Navigation path

Left navigation

Additional tools

Antonio TAJANI Vicepresidente della Commissione europea, responsabile dell’Industria e Imprenditoria Lectio Magistrali Collegio d'Europa / Parma 8 Giugno 2012

European Commission - SPEECH/12/430   08/06/2012

Other available languages: EN

Commissione europea

Antonio TAJANI

Vicepresidente della Commissione europea, responsabile dell’Industria e Imprenditoria

Lectio Magistrali

Collegio d'Europa / Parma

8 Giugno 2012

1. Introduzione

Mai come ora dalla seconda guerra mondiale, l'Europa si trova confrontata a scelte che non è retorico definire di portata storica.

Dai dubbi sulla possibilità per alcuni Stati di far fronte al loro indebitamento, siamo passati a una crisi di fiducia sulla capacità dell'Ue di difendere le conquiste di sessant'anni di storia; e rassicurare i mercati sulla reale volontà di sostenere l'euro in maniera credibile.

Eppure, proprio negli ultimi due anni si è assistito a un'accelerazione del processo d'integrazione, con azioni che prima della crisi erano quasi impensabili.

Sono state introdotte misure per migliorare trasparenza dei mercati finanziari e delle agenzie di rating e, per rafforzare il sistema bancario, anche con l'introduzione di tre agenzie che costituiscono un primo embrione di un sistema di vigilanza comune. E' stato creato un vero e proprio fondo monetario europeo che arriverà a 750 miliardi e sostiene Grecia, Irlanda e Portogallo che non riescono più a finanziarsi sui mercati.

E' stato rafforzato il Patto di Stabilità e Crescita e la governance, prevedendo un "semestre" di dialogo tra Commissione e governi sulla politica economica e di bilancio, con raccomandazione sulle riforme da fare per convergere verso livelli di competitività adeguati all'euro e rientrare di debiti e deficit eccessivi. Sono stati previsti meccanismi per aumentare l'efficacia dell'azione comunitaria, quali procedure semi automatiche e sanzioni – anche pecuniarie - ulteriormente rafforzate dal Patto Fiscale in corso di ratifica.

La Banca Centrale Europea, nei limiti del suo Statuto, ha portato avanti azioni straordinarie, quali il riacquisto di titoli di debiti sovrani sul mercato secondario e prestiti alle banche illimitati per tre anni al vantaggioso tasso dell'1%.

Tutti gli Stati con problemi di deficit e di debito hanno varato riforme strutturali, tagli alla spesa e inasprimento delle politiche fiscali e della lotta all'evasione per rinforzare la propria competitività e migliorare i conti.

Eppure, queste azioni intraprese a livello europeo e nazionale non sono bastate a riportare la fiducia sui mercati. Al contrario, la situazione è peggiorata, con il ritorno della recessione in molti paesi Ue. L'aggravarsi della situazione in Grecia e Spagna e il freno dell'economia mondiale rischiano di compromettere anche il faticoso percorso di risanamento dell'Italia per uscire dalla zona di pericolo.

Il crollo della produzione industriale, il forte calo del PIL nei paesi della cd periferia e, livelli di disoccupazione insostenibili, che in Spagna, Grecia e Italia del Sud hanno raggiunto il 50% per i giovani, alimentano incertezza politica e la tentazione di votare forze estreme o che utilizzano demagogia e populismo, spesso in chiave anti europea.

Le ultime elezioni in Grecia e Francia hanno fatto emergere tutto il malcontento verso politiche essenzialmente fondate su rigore e riforme "a costo zero", che non hanno finora riportato la fiducia sui mercati. Si è invece innescata una spirale tra recessione, ulteriore rigore, inasprimento della recessione; con deterioramento dei conti e rischi di fughe di capitali.

A soffiare sul fuoco, anche chi gioca, per proprio tornaconto, sulla disgregazione dell'euro, pronosticando l'uscita della Grecia e un effetto a catena sugli Stati più vulnerabili. In questo contesto Georg Soros ha paragonato l'Euro ad una bolla di cui ci si sta accorgendo solo ora; e che rischia di scoppiare senza interventi risolutivi nel giro di tre mesi.

La politica ha, dunque, davanti un compito essenziale: recuperare il suo primato, governare i mercati e la finanza, con azioni che vanno prese anche a livello europeo.

Nelle prossime settimane l'Europa si troverà davanti a un bivio nella storia dell'integrazione. Continuare con soluzioni tampone, che possono sembrare risolutive nel breve, ma finiscono per rivelarsi insufficienti, come un'aspirina che allieva il dolore senza curare i sintomi; oppure, imprimere una vera svolta con una chiara volontà di salvare la casa comune, rilanciando l'integrazione politica; tornando alle ragioni che sono alla base della costruzione europea.

2. Ritrovare le ragioni dei padri fondatori

L'Ue è figlia della risposta politica data da esponenti illuminati della classe dirigente europea del dopo guerra alle tragedie create esasperando le logiche del nazionalismo e della contrapposizione d'interessi.

Due guerre devastanti nello spazio di un ventennio sono state lezioni inequivocabili su rischi di nazionalismo e dittature che gli europei hanno ben appreso. Bisognava superare diffidenze, rancori, sfiducia, barriere culturali, ferite ancora aperte che potevano portare nuove guerre e dittature.

La saggezza, la lungimiranza, prevalsero. Con coraggio, si guardò al futuro, alle nuove generazione, per costruire su basi solide una nuova Europa garante di pace, diritti umani e prosperità. Fu prima di tutto un salto antropologico e culturale, non solo per noi europei ma per l'umanità intera. Gli Stati fondatori uscirono dalla logica della contrapposizione scegliendo la cooperazione e la solidarietà; mettendo fine alle rivalità per territori e materie prime e lavorando intorno allo stesso tavolo, per dare risposte comuni a problemi comuni.

Il "metodo comunitario", rinforzato da un ruolo crescente del Parlamento, più voti a maggioranza e cessioni di sovranità, ha mantenuto finora tutte le promesse fatte dai padri fondatori. Un mercato sempre più integrato e politiche di solidarietà verso le aree a ritardo di sviluppo hanno portato crescita, lavoro, benessere e, soprattutto, pace e libertà.

Ad uno ad uno quasi tutti gli Stati del continente hanno voluto far parte di questa storia di successo. I popoli rimasti incagliati in nuove o vecchie dittature hanno potuto liberarsi anche grazie alla forza di attrazione di un'Europa libera, unita e prospera a cui hanno puntato appena tornati padroni del proprio destino. Prima la Grecia, uscita dal regime dei colonnelli, poi Spagna e Portogallo, da ultimo i paesi liberati dalla cortina di ferro.

Questo successo è basato sull'intelligenza di vedere nella solidarietà verso i più deboli un modo per perseguire l'interesse di tutti, nel guardare ai diversi problemi nazionali in un più ampio contesto europeo, dove i benefici sono assai maggiore della somma dei singoli interessi visti da prospettive puramente nazionali.

Ad esempio, non è un paradosso che ad aver guadagnato di più dal processo d'integrazione, pur reso possibile da generosi contributi di paesi ricchi verso aree più povere, sono stati proprio i primi. Mercato interno e moneta hanno aiutato l'export e servizi dei paesi più competitivi, Germania in testa. In generale, tutti hanno avuto benefici dalla creazione di un grande spazio di libertà, l'industria tedesca e italiana, l'agricoltura francese, i servizi inglesi o danesi, i porti olandesi e belgi, il turismo in Spagna o Grecia, solo per fare qualche esempio.

Essenziale per questo non rimanere prigionieri della logica delle rivendicazioni o degli egoismi nazionali, che finisce per danneggiare tutti mettendo in pericolo l'intero edificio.

Quando vi è stata la riunificazione della Germania gli europei sono stati al fianco di Kolh, anche se il cambio paritario con il marco dell'est ha inevitabilmente drenato capitali verso la Germania; cosi come i fondi regionali hanno contributo a ricostruire il tessuto produttivo della Germania dell'est.

La cornice dell'euro in un mercato interno completato nelle sue grandi linee fu un salto decisivo dell'integrazione economica voluto da Kolh, Mitterrand, Delor o Ciampi, ultima eredità della generazioni che aveva vissuto la guerra. Ma con l'euro il metodo di Monet - mettere insieme interessi economici concreti per aprire la via all'integrazione politica - ha mostrato i suoi limiti. La crisi ha evidenziato che una moneta comune presuppone la condivisione di qualcosa di più di un mercato o una di politica commerciale. Serve un vero governo dell'economia, una banca e un bilancio che riflettano un livello d'interazione di tipo federale o, comunque, molto più politica; strumenti che possano compensare gli squilibri inevitabili tra diverse aree economiche.

Ma soprattutto, serve fiducia reciproca, il saper comunicare gli uni con gli altri, capirsi. Il vero rischio di tenuta dell'Europa di oggi, oltre che dall'economia, viene da crescenti difficoltà a capire le ragioni degli uni e degli altri, pur tutte legittime, ma legate a una prospettiva di interesse nazionale spesso di breve termine.

E' arrivato il tempo in cui tutta la classe dirigente europea – a cominciare da quella tedesca - spieghi alle rispettive opinione pubbliche le ragioni di fondo e i vantaggi dello stare insieme. E i relativi costi di una di sua disintegrazione.

3. Innovazione industriale e PMI al centro della strategia per uscire alla crisi

La strategia per uscire dalla crisi passa per maggiore attenzione all'economia reale, alle PMI, alla forza innovativa e creatrice della nostra industria. Senza una forte base industriale non riusciremo a creare lavoro e a pesare nel mondo di domani. Solo dal manifatturiero in Europa dipendono direttamente 37 milioni di posti, oltre 76 con le ricadute su servizi che non avrebbero più ragione d’essere. Perdendo capacità nel manifatturiero vi sarà meno lavoro e non riusciremo più a innovare.

L'Europa deve recuperare fiducia nella sua capacità di industriarsi, intraprendere, innovare e crescere. Per questo deve rimettere al centro l'economia reale e l'industria, la sua forza. In linea con la strategia Europa 2020, dobbiamo assicurare le necessarie sinergie tra le nostre diverse politiche per l'industria: sostenibilità, ricerca e innovazione, infrastrutture, educazione, mercato finanziario, maggiore integrazione del mercato interno e un contesto più favorevole al business, accesso ai mercati internazionali, tutte vanne focalizzate sui cambiamenti in atto in un piano coerente per uscire dalla crisi.

Nel 2020 il mondo sarà molto diverso da oggi. Si passerà dagli attuali 69 a 121 trilioni di dollari di PIL. Il 70% di questa crescita porterà gli emergenti a pesare la metà del PIL globale e la Cina a superare l'Ue. Le ragioni di questi tassi di crescita di oltre cinque punti di media quella Ue negli ultimi 10 anni, sono legati soprattutto a demografia e nuova domanda spinta dall'aumento del reddito pro-capite.

Ogni anno la popolazione mondiale aumenta di 70 milioni. Entro il 2020 la dipendenza Ue da gas e petrolio importato supererà rispettivamente l'80 e 90%. Nel 2030 il consumo energetico globale raddoppierà con la crescita nei paesi emergenti che porterà a due miliardi di persone a entrare nella fascia di reddito tra 10.000 e 30.000 dollari. Aumenteranno vertiginosamente consumi di beni e risorse. Ad esempio, nel 2030 il parco auto mondiale passerà dagli attuali 800 milioni a 1,6 miliardi, solo in Cina da 60 a 600 milioni.

Se il mondo dovesse continuare con le tecnologie di oggi e l'attuale dipendenza da idrocarburi - pari all'80% -, le emissioni climalteranti aumenterebbero del 50% entro il 2050, sicurezza energetica e accesso alle materie prime, insieme alla speculazione, metterebbero sempre più a rischio crescita e base industriale europea.

Queste formidabili sfide – che l’Europa deve necessariamente affrontare facendo fronte comune - costituiscono altrettante opportunità per cambiare, intercettare nuova domanda di beni e servizi, creare lavoro. A condizione che la politica faccia la sua parte puntando su una nuova rivoluzione industriale.

La prima rivoluzione industriale è spesso associata all'utilizzo del vapore, del carbone, per far muovere le macchine; poi è cominciata l'era del petrolio. La nuova rivoluzione dovrebbe accompagnare, con lo sviluppo tecnologico, proprio l'uscita graduale dagli idrocarburi, un utilizzo più efficiente e sostenibile di risorse sempre più scarse. Più in generale, tutta l'economia sta subendo profonde trasformazioni, con nuove tecniche di produzione basate su tecnologie digitali, materiali avanzati, tecnologie abilitanti fondamentali, scienza del genoma, spazio, robotica, rinnovabili o riciclo di materie prime.

Questa rivoluzione tocca molti settori, dal manifatturiero ai servizi, energia e materie prime, infrastrutture e trasporti, edilizia e turismo, fino alla chimica. Avrà come filo conduttore tecnologia, capacità di adattamento, nuove professioni. Il saper rispondere alla nuova domanda per creare occupazione.

Banche e finanza, essenziali per consentire alle imprese d'investire sul futuro e cogliere queste opportunità, giocheranno un ruolo centrale. E Politiche e investimenti per la ricerca e l'educazione saranno sempre più le armi di una competizione globale per la leadership delle trasformazioni in atto.

Incentivare l’innovazione industriale

I prossimi anni saranno cruciali per le economie mature che dovranno spingere il loro potenziale competitivo per intercettare la nuova domanda dai mercati più dinamici. E per salvaguardare tutele sociali e livello di vita.

Oggi solo il 9% dell'export europeo va in Cina, e ancora meno in India, Brasile e altri emergenti. L'Europa deve giocare con maggiore convinzione questa partita. Si prospettano milioni di nuovi posti puntando, ad esempio, sull'efficienza delle risorse, tecnologie abilitanti fondamentali, digitale o industrie creative. Ma bisogna fare scelte giuste e tempestive.

Servono norme e target europei che consentano a industria e investitori scelte in un quadro di riferimento stabile che non ostacoli le potenzialità di questi settori; e un migliore e più equo accesso ai mercati internazionali; ma anche più investimenti in una ricerca vicina all'industria, infrastrutture materiali e immateriali strategiche in una dimensione europea; educazione e formazione mirata alla nuova domanda di lavoro.

Tra il 2008 e il 2009 i piani Usa e cinesi per rilanciare domanda interna e competitività hanno impegnato rispettivamente 780 e 500 miliardi di dollari, molti dei quali per promuovere green economy, ricerca e infrastrutture. Anche all'Europa ora serve un piano per la crescita ancora più ambizioso che acceleri la transizione verso un'economia più sostenibile e competitiva.

Le ricette sono: maggiori fondi Ue per accesso al credito e venture capitale, infrastrutture e competitività, con una ricerca più orientata alle imprese, progetti pilota e dimostrativi vicini a sbocchi commerciali. Serve un'attenzione particolare per le PMI, che devono avere i mezzi per adattarsi ai cambiamenti.

Le proposte della Commissione per il nuovo bilancio Ue riflette in parte queste priorità, con Orizzonte 2020 che prevede 80 miliardi per ricerca e innovazione industriale, Cosme con più fondi per l'accesso al credito e ai capitali di rischio di imprese innovative, 50 miliardi per le infrastrutture di rete, di cui 10 per Project bond e, fondi regionali mirati su efficienza delle risorse, innovazione e PMI.

Aumentare questi investimenti non deve considerarsi un aggravio del debito, in quanto sono essenziali per generare ricchezza e competitività; e dunque, con un ritorno che contribuisce a risanare i bilanci. Penso, ad esempio, a un piano per l’edilizia più sostenibile e sicura, a una nuova cantieristica, più in generale, alla riconversione di parte dell’industria a maggiore efficienza nelle risorse.

Stimoli, sotto forma di prestiti a tassi agevolati e/o con garanzie pubbliche o, incentivi fiscali, potrebbero finanziarsi risparmiando parte dei 310 miliardi di euro, pari al 2.5% del PIL europeo, che ogni anno spendiamo per importare oltre il 75% del gas e 85% del petrolio che consumiamo. O dai fondi che l'industria pagherà per le aste sulla CO2 del sistema di scambio d'emissioni dal gennaio 2013.

Essenziale anche un maggiore ruolo della BEI. Col vertice di mercoledì si è più vicini a un accordo su una ricapitalizzazione di 10 miliardi, che consentirebbe una leva di oltre 180 miliardi, si potrebbe favorire credito e innovazione industriale nei paesi in difficoltà. Ma si può andare oltre utilizzando parte dei fondi Ue non spesi per ulteriori ricapitalizzazioni.

Quadro di regole e standard per incoraggiare investitori

Negli ultimi anni l'Ue ha definito una cornice di regole e standard finalizzata a spingere investimenti, innovazione industriale e sostenibilità'.

In questo contesto, é essenziale che l'industria sia vista come partner necessario per trovare risposte efficaci e realistiche alle sfide – anche si sostenibilità ambientale - che abbiamo davanti. Soluzioni punitive, che implicano costi eccessivi dove la tutela ambientale diventa un handicap per l'industria, anziché un volano per la competitività non servono. Credo che andare oltre i target del 20-20-20 al di fuori da un accordo globale sia controproducente. L’Ue non può più permettersi i costi energetici più alti al mondo e i relativi rischi di delocalizzazione che non farebbero che aumentare il problema del clima impoverendo la nostra base industriale.

Fondamentali anche una maggiore integrazione del mercato interno eliminando le barriere residui e gli ostacoli alla concorrenza per beni e servizi e un piano d’infrastrutture trans europee per energia, trasporti o digitale; e sempre minore burocrazia e appalti pubblici orientati all'innovazione.

Accesso al credito e ritardi di pagamento

Ogni settimana chiudono migliaia di aziende. Questo anche perché 1/3 delle PMI non riesce ad avere il credito richiesto, con l’ultimo rapporto di BCE e Commissione che indica una tendenza ad ulteriore peggioramento. Senza accesso ai capitali le imprese non possono investire in qualità, innovazione e risorse umane. Rischiano di chiudere anche attività fondamentalmente sane. La Commissione sta attuando la strategia presentata a dicembre per più fondi Ue in garanzia per facilitare il credito, maggiore ruolo della Bei, un mercato integrato dei capitali di rischio, Basilea III adattata alle PMI.

L'azione di Draghi per dare liquidità' alle banche non ha ancora portato i dividendi sperati per PMI ed economia reale. E la crisi dei debiti sovrani ha creato una situazione insostenibile di disparità. Da un lato paesi e banche con titoli di Stato svalutati e tassi d'interesse altissimi e, relativo deterioramento delle condizioni del credito alle imprese; dall'altro Stati che, sempre all'interno dello stesso mercato e moneta, vedono un crescente afflusso di capitali, con costi di finanziamento irrisori anche per il sistema produttivo. Non usciremo dalla crisi senza risolvere questa disparità con strumenti comunitari per garantire i deposti bancari e consentire a tutti gli Stati di pagare interessi ragionevoli mettendo a freno la speculazione.

In un momento cosi difficile in cui lo Stato, giustamente, chiede a cittadini e imprese sacrifici e fedeltà fiscale, ritengo un dovere morale, prima ancora che giuridico, che le Pubbliche Amministrazioni paghino tempestivamente i debiti alle imprese. L'attuazione immediata della direttiva sui ritardi di pagamento,senza attendere il marzo 2013, libererebbe 180 miliardi di debiti pubblici verso le imprese. Si potrebbero evitare migliaia di fallimenti e perdite di posti e, alla fine, gli stessi conti pubblici ne beneficerebbero.

Una pubblica amministrazione alleata delle imprese

Solo rilanciano spirito imprenditoriale, capacità di creare e fare imprese, potremmo tornare a crescere. Sono gli stessi imprenditori, per loro natura, a tendere all'innovazione, appassionati da idee che vogliono realizzare. Bisogna assecondare questa forza, togliendo ostacoli, aprendo prospettive certe e, qualora serva, anche con stimoli pubblici.

Tra le maggiori freni alla crescita i costi e i ritardi amministrativi, per licenze e adempimenti vari. Con la crisi non ci possiamo più permettere un’amministrazione pubblica che ostacoli le imprese anziché essere loro alleata. Vanno valutati – anche a livello Ue – sistemi per accelerare e semplificare le pratiche, introducendo silenzio assenso con tempi ragionevoli, come già previsto in alcuni casi per infrastrutture o rinnovabili. Servono anche deroghe per le PMI che hanno costi burocratici 4 volte superiori alle grandi imprese.

La Commissione sta attuando un piano per ridurre la burocrazia del 25% con risparmi di decine di miliardi. Abbiamo introdotto test di competitività per valutare l'impatto di nuove misure legislative sulle delle imprese; e i Mister PMI, si fanno ogni giorno paladini - a tutti i livelli politici e amministrativi - della necessità di un contesto più favorevole al business.

Internazionalizzazione

Le imprese Ue devono poter sfruttare meglio le opportunità dei mercati emergenti. Ho potuto constatare di persona nelle missioni per la crescita già effettuate con rappresentanti dell’industria e delle PMI europee in Brasile, USA, Messico e Colombia quanto la nostra tecnologia e qualità sia apprezzata e rappresenti un punto di forza nelle relazioni esterne. Intendo continuare le missioni recandomi tra la seconda metà del 2012 e l'inizio del 2013 in Nord Africa, Russia, Cina e Vietnam.

Serve anche una politica commerciale meno ingenua, attenta a creare un vero accesso ai mercati per le nostre imprese a condizione di reciprocità che punti a una maggiore integrazione di aree strategiche quali mercato transatlantico e Nord Africa.

Educazione, nuovi mestieri e cluster

Affinché la domanda di nuove figure professionali incontri l'offerta, le università devono lavorare a stretto contatto con le imprese. Bisogna puntare su cluster con PMI e centri di ricerca in uno spazio per la formazione e la ricerca europea sempre più aperto, dove le università possano competere per l'eccellenza, attirare cervelli, evitando fughe di talenti negli USA o in Asia.

Innovazione industriale e governance europea

Alcune riforme strutturali, quali lo spostamento di tasse dal lavoro verso la rendita e il consumo o per scoraggiare sprechi di risorse sono utili per la competitività. La spinta all'innovazione industriale, quale motore di crescita, dovrebbe diventare elemento essenziale del semestre europeo e della nuova governance economica.

La Commissione deve essere in prima linea per sostenere la leadership europea della rivoluzione industriale in atto. Oltre al partenariato per l'innovazione sulle materie prime del 29 febbraio e a un piano sull'auto presento due gironi fa insieme al presidente dell'ACEA Marchionne, entro l'estate presenteremo le strategie su Tecnologie Abilitanti Fondamentali e la comunicazione sul settore dell'edilizia. Il 29 maggio con un evento cui hanno partecipato il presidente Barroso, rappresentanti di governi e leader economici e industriali, oltre a Jeremy Rifkin, abbiamo lanciato un dibattito e una consultazione formale sulla revisione della politica industriale che intendo presentare a settembre affinché le imprese europee siano protagoniste delle sfide del modo globale.

4. Un vero Patto per la crescita

Il vertice informale del 23 maggio ha affrontato i nodi della crisi mettendo sul tavolo, senza tabu, alcuni punti essenziali presumibilmente in discussione al prossimo Consiglio europeo del 29 giugno. Tra questi gli Eurobond, che potrebbero aiutare a contenere i debiti e frenare la speculazione sui tassi; e un percorso verso un'unione bancaria con una garanzia europea sui deposti per dare stabilità alle banche e favorire il credito. Auspicabile anche una discussione sul ruolo della BCE e sul valore dell'euro rispetto a monete concorrenti.

Si sta rafforzando la consapevolezza che i soli vincoli di bilancio non bastano a risanare i conti. Su questa via si sono fatti progressi per gettare le basi di un vero e proprio Patto per la Crescita da affiancare a quello Fiscale, necessario ma non sufficiente. Penso misure di stimolo, in linea con la cd Golden Rule, con alcuni investimenti in ricerca o infrastrutture o, la restituzione dei debiti alle imprese, non computati nel debito e nel deficit. O all’utilizzo dei fondi regionali per favorire il credito, capitalizzare la BEI o promuovere Project bond.

Questo nuovo Patto per la Crescita passa necessariamente per più Europa e un forte coraggio politico che finora è in parte mancato. E' arrivato il tempo di costruire in tempi rapidi le fondamenta di una nuova Europa. Con un vero governo dell'economia, una Banca Centrale analoga alla Federal Reserve, una politica monetaria che guardi anche alla realtà del tessuto economico e sociale nel suo complesso. Con un sistema d'indebitamento in parte comune che non elimini la responsabilità dei singoli Stati ma consenta di pagare tassi d'interesse sostenibili senza soffocare l'economia reale.

Serve un vero bilancio federale, e risorse proprie, che possa compensare gli squilibri competitivi; dove si spenda complessivamente meno a livello nazionale per agire in modo più efficace e sinergico a livello Ue su poche priorità essenziali. Penso, ad esempio, a un vero spazio europeo della ricerca e innovazione orientate al mercato e alle imprese.

Con i 7 miliardi investiti per il sistema di navigazione satellitare Galileo che consentirà già dal 2014 trasporti e reti elettriche più intelligenti oltre a ricadute sul ricco mercato emergente di prodotti e servizi legato allo spazio, avremmo benefici economici stimati nell'ordine di 90 miliardi per tutta l'Ue. Questi progetti non sarebbero neppure concepibili fuori da una dimensione europea.

Anche un'industria della difesa e della sicurezza comune e integrata può farci risparmiare centinaia di miliardi da reinvestire, con forti ricadute in termini di maggiore efficacia, competitività e capacità d'innovazione.

5. Conclusione

Se è vero che l'innovazione è la nuova energia che serve sia all'economia che alla politica, sono convinto che questa verrà in prevalenza dalle menti e dall'impegno di ventenni o trentenni come voi. Non solo i giovani hanno il diritto a sedersi al tavolo della discussione, ma senza di loro mancherà una visione essenziale di come affrontare il futuro.

Le nuove generazioni devono essere invogliate alla cultura del rischio e del cambiamento. Sprecare il loro potenziale, i loro talenti, adesso, vorrebbe dire non aver capito l’essenza della crisi. Entro settembre presenteremo una Piano europeo per l'imprenditoria che rafforzi strumenti di accesso a credito e venture capital anche per start up e programmi di scambio di esperienze come Erasmus per giovani imprenditori. Ma che punterà anche sul ruolo essenziale dell'educazione e della formazione come strumento determinate per far scattare la voglia di realizzare proprie idee.

Trasformare la protesta in forza per il cambiamento

Dobbiamo riconoscere gli errori di riforme mancate a Maastricht, Nizza o Lisbona dopo l'Euro e l'allargamento. E dissipare l'immagine che spesso danno le istituzioni europee di essere distanti dai popoli, in una sorta di torre d’avorio, ingessate da una burocrazia auto referenziale.

Non va mai dimenticato che l'Europa non è l'opera di qualche tecnocrate o di un'élite, ma una grande costruzione democratica basata su consenso e partecipazione dei cittadini. Non è concepibile un progetto calato o imposto dall'alto, specie se in gioco vi è l'esercizio della sovranità o sacrifici che incidono su livelli di tutela sociale o benessere economico.

Rappresentanza democratica e partiti politici sono chiamati a svolgere un ruolo essenziale per spiegare ai cittadini la posta in gioco e convincerli a partecipare a un nuovo progetto europeo. Se la politica perderà questa partita, ripiegando nella dimensione locale, non riuscendo ad agire a livelli adeguati a sfide che sono globali ed europee; l'Europa sarà destinata al declino.

Ma se è vero quello che affermava Winston Churchill, per cui i pessimisti vedono difficoltà in ogni opportunità e gli ottimisti opportunità in ogni difficoltà, questo è il momento per essere ottimisti. E considerare la crisi come opportunità storica per l'Europa di uscire dal guado, finire l'incompiuta, marciare spedita verso l'età matura.

Un'occasione anche per un profondo rinnovamento della politica, con partiti transnazionali capaci di parlare all'opinione pubblica europea, l'elezione del presidente della Commissione e, un rafforzamento ulteriore del ruolo del Parlamento e dell'esecutivo Ue che rispondono all'interesse generale dell'Europa e dei suoi popoli.

L'unica risposta seria che la politica può dare al populismo legittimato da rabbia e paura per una situazione dove ai sacrifici non segue una vera prospettiva, è canalizzare le proteste trasformandole in voglia di cambiamento. Per costruire una nuova casa più solida e adatta a tutelare gli interessi degli europee tra le tempeste del mondo globale. L'Europa che sognava De Gasperi, amareggiato dal fallimento del progetto di Comunità Europa della Difesa in cui vedeva, appunto, l'embrione di un'Europa non fondata sul solo mercato.

Una nuova Europa che, in omaggio alla sussidiarietà, si può occupare di molte meno cose; ma che deve assolutamente presentarsi unita dove solo a livello Ue si può essere efficaci. Quest’Europa non dovrà essere solo la somma dei nostri portafogli. Ma continuare a incarnare i valori per cui è nata; e difenderli nel mondo, in prima linea nelle battaglie per la libertà e i diritti civili, contando davvero.

La crisi è anche un'occasione per noi cittadini di smettere di dare per scontate le conquiste del dopo guerra; e tornare a un maggiore impegno per difenderle e preservarle per le nuove generazioni per un domani che non sarà privo di rischi.


Side Bar

My account

Manage your searches and email notifications


Help us improve our website