con potenze economiche e demografiche continentali. Se vi è stato un errore, dunque, non è certo stato quello di essere andati avanti nel processo d'integrazione; ma, piuttosto, quello di fermarsi a metà del guado. Crisi dell'euro e declino industriale, in parte del nostro continente, ne sono la prova.

Dall'inizio della crisi in Europa si sono persi tre milioni di posti nell'industria, con mille miliardi di PIL bruciati. La produzione manifatturiera è, tuttora, inferiore del 10% rispetto al 2007 e, di cinque punti sotto gli anni '90. L'emorragia d'imprese e lavoro è avvenuta anche per colpa di mancate scelte ed errori legati all'illusione di un'economia che poteva basarsi su finanza e servizi. La realtà è ben diversa. Senza industria si perdono servizi, export, lavoro e capacità d'innovare: dall'industria dipende il 75% dell'export e l'80% dell'innovazione e, per ogni posto nel manifatturiero, se ne creano due nei servizi. Oltre che essenziale per competitività e crescita, l'industria è la sola a poter trovare risposte a invecchiamento e aumento della popolazione, equilibrio dell'ecosistema o scarsità di energia e materie prime. Meno industria in Europa significa anche più rischi per l'ecosistema globale. Nessun altro ha standard ambientali più alti dei nostri; e fare "scappare" le imprese in Cina o India può solo indebolire la lotta al cambiamento climatico.

RISPOSTA EUROPEA ALLA CRISI

Le tensioni sociali in molti paesi Ue sono anche legate alla percezione di misure di austerità che sembrano peggiorare i problemi anziché risolverli, senza che in parallelo vi sia un vero disegno per ridare speranza. L'assenza di speranza, di per sé, aggrava la recessione. Va, dunque, attuato con urgenza il piano crescita deciso al vertice di giugno; con una strategia per rendere tutta l'Europa un luogo dove conviene investire e fare industria.

REINDUSTRIALIZZARE L'EUROPA

Il 10 ottobre la Commissione ha approvato la nuova strategia di politica industriale che punta a invertire il processo di de-industrializzazione con l'obiettivo di passare, entro il 2020, dall'attuale 15.6% di PIL legato all'industria manifatturiera al 20%. Questo sarà possibile se entro il 2020 avremo: 23% del PIL d'investimenti in attività produttive e 9% in macchinari; 25% di PIL di interscambio di beni nel mercato interno; 33% di PMI che utilizzano il commercio elettronico; e almeno il 26% di PMI che esportano fuori dall'Ue.

La nuova strategia si concentra su quattro pilastri: (i) credito, (ii) accesso ai mercati, (iii) formazione, (iv) più investimenti per innovazione industriale.

(i) Accesso ai capitali: Malgrado i 1000 miliardi della BCE un'impresa su tre non ottiene il credito richiesto. In molti Stati le banche hanno chiesto il rientro di fidi e ora stentano a erogare credito. Inoltre, gli Stati hanno accumulato 180 miliardi di debiti scaduti – di cui la metà in Italia - nei confronti delle imprese che sono la causa di circa 1/3 dei fallimenti in Europa.

La Comunicazione prevede la piena attuazione della strategia europea per l'accesso al credito dello scorso dicembre con un mercato Ue per i venture capital, più fondi europei a garanzia di prestiti, maggiore ruolo della BEI, attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento, e un'applicazione di Basilea 3 che non penalizzi le PMI.

(ii) Accesso ai mercati: va completato il mercato interno togliendo barriere residue e costi inutili per l'industria. Su questa linea, è stata da poco approvata la nostra proposta per un sistema di standardizzazione più efficiente che favorisca competitività e innovazione. Promuoveremo anche il miglioramento della conformità e sicurezza dei prodotti.

Con il Single Market Act II presentato due settimane fa, puntiamo ad accelerare l'apertura alla concorrenza del trasporto ferroviario, marittimo e aereo; e di quello dell'energia per ridurne i costi, tra i maggiori handicap per chi produce in Europa. E' urgente attuare un piano d'infrastrutture, anche con reti "intelligenti" basate sulle tecnologie digitali e della navigazione satellitare. Il 12 ottobre abbiamo messo in orbita altri due satelliti della costellazione Galileo, prima infrastruttura al 100% europea che dal 2014 con 24 satelliti fornirà i primi servizi operativi.

Da qui al 2020 il 70% della nuova crescita sarà nelle economie emergenti. Serve una “diplomazia” economica e commerciale Ue pragmatica, fuori da dogmatismi liberisti, che sappia davvero garantire un effettivo accesso ai mercati e alle materie prime a condizioni eque. Dobbiamo presentarci uniti e valorizzare il grande capitale di tecnologia e saper fare industriale, vero punto di forza dell'Ue con i paesi terzi. La Comunicazione sottolinea l'importanza delle "missioni per la crescita" con rappresentanti d'industria e PMI che ho inaugurato in vari paesi dell'America Latina, Messico e USA; e che continueranno a novembre in Egitto, Marocco e Tunisia.

(iii) Sistema di educazione e formazione: deve essere molto più vicino alle imprese, con università e centri di ricerca meno autoreferenziali e integrati in rete di cluster. Con un giovane su tre senza lavoro in molte aree Ue non è più sostenibile avere imprese che non trovino figure professionali adeguate. La Comunicazione vuole avvicinare la domanda e l'offerta di lavoro sostenendo la formazione e il raccordo con le imprese.

(iv) Più risorse sull’innovazione industriale:

Nella proposta di bilancio UE 2014-2020 la R&S e innovazione passa da 54 a 80 miliardi e vengono aumentati i fondi strutturali destinati all'innovazione. La Comunicazione sottolinea che, oltre a maggiori risorse, serve più ricerca applicata, clusters con Università e centri di ricerca che abbiano effettive ricadute industriali.

Dobbiamo muoverci in fretta. Molti nostri concorrenti investono maggiori risorse e in modo più efficace. Ad esempio, nel settore delle tecnologie abilitanti fondamentali, Cina e Usa stanno destinando rispettivamente il 90% e 76% dei fondi a ricerca applicata e sviluppo, a fronte del solo 18% Ue.

Tutti i comparti industriali, come le tessere di un mosaico, sono essenziali. Ma, avere una strategia significa non disperdere risorse in mille rivoli; e focalizzarsi su poche priorità. Per la prima volta la Commissione identifica sei aree ad alta potenzialità, con ricadute trasversali su tutti i settori: manifatturiero avanzato, tecnologie fondamentali abilitanti, biotecnologie, veicoli puliti, edilizia sostenibile e materie prime e reti intelligenti. Qui vanno concentrati fondi Ue e nazionali e azione della BEI. Ma, oltre a risorse pubbliche che facciano da volano, per attirare investimenti privati sarà essenziale un quadro di regole e standard chiaro, prevedibile e stabile che favorisca la competitività e l'innovazione senza ostacoli e costi inutili per l'industria.

In generale, tutta l'azione europea dovrà essere coerente con l'impegno per la re-industrializzazione, a cominciare dalla politiche per il commercio, la concorrenza, il mercato interno, l'energia o l'ambiente.

La Comunicazione propone di creare delle task force con rappresentanti di Commissione, industria e Stati membri per lavorare a dei piani d'azione.

PIANO AUTO PRIMO BANCO DI PROVA

La crisi sta avendo effetti particolarmente seri su buona parte del settore dell'auto, con ricadute negative sui settori a monte e a valle e per le PMI che lavorano nell'indotto. Siamo al quinto anno consecutivo di contrazione del mercato Ue e il rischio di chiusura di siti industriali è reale. Va fatto tutto il possibile per salvaguardare quella che rappresenta una parte essenziale e strategica della nostra base industriale. Oltre 12 milioni di posti nella EU dipendono direttamente o indirettamente dal settore auto che è il principale investitore privato in ricerca e sviluppo con 28 miliardi l’anno.

L'auto sarà, dunque, il primo banco di prova della nuova strategia, con un piano specifico, Cars2020, che presenterò l'8 novembre, per sostenere gli sforzi del settore verso maggiore valore aggiunto, qualità e innovazione. Posso anticiparvi che agiremo su tre direttrici: accompagnare la transizione verso l'auto del futuro, un quadro regolamentare intelligente – che includa anche standard per l'auto elettrica - e un accesso equo ai mercati internazionali.

I VERI SPREAD PER STABILITA' DELL'EURO

Dalle pagelle sui livelli di competitività industriale dei paesi Ue presentate insieme alla Comunicazione emerge un quadro a luci e ombre.

Nel primo gruppo dei paesi più competitivi, con Germania, Danimarca, Finlandia, Svezia, Austria, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Belgio e Francia, vi sono complessivamente performance positive, con alcune eccellenze in Germania e nei paesi scandinavi. Il secondo gruppo, con competitività media, comprende Italia, Estonia, Slovenia, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro e Lussemburgo. Qui, a fianco di limitate eccellenze, prevalgono risultati sotto la media. Il terzo gruppo dei paesi con un sostanziale gap include Bulgaria, Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania e Lettonia.

Alcune divergenze sono vistose. La produttività del lavoro - su una scala di 100 -, va dal 67 della Germania al 32 del Portogallo; solo il 23% del PIL francese è legato all'export rispetto al 80% di Belgio e Olanda; sull'innovazione Svezia, Danimarca e Finlandia hanno oltre 7 punti rispetto ai 2 di Lettonia e Bulgaria. Sono questi i veri "spread" che allarmano i mercati e minano la fiducia sul futuro dell'euro; che presuppone livelli di competitività molto più omogenei per chi condivide l'Unione Monetaria.

ITALIA E GERMANIA A CONFRONTO

Imprenditori italiani e tedeschi condividono la stessa passione e abilità per l'avventura dell'impresa. Ma, sicuramente, giocano in campi con caratteristiche e regole molto diverse. Per condizioni avverse non è esagerato definire gli imprenditori italiani come una sorta di eroi.

Malgrado azioni riformatrici avviate da questo e dal precedente governo, le cose da fare restano molte. L'Italia, 42esima nella classifica sulla competitività del World Economic Forum, è promossa solo su 7 dei 30 indicatori del rapporto, a fronte di appena 6 bocciature della Germania. La nostra produttività del lavoro si ferma a 48 punti; solo il 30% del PIL è legato all'export rispetto al 50% tedesco; la Germania è nettamente avanti a noi per innovazione, qualità delle infrastrutture e contesto favorevole al business (dove siamo terz'ultimi …); l'elettricità costa ¼ in meno e lo Stato tedesco paga in media dopo 41 giorni a fronte dei 180 italiani. Tra tutti questi "handicap" quello, giustamente, percepito come più grave è la pressione fiscale sulle imprese: 20 punti superiore a quella tedesca e ben al di sopra la media Ue.

Anche in Germania vi sono ancora cose da fare. Ridurre il costo dell'energia, ad esempio, aprire maggiormente alcuni mercati, migliorare l'offerta di manodopera qualificata. Ma, dopo l'euro, il paese è stato tra i primi a intraprendere riforme strutturali, spesso impopolari, tra cui le leggi Hartz sul mercato del lavoro.

RIFORME STRUTTRALI PER MENO TASSE

Condivido pienamente le priorità promosse dal Presidente Squinzi per far tornare l'Italia competitiva: tagli fiscali su impresa e lavoro e riforma della Pubblica Amministrazione. E, azioni di riforma mirate a ridurre gli altri gap di competitività.

Le aziende che rischiano di fallire per restare in piedi non esitano a fare sacrifici. Gli Stati devono entrare in quest'ottica. Non è più possibile compensare con nuove tasse il fabbisogno finanziario. Così si finisce solo per drenare ulteriori risorse dal privato al pubblico aggravando la recessione e i conti. Il risanamento va fatto puntando su una cura dimagrante per lo Stato. Non tagli lineari ma selettivi, per riallocare le risorse e per fare da volano alla competitività.

Lo Stato deve fare un nuovo patto con le imprese che parta da un impegno solenne: utilizzare le risorse liberate dalla riduzione dei costi della politica e della burocrazia e della lotta all'evasione, per abbassare la pressione fiscale. E' questa la via per ridare speranza e attirare investimenti, unico modo per uscire dalla recessione.

CONCLUSIONI

La crisi dev'essere un'occasione per voltare pagina nei confronti di una sorta di fatalismo con cui si è accettata la perdita di base industriale; senza capire che così si logorava inesorabilmente la nostra capacità di crescere e di sostenere il modello sociale europeo.

Mai come negli ultimi anni l'Europa ha fatto passi avanti, mettendo in campo nuovi meccanismi di solidarietà inimmaginabili fino a poco tempo fa. Il Vertice di Giugno ha aperto la strada verso un vero governo dell’economia e un'Unione politica con un percorso in quattro tappe: integrazione finanziaria, dei bilanci, delle politiche economiche e rafforzamento della legittimità democratica. La proposta della Commissione per una sorveglianza comune affidata alla BCE va approvata al più presto come primo passo verso l'unione bancaria.

Il Vertice in corso è un'altra tappa importante.

E sono particolarmente lieto che la bozza di Conclusioni citi in più parti l'importanza della nuova strategia industriale promossa dalla Commissione.

Anche il primo rapporto dei "quattro presidenti" evidenzia un'attenzione crescente a crescita e competitività. Lo stesso governo tedesco mostra una crescente consapevolezza sui limiti di un risanamento dei conti basato solo su, pur indispensabili, tagli alle spese e inasprimento fiscale. Per risanare serve la crescita; e per questa sono necessari anche alcuni investimenti mirati nell'ambito del piano crescita Ue, per rafforzare la competitività industriale.

L'attenzione si focalizza, dunque, sul bilancio Ue che potrebbe, in parte, servire da volano, con fondi in garanzia, Project Bond, azione della BEI, per sostenere crescita e risanamento dei conti nei paesi dell'area euro in difficoltà; a patto che rispettino gli impegni presi sulle riforme.

Prossima tappa, a novembre, il vertice sul nuovo quadro finanziario 2014/2020 in cui è auspicabile che gli Stati si accordino su risorse in linea con la nostra proposta di aumento dei fondi per la competitività industriale. A dicembre, infine, si aprirà il dibattito sull'Europa politica.

In questo cantiere aperto, è urgente realizzare un vero governo dell'economia, non solo per garantire la disciplina fiscale, ma soprattutto per assicurare in tutti gli Stati livelli di competitività industriale per crescita e stabilità dell'euro. La nostra strategia promuove un partenariato tra Stati, Commissione e industria e un rafforzamento del ruolo del Consiglio Competitività. Sono lieto del sostegno ricevuto dai ministri dell'industria a Lussemburgo l'11 ottobre e della lettera dei ministri di Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Romania, Spagna e Portogallo; così come del riconoscimento arrivato dai rappresentanti delle industrie europee, entrambi preziosi per continuare il nostro lavoro.

Il Nobel attribuito all'Unione è un riconoscimento per la pace e valori consolidati nel nostro continente grazie a sessant'anni d'integrazione. E' un'iniezione di fiducia per il cammino intrapreso verso un'Unione più politica, nella prospettiva, un giorno, degli Stati Uniti d'Europa.


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