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Antonio TAJANI Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per l'Industria e l'Imprenditoria Lancio della campagna Europea sulla direttiva per i ritardi di pagamento Rappresentanza in Italia della Commissione/Roma 5 Ottobre 2012

European Commission - SPEECH/12/690   05/10/2012

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Commissione europea

Antonio TAJANI

Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per l'Industria e l'Imprenditoria

Lancio della campagna Europea sulla direttiva per i ritardi di pagamento

Rappresentanza in Italia della Commissione/Roma

5 Ottobre 2012

Sono lieto di lanciare qui a Roma la campagna europea voluta da Parlamento e Commissione Ue per sensibilizzare istituzioni, imprese e opinione pubblica sull'attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento.

Questa direttiva, approvata nel febbraio del 2011, è un tassello essenziale per completare il mercato unico e ripristinare condizioni normali di credito nell’economia, oltre a rappresentare una delle priorità dello Small Business Act a favore delle PMI.

L'attuazione della direttiva assume anche un rilievo essenziale nell'ambito della strategia europea per uscire dalla crisi, essendo tra le misure più efficaci nel brevissimo termine per rilanciare la crescita. Per questo, anche se il termine ultimo per recepire la direttiva è il 16 marzo 2013, con l'aggravarsi della crisi la Commissione chiesto agli Stati di anticipare l'attuazione. Io stesso ho sollecitato con due lettere i ministri competenti in tale senso.

Il Motivo dell'urgenza è sotto gli occhi di tutti. Ogni settimana migliaia d'imprese chiudono, si perdono posti, aumenta il disagio sociale; e, purtroppo, alcuni arrivano alla gesto di disperazione estrema del suicidio. Molte aziende fallite erano fondamentalmente sane. E forse, la maggior parte di esse sarebbe ancora attiva con una pressione fiscale più sostenibile; con meno ostacoli burocratici e regole anti business; con più accesso al credito; e soprattutto, se lo Stato avesse pagato in tempo i suoi debiti.

Risposta europea alla crisi

Le tensioni sociale in molti paesi Ue sono anche legate a una politica di austerità che – almeno nel breve termine – sembra peggiorare i problemi anziché risolverli. In parallelo, non viene ancora percepito un disegno che possa ridare la speranza. E la mancanza di speranza è, di per se, fattore che aggrava la recessione.

Eppure, mai come negli ultimi anni l'Europa ha fatto passi da gigante mettendo in campo meccanismi di solidarietà inimmaginabili fino a poco tempo fa. Ma quest'azione non è ancora percepita come una risposta adeguata all'emergenza crescita.

Il Vertice di Giugno ha aperto la strada verso un vero governo europeo dell’economia e a un'Unione politica con un percorso in quattro tappe: integrazione finanziaria, dei bilanci, delle politiche economiche e, rafforzamento della legittimità democratica. A settembre la Commissione ha proposto un sistema di sorveglianza comune affidata alla BCE come primo passo verso l'unione bancaria.

Ma la risposta da dare subito, prima della fine dell'anno è quella sulla speranza di crescita e lavoro.

E' quello che la Commissione cerca di fare. Partendo dall'analisi che i milioni di posti persi, i mille miliardi di PIL bruciati e l'emorragia d'imprese sono, prima di tutto, il risultato della progressiva perdita di base industriale, accelerato dalla crisi, ma già in atto da tempo. Per cui, a causa di mancate scelte ed errori, l'Ue è sempre meno un luogo dove conviene investire e fare industria.

Reindustrializzare l'Europa

Il 10 ottobre la Commissione approverà la nuova strategia di politica industriale che parte proprio dalla necessità d'invertire il processo di de-industrializzazione puntando alla leadership della rivoluzione industriale in atto. Questa inversione di marcia è rappresentata – anche a livello simbolico – da alcuni target: almeno 20% di PIL legato all'industria manifatturiera entro il 2020 (partiamo da una media del 15.6%); recupero dei livelli d'investimenti e produzione pre-crisi entro 2015. Il filo conduttore della Comunicazione è l'innovazione, indispensabile per restare un'economia avanzata.

Senza industria si perdono anche i servizi e la capacità d'innovare; e non si riesce più a creare lavoro. L'80% dell'innovazione avviene nell'industria; e per ogni posto nel manifatturiero se ne crea un altro nei servizi. Dal manifatturiero dipende, inoltre, il 75% dell'export Ue.

La nuova strategia concentra gli sforzi su un numero limitato di priorità: (i) credito, (ii) accesso ai mercati, (iii) formazione, (iv) più risorse per innovazione industriale.

E l'accesso ai capitali, senza i quali non è possibile innovare, è proprio al cuore di questa strategia.

Combattere i ritardi di pagamento

Malgrado le iniezioni di oltre 1000 miliardi di liquidità della BCE un'impresa su tre non riesce ad ottenere il credito richiesto. In molti Stati membri, per far fronte alla crisi le banche hanno chiesto indiscriminatamente il rientro di fidi contribuendo al dissesto dell'economia reale; e ora stentano a erogare credito, se non ha condizioni restrittive.

Questi problemi di liquidità che minacciano la sopravvivenza delle imprese sono anche fortemente legati ai pagamenti dei crediti. Le perdite relative a crediti non pagati alle imprese Ue è arrivata al 2,8% dei loro crediti complessivi, vale a dire 340 miliardi. Si tratta di un importo senza precedenti pari al debito della Grecia.

In questo contesto drammatico, alcuni Stati continuano a ritardare i pagamenti, accumulando debiti scaduti per 180 miliardi nei confronti della imprese. Il 56% delle imprese europee sostiene che i propri problemi di liquidità sono principalmente dovuti a questi ritardi. Esiste poi un divario fra nord e sud che nuoce all’integrazione del mercato unico: nei paesi del sud i pagamenti fra imprese richiedono in media 91 giorni, contro una media di 31 giorni nel nord dell’Europa.

Ma il dato più drammatico è quello di quasi 1/3 dei fallimenti in Europa dovuto ai ritardi degli enti pubblici. Se è legittimo riscuotere tempestivamente i tributi, altrettanto doveroso, anche moralmente, è pagare i debiti alla scadenza, evitando la chiusura di aziende sane.

Per porre fine a questo malcostume la direttiva sui ritardi dei pagamento prevede l'obbligo per gli enti pubblici di pagare entro 30 giorni, pena interessi di mora superiori all'8%.

In sintesi ecco le principali novità dalla Direttiva:

  • Obbligo per le amministrazioni di pagare entro 30 giorni o, in circostanze eccezionali, entro 60 giorni.

  • Libertà contrattuale per le transazioni commerciali fra imprese, per cui le imprese dovranno pagare le fatture entro 60 giorni salvo diversa pattuizione.

  • Le imprese avranno il diritto automatico di richiedere gli interessi di mora e potranno esigere un importo fisso minimo di 40 euro a titolo di risarcimento per le spese di recupero.

  • Per le amministrazioni il tasso legale degli interessi di mora verrà fissato ad almeno 8 punti percentuali oltre il tasso di riferimento della BCE.

  • I giudice devono emanare ingiunzione di pagamento di fatture entro 90 giorni dalla domanda.

  • Gli Stati membri dovranno pubblicare i tassi degli interessi di mora.

  • Gli Stati membri possono mantenere o adottare leggi e regolamentazioni più favorevoli al creditore.

La direttiva faciliterà la vita delle aziende che svolgono transazioni commerciali tra più Stati Ue grazie a procedure di recupero dei crediti accelerate e trasparenza sul tasso di interesse applicabile in ogni Stato, che la stessa Commissione pubblicherà su Internet.

In parecchi Stati membri, i servizi sanitari e gli ospedali pubblici pagano molto tardi con medie tra i 250 e i 600 giorni e oltre. Questa pratica danneggia gravemente i fornitori e particolarmente le PMI del settore; che spesso non hanno le spalle sufficientemente larghe per partecipare ad appalti per cui verranno pagate dopo uno o due anni.

Molti Stati membri temevano che un termine di pagamento di 30 giorni nel settore sanitario fosse troppo breve. Per cui, Consiglio ed il Parlamento hanno concordato una possibilità di deroga fino ad un massimo di 60 giorni. Lo Stato che stabilisce termini più lunghi è tenuto a inviare una relazione alla Commissione che dovrà elaborare una valutazione del sistema entro il 2016-2017.

La direttiva non si applica ai sussidi, sovvenzioni o rimborso di tasse.

Attuare subito la Direttiva per far ripartire l'Italia

  • Il problema in Italia non è certo la voglia e la capacità di fare impresa e innovare. Ma, piuttosto, la mancanza di un'azione politica che sostenga, o anche solo consenta, questi sforzi. Col risultato che nel nostro paese, l'imprenditore è ormai assimilato alla categoria degli eroi.

  • Malgrado azioni riformatrici importanti avviate da questo e dal precedente governo e, l'attenzione crescente dell'Ue all'economia reale, le cose da fare restano molte.

  • Se l'Europa nel suo complesso perde terreno rispetto ai principali concorrenti, per l'Italia, al 42 posto nella classifica sulla competitività globale di settembre del World Economic Forum, la situazione è particolarmente grave.

  • E dal raffronto con gli altri paesi Ue non usciamo certo meglio. Insieme alla comunicazione del 10 ottobre presenterò anche le "pagelle" sui diversi livelli di competitività industriale dei paesi membri. L'Italia, pur rimanendo il secondo paese manifatturiero d'Europa, risulta sopra la media solo su 7 indicatori su 30..

  • Ad esempio, la produttività del lavoro – su una scala di 100, si ferma a 48, contro i 67 della Germania; solo il 30% del PIL è legato all'export rispetto al 50% tedesco; l'innovazione è insufficiente, con 5 su 10, due punti in meno di Germania e paesi scandinavi; l'elettricità costa il doppio che in Francia; la qualità delle infrastrutture è sotto la media europea; solo 3 paesi Ue hanno contesto peggiore del nostro per fare impresa.

  • Sono questi i veri "spread" che allarmano i mercati e minano la fiducia sul futuro dell'euro; che presuppone livelli di competitività molto più omogenei per chi condivide l'Unione Monetaria.

  • Ma tra tutti questi "handicap" quello percepito come più grave dalle imprese, oltre alla pressione fiscale sulle imprese - 20 punti sopra quella tedesca e al di sopra la media Ue – è proprio l'abnorme ritardo dei pagamenti dello Stato per cui abbiamo il triste primato nella Ue.

  • Se la media europea dei pagamenti delle amministrazioni è di 65 gironi, da noi le imprese devono attendere sei mesi. E la tendenza è all'aumento! Lo Stato ha cosi accumulato un mostruoso debito stimato introno ai 90 miliardi di euro verso le imprese. In alcuni settori, quale quello sanitario si arriva a 292 giorni. E in regioni quali Molise, Calabria e Campania si superano i 600 giorni. Secondo la Cgia di Mestre, il 30% dei fallimenti delle società italiane, soprattutto PMI, sono dovuti ai ritardi di pagamenti (14.400 su 46.400).

Un patto fiscale anche per la crescita

  • Per questo attuare subito la direttiva in Italia è particolarmente importante.

  • Nelle ultime settimane sono circolate varie ipotesi, tra cui il recepimento anticipato solo parziale della direttiva limitato ai rapporti tra privati; con rinvio a marzo 2013 dell'attuazione degli obblighi per gli enti pubblici. Ho, dunque, accolto con grande soddisfazione il chiaro impegno del Ministro Passera ad attuare tutta la direttiva prima della fine dell'anno, forse già a novembre. Sono consapevole delle difficoltà e resistenze che può aver incontrato.

In linea generale, la maggioranza dei pagamenti tardivi degli enti pubblici dipende semplicemente da cattiva organizzazione, sciatteria procedurale. Quando un ente pubblico acquista beni o servizi, ha già iscritto al bilancio gli stanziamenti per quella spesa. Per cui non dovrebbe essere difficile pagare puntualmente i creditori.

Ma in Italia vi sono regole contabili che consentono di iscrivere il debito ai fini del Patto di Stabilità solo al momento del pagamento effettivo, e non quando sorge l'obbligo giuridico di pagare alla scadenza della fattura. Questa regola, insieme al patto di stabilità interno, ha probabilmente incentivato molte amministrazioni a rinviare i pagamenti per avere i conti, almeno formalmente, più in ordine.

E', dunque, imperativo che le regole di contabilità e il patto di stabilità interno vengano riviste in modo da consentire l'applicazione della direttiva.

La decisione se applicare retroattivamente la direttiva con effetto anche sui debiti già scaduti al momento dell'attuazione, è lasciata alla discrezionalità degli Stati. In ogni caso per l'Italia, anche dopo l'attuazione, resta il problema di smaltire il più rapidamente possibile l'arretrato di debiti verso le imprese. Liberando cosi oltre 90 miliardi che consentirebbero di pagare fornitori, evitare fallimenti e perdite di posti, fare investimenti; e beneficare allo stesso erario. E che forse, potrebbe rappresentare l'inizio della fine della recessione.

Non è più accettabile la logica per cui le imprese possono fallire e i lavoratori perdere il posto per avere i conti formalmente più in ordine. O anche bloccare la spesa di fondi strutturali Ue già disponibili (e che anzi rischiamo di perdere se non impegnati), non aprendo cantieri e rinviando investimenti vitali.

E' necessario aprire una riflessione sull'interpretazione dei vincoli del Patto di Stabilità e Crescita, che nell'ambito di regole contabile spesso eterogene tra i diversi Stati Ue, rischia di alimentare la spirale recessione – aumento di deficit e debito, già sperimentata. Non investire in innovazione e infrastrutture o far fallire le imprese per ritardi di pagamento le imprese, porta inevitabilmente a peggiorare i conti.

Conclusioni

Europa e Italia devono considerare la crisi come un'occasione per cambiare, voltare pagina nei confronti di una sorta di fatalismo con cui si è accettata la perdita di base industriale; senza capire che cosi si logorava inesorabilmente la nostra capacità di crescere e di sostenere il modello sociale europeo.

Adesso dobbiamo costruire un'Europa politica che sappia, da subito, dare risposte immediate efficaci per la crescita. E sono convinto che quella più urgente per l'Italia sia proprio la piena immediata attuazione della direttiva e il pagamento dei debiti arretrati.


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