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Romano Prodi Presidente della Commissione europea Dal 2000 al 2005: un progetto per la Nuova Europa Parlamento europeo Strasburgo, 15 febbraio 2000

European Commission - SPEECH/00/41   15/02/2000

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SPEECH/00/41

Romano Prodi

Presidente della Commissione europea

Dal 2000 al 2005: un progetto per la Nuova Europa

Parlamento europeo

Strasburgo, 15 febbraio 2000

Signora Presidente,

Onorevoli Parlamentari,

All'inizio di una nuova legislatura e di un nuovo secolo è legittimo contemplare l'integrazione europea da una prospettiva che abbraccia al tempo stesso il nostro passato e il nostro futuro.

Quello che ci colpisce è un paradosso. L'Europa unita ci ha assicurato mezzo secolo di pace e di sicurezza in territori e tra popoli che nella storia avevano vissuto una sequela senza fine di guerre e di conflitti. L'Europa unita ci ha assicurato, nel contempo, un livello di benessere senza precedenti. Il varo dell'euro, che viene a completare l'unità interna del grande mercato continentale, consente infine all'Unione europea di affermarsi come potenza economica globale, in grado di raccogliere con successo le sfide della globalizzazione.

Al tempo stesso, però, i cittadini europei sono delusi e preoccupati. Non hanno più fiducia nelle istituzioni europee. Non sopportano la lentezza dei progressi nella lotta alla disoccupazione. La prospettiva dell'allargamento vede l'opinione pubblica dividersi tra speranza e paurasperanza di stabilità e di progresso, paura di un'Europa senza identità e senza frontiere.

Per avere ragione dello scetticismo e delle preoccupazioni odierne non basta più evocare i successi del passato: occorre convincere gli Europei, la gente della strada, che chi formula le politiche e chi prende le decisioni a livello europeo è in grado di intervenire in maniera decisa ed efficace. È in grado di modernizzare l'Europa e guidarla verso un radioso futuro.

Tale compito diventa tanto più urgente e tanto più vasto ora che abbiamo messo in moto il processo di allargamento. L'allargamento è indispensabile per diffondere la pace, la stabilità e i valori che ci accomunano in tutto il continente ma, a seconda di come sarà attuato da parte nostra e dei paesi candidati, potrà indebolire o rafforzare la capacità dell'Europa di prosperare e di evolversi.

Soprattutto, dobbiamo rassicurare la pubblica opinione nei nostri Stati membri che l'allargamento non è solo una spiacevole necessità: è un'opportunità storica unica che corrisponde ai nostri interessi politici ed economici comuni.

Dobbiamo rispondere a due domande fondamentali. Di che cosa ha bisogno oggi l'Europa? E di che cosa ha bisogno l'Unione europea per servire all'Europa?

Anzitutto, l'Europa ha bisogno di una crescita vigorosa e sostenuta per sconfiggere la disoccupazione e l'esclusione sociale e per dare maggior peso all'Unione europea a livello regionale e a livello globale.

In secondo luogo, l'Europa ha bisogno di sicurezza. La sicurezza esterna va conseguita riducendo i conflitti e le tensioni ai nostri confini. La sicurezza interna va conseguita combattendo la criminalità, ivi compreso il crimine organizzato. Il problema della criminalità dev'essere affrontato alla radiceche consiste spesso nel disordine istituzionale, nella mancanza di istruzione, nell'ingiustizia sociale e nel degrado o nello squallore di certi quartieri delle nostre città. Sicurezza dovrebbe significare anche un ambiente sicuro e beni di consumo sicuri, in particolare cibi sicuri.

In terzo luogo, l'Europa deve essere consapevole della portata della propria missione. Noi Europei siamo gli eredi di una civiltà profondamente radicata in una serie di valori religiosi e civili. La nostra civiltà odierna va arricchendosi grazie alla sua apertura ad altre culture. Quello di cui abbiamo ora bisogno è una prospettiva umanista. Il nostro sistema economico e sociale deve riconoscere, sistematicamente e giorno per giorno, il primato della dignità umana. Deve fare in modo che tutti i cittadini europei abbiano un autentico accesso alla libertà, alla comunicazione interpersonale, alla cultura e alla vita spirituale.

In quarto luogo, l'Europa deve proiettare il suo modello di società nel mondo. Noi non siamo qui semplicemente per difendere i nostri interessi, noi abbiamo un'esperienza storica unica da offrire. L'esperienza di un popolo liberato dalla povertà e dalla guerra, dall'oppressione e dall'intolleranza. Abbiamo forgiato un modello di sviluppo e di integrazione continentale ispirato ai principi della democrazia, della libertà e della solidarietàun modello che funziona. Un modello in cui viene messa consensualmente in comune la sovranità. E un modello in cui ciascuno di noi accetta di appartenere ad una minoranza.

Non è certo imperialismo voler estendere questi principi e condividere il modello di società con i popoli dell'Europa meridionale e orientale che aspirano alla pace, alla giustizia e alla libertà. L'Europa deve anzi andare oltre. Dobbiamo puntare a diventare una potenza civile globale al servizio dello sviluppo globale sostenibile. Solo garantendo uno sviluppo sociale sostenibile, infatti, l'Europa potrà assicurare la propria sicurezza strategica.

Queste dunque sono le cose di cui ha bisogno l'Europa. Ma di che cosa ha bisogno l'Unione europea per servire l'Europa?

Ha bisogno di questo:

    di concentrarsi sulle sue reali priorità in vista dell'allargamento, chiedendosi cosa occorre fare al livello dell'Unione europea e cosa andrebbe fatto dagli Stati membri o dalla società civile. Questo richiederà un forte consenso.

    di un giusto insieme di politiche volto a dare stabilità all'euro e a sostenere la crescita. Tale crescita dovrà basarsi su un Mercato unico dinamico, su una maggiore competitività e su un autentico sforzo per rilanciare la ricerca e l'innovazione.

    di prendere altre iniziative efficaci per proteggere l'ambiente europeo, per armonizzare i nostri sistemi di protezione sociale e per coordinare i regimi d'imposta. La politica fiscale deve rafforzare l'Unione economica e monetaria, distribuire più equamente l'onere fiscale tra capitale e lavoro e contribuire in tal modo a ridurre le imposte sul reddito.

    di creare un unico spazio europeo della giustizia e della sicurezza. Per difendere tali diritti, l'Unione europea ha bisogno di istituzioni forti ed efficienti, che rispondano del loro operato. Ha bisogno di un processo decisionale basato sul triangolo definito da un Consiglio che rispecchia le sensibilità nazionali e la legittimità del potere messo in comune dagli Stati sovrani, da un Parlamento che assicura una legittimità democratica a livello europeo e da una Commissione che svolga un ruolo di impulso e di gestione e che risponda delle sue azioni, sempre agendo nell'interesse dell'Europa. Le istituzioni europee devono guidare gli sforzi della Comunità e degli Stati membri per controllare meglio il processo di globalizzazione.

Ciò significherà pensare una nuova forma di governo (governance) globale per gestire l'economia globale. A livello europeo, significherà una più stretta integrazione europea.

L'Europa sta entrando in una nuova e decisiva fase del suo processo di integrazione. L'integrazione che abbiamo conosciuto sino ad oggi, basata principalmente su considerazioni e opportunità economiche come il mercato unico o la moneta unica, sta lasciando il passo a una fase nella quale saranno le ragioni politiche l'elemento trainante. Non è una scelta, ma una necessità: l'integrazione politica dell'Europa deve procedere di pari passo con il suo allargamento geografico.

Le nuove frontiere dell'integrazione dell'Europa sono la giustizia e la sicurezza interna, la politica estera e di sicurezza comune, la collaborazione nella difesa, il cruciale tema dei valori politici fondamentali.

Si tratta di questioni che vanno al cuore della stessa sovranità nazionale e che impongono di ricercare un livello di consenso politico ancora più alto di quello raggiunto negli anni Ottanta e Novanta.

La Commissione ha tradotto questa dimensione politica in quattro grandi filoni d'intervento, annunciati la settimana scorsa nei nostri obiettivi strategici per il periodo 2000-2005:

    promuovere nuove forme di governo (governance) su scala europea;

    stabilizzare l'Europa e rafforzare la nostra presenza a livello mondiale;

    ridefinire le priorità economiche e sociali; e

    migliorare per tutti la qualità della vita.

A proposito del primo di questi puntipromuovere nuove forme di governo (governance) su scala europeaabbiamo annunciato un Libro bianco. Gli scopi di questo Libro bianco sono due. Anzitutto, porrà alcuni interrogativi fondamentali sulle politiche di cui avremo bisogno in un'Unione europea che potrebbe raggiungere i 30 membri e sul modo migliore per attuare tali politiche. In secondo luogo, chiederà di che istituzioni avremo bisogno per il XXI secolo e proporrà una nuova divisione dei compiti tra la Commissione, le altre istituzioni, gli Stati membri e la società civile. Una nuova e più democratica forma di partenariato tra i diversi livelli di governo (governance) in Europa.

Perché riteniamo che occorra intervenire in questa direzione? Cercherò di spiegarvi il nostro punto di vista. In primo luogo, il riesame delle nostre politiche.

Nel corso degli anni, l'Unione europea si è sviluppata, per così dire, per stratificazioni successive: prima l'unione doganale, quindi il mercato interno, e infine la moneta unica. Le varie politiche si sono sviluppate parallelamente, via via che si rendevano necessarie e che si sedimentava ciascuna stratificazione.

Sino ad oggi non c'è mai stato un "piano d'insieme" generale, in base al quale formulare e coordinare le nostre politiche, e i nostri tentativi di generalizzare determinate politiche, come quelle dell'ambiente o delle pari opportunità, incorporandole in tutti gli altri settori, hanno avuto un successo piuttosto limitato.

Ma l'Unione europea si appresta ad affrontare, nel medio-lungo termine, un grande allargamento che ci imporrà anche un radicale ripensamento di gran parte delle politiche attuali e delle relative modalità di attuazione. Dobbiamo chiederci:

    I cittadini vedono e capiscono cosa stiamo facendo? In altre parole, i contribuenti europei sanno e capiscono dove finiscono i loro soldi e perché?

    Il nostro modo di lavorare è abbastanza semplice ed efficiente? In altre parole, ci siamo sbarazzati di tutta la burocrazia superflua?

    Le nostre priorità sono il frutto di un'attenta riflessione, o sono l'esito, più o meno accidentale, del corso degli eventi?

La verità è che dobbiamo riesaminare a fondo tutte le nostre politiche alla luce delle nostre nuove priorità. Le politiche inadeguate dovranno essere reinventate da capo o semplicemente abbandonate.

Facciamo un esempio concreto: la politica della concorrenza. Il sistema attuale è stato elaborato agli albori del mercato comune, nel 1962, per assicurare l'applicazione in tutta la Comunità delle norme e dei principi in materia di concorrenza sanciti nel trattato. Si è adottato un sistema fortemente centralizzato, che riservava esclusivamente alla Commissione il potere di adottare determinate decisioni.

Ora la situazione è cambiata. Grazie al Mercato unico e alla moneta unica, l'attività economica transfrontaliera è aumentata sostanzialmente. I comportamenti anticoncorrenziali non possono essere adeguatamente controllati, e neppure seguiti, solo a livello europeo. In tutti gli Stati membri sono state create delle Authorities antitrust e la cultura della concorrenza è diffusa.

È per questo che la Commissione intende decentrare i suoi poteri esclusivi alle Authorities per la concorrenza e ai tribunali nazionali. In tal modo, la Commissione potrà svolgere meglio i suoi compiti essenziali nel settore della concorrenzaelaborare e interpretare le norme ed esaminare i casi che hanno un effettivo impatto comunitario.

In altre parole, la Commissione adempirà meglio al suo ruolo di guardiano del trattato senza necessariamente svolgere tutte le mansioni esecutive.

Ben presto, quindi, avvieremo un riesame approfondito delle nostre politiche, non per procedere all'ennesima revisione, ma per metterne fondamentalmente in discussione l'impatto e l'incidenza politica.

Questo riesame delle nostre politiche si concluderà in tempo per la prossima revisione delle prospettive finanziarie, prevista per il 2006. A quel punto si dovrà decidere quali politiche devono effettivamente essere finanziate dalla Comunità e quale dovrà essere l'equilibrio della spesa tra politica interna e politica esterna e tra le varie politiche interne.

In secondo luogo, dobbiamo chiederci cosa andrebbe fatto a livello europeo e cosa andrebbe fatto dagli Stati membri, dalle Regioni o dalla società civile. Ben lungi dal rivendicare un ruolo centralizzatore per "Bruxelles", ritengo piuttosto che sia giunto il momento di un radicale decentramento. È venuto il momento di rendersi conto che l'Europa non è gestita solo dalle istituzioni europee, ma anche dalle autorità nazionali, regionali e localie dalla società civile.

I nostri cittadini non sono contenti di come vanno le cose a livello europeo. Non criticano solo l'operato recente della Commissione: si sentono lontani da tutte le istituzioni europee, e dubitano della nostra capacità di realizzare la società che vorrebbero. Chiedono, giustamente, di avere molta più voce in capitolo nel progettare la Nuova Europa.

La sfida, dunque, non consiste solo nel riformare la Commissione, per quanto questo possa essere importante. Né si tratta soltanto di far funzionare più efficacemente tutte le istituzioni, che pure è un altro obiettivo essenziale. La sfida è a ripensare da capo il nostro modo di fare Europa. Riprogettare l'Europa. Inventare una forma di governo (governance) completamente nuova per il mondo di domani.

Vorrei essere chiaro. Non c'è dubbio che l'Europa allargata dovrà avere delle istituzioni forti. Queste istituzioni, però, devono essere democraticamente legittimate, operare in modo trasparente e totalmente giustificabile e godere della totale fiducia dei cittadini. La gente vuole una democrazia molto più tangibile, molto più partecipativa, e non aderirà al progetto europeo se non sarà pienamente coinvolta nel processo di fissazione degli obiettivi, di decisione delle politiche e di valutazione dei progressi compiuti. E ha ragione.

Secondo me, dobbiamo smettere di pensare in termini di livelli gerarchici di competenza separati in base al principio di sussidiarietà e cominciare piuttosto a pensare a un sistema reticolare, in cui tutti i livelli di governo (governance) concorrono a formulare, a proporre, ad attuare le politiche e a verificarne i risultati.

Naturalmente, non possiamo parlare di forme di governo (governance) o di democrazia partecipativa senza sviluppare la nostra capacità di fare in modo che le donneche costituiscono metà della popolazionesiano adeguatamente rappresentate nel dibattito e nel processo decisionale. Dobbiamo assicurarci che tutte le politiche europee tengano pienamente conto della dimensione del genere.

L'Europa è stata all'avanguardia nell'elaborazione di politiche e strumenti legislativi avanzati per quanto riguarda il diritto all'impiego delle donne. Ora dobbiamo affrontare questa questione in un'ottica politica molto più vasta.

Ci metteremo subito al lavoro sul Libro bianco, che a mio giudizio potrà essere pronto verso la primavera del 2001. Ovviamente, la sua stesura procederà di pari passo con la Conferenza intergovernativa e con le nostre riforme istituzionali, dato che uno dei punti chiave consisterà appunto nel chiedere di quali istituzioni avremo bisogno nel XXI secolo.

Personalmente, non ho preconcetti rispetto alla risposta a questa domanda. Ogni istituzionea partire dalla Commissione europeadovrebbe accettare che la sua forma attuale, e persino la sua esistenza a lungo termine, possano essere messe in discussione. Su tutto questo, dovrà svolgersi un dibattito aperto tra tutte le parti in causanon ultimi questa Assemblea e i rappresentanti della società civile europea. Il Libro bianco, che mira appunto a stimolare questo dibattito, conterrà proposte operative sostanziali e mirate.

Onorevoli parlamentari, i fatti parlano più forte delle parole. La capacità delle istituzioni europee di produrre fatti concreti è la loro maggiore fonte di legittimazione. Se c'è un modo sicuro per sottrarre consensi all'Europa, è proprio quello di continuare a moltiplicare le promesse non mantenute. Anziché preoccuparci dell'euroscetticismo, dovremmo preoccuparci dell'apatia della pubblica opinionedettata dall'impressione che parliamo troppo e facciamo troppo poco.

Dobbiamo colmare il divario tra retorica e realtà in Europa. La gente vuole un'Europa che mantenga la parola data. Questa Commissione intende mantenerla.

In questa prospettiva, la Commissione farà due cose: ci impegneremo per condurre in porto con successo le nostre riforme interne, e riesamineremo le nostre priorità per concentrarci sulle nostre attività fondamentali.

Una riforma approfondita della Commissione è essenziale, data la complessità delle sfide che si prospettano. Questo comporterà un ripensamento radicale dei nostri metodi di lavoro.

Dobbiamo migliorare le capacità manageriali, assicurare che il denaro pubblico sia speso bene e ammodernare la nostra amministrazione. L'esperienza del passato sta a testimoniare quanto sia necessario intervenire in questa direzione.

Ma questo non basta. Dobbiamo creare le condizioni per trasformare un'organizzazione basata sulle procedure in un'organizzazione politicamente orientata. È questa la vera essenza del processo di riforma.

La Commissione deve diventare una forza trainante politica per dar forma alla nuova Europa. E deve concentrarsi su questo compito, allontanandosi dai compiti più tradizionali svolti sino ad ora.

Il nostro personale è la principale risorsa di cui disponiamo per raggiungere questo obiettivo. È solo grazie alla dedizione, all'intelligenza e all'indipendenza del nostro personale che potremo riuscire nel nostro intento. Noi vogliamo che i nostri funzionari si sentano totalmente responsabili e totalmente coinvolti nel progetto, impegnativo ma credibile, di dar forma a una nuova Europa.

Io chiederò a ciascun commissario di riesaminare nei prossimi mesi le priorità del settore di sua competenza, per permettere alla Commissione di mantenere gli impegni relativi alle priorità fondamentali negli anni a venire. Il nostro obiettivo è spogliarci delle attività non prioritarie per liberare risorse. Quando avremo stabilito con precisione quali sono le priorità fondamentali della Commissione, riassegneremo il personale allo svolgimento di questi compiti.

Questa sarà la nostra risposta a una delle principali critiche formulate dal comitato di esperti indipendentilo scarto tra compiti svolti e risorse assegnate. Dimostreremo che possiamo ridurre questo scarto spogliandoci di determinate attività. Finché non l'avremo fatto, sappiamo che questa Assemblea non accetterà aumenti dell'organico della Commissione.

Per giungere a una totale corrispondenza tra attività e risorse umane, tuttavia, dovremo anche indubbiamente assumere del nuovo personale, e io non esiterò a ripresentarmi dinanzi a questa Assemblea con un elenco dettagliato delle nostre richieste e delle attività che altrimenti saremmo costretti ad abbandonare.

Il mio obiettivo primario è fare in modo che la Commissione europea si concentri sul suo vero lavoro, e che lo faccia bene e in maniera efficiente: se non avremo le risorse necessarie, ci rifiuteremo di assumerci qualsiasi altro compito non prioritario.

Se c'è un settore nel quale occorre una gestione efficace, è quello degli aiuti esterni. L'Unione europea è il più generoso donatore di assistenza per lo sviluppo al mondo, ma i nostri risultati in termini di rapidità ed efficienza delle consegne sono disastrosi. Il problema deriva in parte dalla carenza di personale e dalla presenza di sistemi interni farraginosi. Le riforme di cui ho parlato contribuiranno a risolvere questi problemi. Ma deriva anche dall'eccessiva regolamentazione imposta dal Consiglio. Anche questo aspetto dovrà essere affrontato.

Il fatto che non riusciamo a portare a destinazione in modo più rapido ed efficace i nostri aiuti allo sviluppo è una vera tragedia quotidiana. Abbiamo persone valide sul terreno in posti pericolosi, e queste persone devono essere sostenute da sistemi amministrativi efficienti. In caso contrario, significa che non utilizziamo al meglio le nostre risorse, e in tal modo compromettiamo l'immagine internazionale dell'Unione. Nel nome del popolo europeo, nel nome dell'umanità, è nostro dovere diventare più efficienti. Fornire gli aiuti quando servono significa salvare delle vite umane.

La Commissione è decisa a cambiare le cose. Una riforma strutturale fondamentale non è un'alternativa, ma una necessità. Dobbiamo migliorare le nostre strategie in materia di aiuti e gli stanziamenti di bilancio per fare in modo che corrispondano al fabbisogno dei beneficiari e alle nostre priorità. Questo deve rimanere un compito assolutamente prioritario per l'amministrazione della Commissione. Ma questo non basta. Al tempo stesso, dobbiamo ristrutturare da cima a fondo il nostro modo di utilizzare le risorse esterne per la gestione e l'attuazione dei progetti. Il Parlamento ha presentato suggerimenti costruttivi per sostituire agli uffici di assistenza tecnica dei nuovi organismi più trasparenti e controllabili. Osservo con piacere che, per quanto riguarda il miglioramento delle forniture di aiuti esterni, ci muoviamo nella stessa direzione.

Il nostro successo in questo settore è fondamentale per tutta la nostra strategia di riforma. Gli aiuti esterni costituiranno dunque uno dei temi principali del documento sulla Riforma che presenteremo tra qualche settimana.

La situazione nei Balcani sarà il banco di prova della nostra capacità di intervenire in maniera efficace, dalla quale dipende la nostra credibilità. Se c'è un settore in cui deve scomparire lo scarto tra retorica e realtà, è proprio questo.

Non si può chiedere alle popolazioni dell'Europa sudorientale di dimenticarsi quanto è avvenuto negli ultimi anni, ma si può mostrare loro che c'è una via d'uscita. Alcuni segnali lasciano sperare che la situazione inizi finalmente a cambiare per il meglio.

La popolazione della Croazia ha smentito i pessimisti, dimostrando che un cambiamento democratico è possibile. Noi sosterremo con convinzione il nuovo governo nell'attuazione del suo programma di riformacosì come sosterremo i riformatori di tutta la regione, attuando gli accordi di Dayton in Bosnia- Erzegovina, sostenendo il governo democraticamente eletto del Montenegro, avviando negoziati di stabilizzazione e di associazione con l'ex Repubblica iugoslava di Macedonia e adoperandoci per raggiungere questo stesso obiettivo in Albania.

In Kosovo, intanto, continueremo ad assicurare il nostro pieno appoggio allo sforzo di ricostruzione.

Col medesimo spirito stiamo giocando un ruolo di primo piano a sostegno del Patto di stabilità, e lavoriamo a stretto contatto con altri partner importanti, quali gli Stati Uniti e la Banca Mondiale.

Stiamo spingendo per accelerare il processo di stabilizzazione e di associazionequesto è l'itinerario da seguire per giungere in Europa.

E ci stiamo dotando degli strumenti necessari per giungere al scopo che ci siamo prefisso.

    Abbiamo appena aperto la nuova Agenzia europea per la ricostruzione del Kosovo.

    Stiamo elaborando un nuovo regolamento per accelerare e semplificare tutta la nostra assistenza alla regione, che vi presenteremo nelle prossime settimane.

    Soprattutto, stiamo impegnandoci a fondo per accelerare la fornitura della nostra assistenza sul terreno, sviluppando procedure preferenziali e metodi di lavoro più efficaci.

    Abbiamo recentemente annunciato la creazione, all'interno della Direzione generale Relazioni esterne, della Task force per i Balcani, che costituirà l'elemento propulsivo della nostra politica.

Ma io voglio che facciamo di più. Voglio che noi:

    troviamo il modo di liberalizzare gli scambi nella regione, con l'Unione europea e con gli Stati candidati all'adesione.

    contribuiamo a contribuire a costruire i collegamenti infrastrutturalile reti e i corridoi paneuropeinecessari perché tutta la regione disponga di comunicazioni efficaci, e che partecipiamo a bonificare e decontaminare il Danubio il più rapidamente possibile.

    intensifichiamo gli sforzi per far radicare in questi paesi una società civile, basata su istituzioni pluralistiche, sullo Stato di diritto e sulla libertà dei mezzi d'informazione.

    ci impegniamo più a fondo per spingere gli Stati e le popolazioni a lavorare insieme, adottando una prospettiva regionale ed unitaria, tanto nel campo dell'economia quanto in quello della politica. Il nostro impegno nei Balcani non si può limitare, per quanto grande possa già sembrare questo obiettivo, a far cessare conflitti vecchi di secoli. Ciò che noi vogliamo per i Balcani è una pace duratura e una altrettanto duratura e robusta fase di sviluppo economico.

Se è giusto che l'Unione protegga i propri cittadini dal diffondersi della criminalità organizzata, dobbiamo anche aiutare i paesi dei Balcani a combattere questa crescente minacciatra l'altro, aiutandoli a formare forze dell'ordine moderne e professionali.

I nostri interventi in tutta l'Europa sudorientale saranno lunghi e costosi, ma non possiamo sfuggire alle nostre responsabilità. L'Unione ha un preciso dovere nei confronti delle popolazioni e degli Stati della regionedei nostri concittadini d'Europa ed è quello di perseverare. In cambio, chiediamo loro di aiutarciimpegnandosi senza riserve sulla via delle riforme.

La situazione dell'Europa sudorientale e, in un altro contesto, della Cecenia, sta a ricordarci quanto sia importante stabilizzare il nostro continente e assicurare la pace, la democrazia e il rispetto dei diritti umani in tutta Europa. È per questo che diventa essenziale condurre positivamente in porto l'allargamento e sviluppare una coerente politica di cooperazione con i nostri vicini.

Ma la democrazia e il rispetto dei diritti umani vanno tutelati con grande attenzione anche all'interno dell'Unione europea attuale. Una delle cose che faremo quest'anno a tal fine sarà contribuire alla stesura di una Carta dei diritti fondamentali. Tale iniziativa è tanto più necessaria alla luce della nuova situazione creatasi in Austria.

Vorrei ricordarvi quanto ho detto all'inizio del mese a questa Assemblea a proposito del ruolo politico della Commissione nella situazione austriaca. Quando uno dei suoi membri si trova in difficoltà è tutta l'Unione che si trova in difficoltà. Il dovere di una istituzione sovranazionale forte non è quello di isolare uno dei suoi membri ma quello di vincolarlo indissolubilmente ai suoi valori. A questo dovere la Commissione si dedicherà con la massima tenacia. Se interrompesse le relazioni di lavoro che intrattiene con l'Austria, così come con qualsiasi altro Stato membro, la Commissione abdicherebbe al proprio ruolo.

La Commissione, d'altra parte, continuerà a seguire passo dopo passo gli sviluppi della situazione in Austria. L'Unione Europea non sopravvive senza I principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell'uomo. Questi sono I principi fondamentali dell'Unione. Essi sono la ragione stessa dell'esistenza dell'Unione.

Questi principi sono tutt'uno con il rispetto dello stato di diritto e la Commissione, che dello stato di diritto è garante, sarà inflessibile nella loro difesa. Anche la più piccola infrazione nei diritti delle persone, di qualsiasi minoranza, sarà da noi perseguita nella forma più dura.

È per questo che, il 7 febbraio, ho inviato al Cancelliere austriaco Schussel un messaggio di congratulazioni per la sua nominacome faccio con ogni nuovo Capo del Governo di uno Stato membro. Il mio messaggio è formulato nel classico linguaggio utilizzato in simili occasioni. Ma la parte centrale e più importante si appella al Cancelliere Schussel senza mezzi termini.

"Sono certo," ho scritto nella mia lettera al Cancelliere, "che, come indicato nella vostra dichiarazione 'La responsabilità dell'Austria - un futuro nel cuore dell'Europa', dimostrerete lo stesso impegno manifestato dai vostri predecessori per la costruzione dell'Europa e la difesa dei valori comuni europei di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto."

Mi sia permesso di ricordare a questa Assemblea che, lo scorso novembre, la Commissione ha presentato una proposta di direttiva contro il razzismo. Io chiedo al Consiglio di procedere rapidamente all'adozione di questa proposta, e invito questa Assemblea a formulare il suo parere in tempi brevi, cosicché si possano avviare i negoziati.

Dunque, onorevoli Parlamentari, vorrei ricapitolare con voi le altre cose che questa Commissione si è impegnata a fare nei prossimi cinque anni. Le abbiamo enunciate molto chiaramente nel nostro documento strategico.

    Porteremo avanti con determinazione i negoziati per l'allargamento e contribuiremo allo sviluppo di una cooperazione efficace con i nostri vicini, come la Russia e i paesi del Mediterraneo.

    Dopo toccherà al resto del mondo. Una delle priorità della politica estera europea dei prossimi anni sarà un nuovo, massiccio sforzo per aiutare tutta l'Africa a raggiungere la stabilità politica e lo sviluppo sostenibile. Questo è l'unico modo, nel lungo periodo, per sanare le due piaghe della guerra e della fame che troppo a lungo hanno afflitto le popolazioni di quel continente.

    Ci adopereremo anche per assicurare, nonostante la battuta di arresto di Seattle, il rilancio di un Millennium Round di vastissima portata. Le forze della globalizzazione devono essere messe al servizio dei bisogni di tutto il mondo e si deve garantire uno sviluppo globale sostenibile. Perché un nuovo ciclo di negoziati possa andare felicemente in porto, Europa e Stati Uniti devono mostrare maggiore sensibilità per le esigenze dei paesi meno sviluppati.

    Ci impegneremo per la definizione di nuove priorità economiche e sociali per accrescere la competitività e creare posti di lavoro, in un contesto che tuteli le pari opportunità. Il vertice di Lisbona di marzo segnerà in tal senso un importante punto di svolta. La piena occupazione deve tornare ad essere uno dei principali obiettivi politici.

    Punteremo a fare dell'Europa un luogo migliore e più sicuro in cui vivere, adottando iniziative per l'ambiente e attuando l'ordine del giorno di Tampere e le misure contenute nel Libro bianco sulla sicurezza alimentare. Desidero richiamare la vostra attenzione, in particolare, sull'emergenza del Danubio, un drammatico esempio della necessità di un intervento su scala europea per far fronte ai disastri ambientali e, in particolare, di una struttura di intervento rapido di protezione civile a livello europeo. Questo punto è particolarmente urgente.

    Infine, svolgeremo un ruolo centrale nel dibattito sul sistema di governo di un'Europa allargata, per conciliare la diversità e il decentramento con la necessità di istituzioni forti e di un'azione coordinata. Da qui il nostro Libro bianco sulla forma di governo (governance) su scala europea.

Queste non sono delle vaghe aspirazioni: sono gli obiettivi quantificabili che ci siamo prefissati. Per riuscire nel nostro intento, dovremo avere l'attiva collaborazione di tutte le istituzionima faremo tutto il possibile per convincere e persuadere. Io sono disposto ad essere giudicato rispetto ai settori che rientrano nelle competenze della Commissione. Per il resto, sarà tutta l'Unione che dovrà essere giudicata.

Come faremo, tra quattro o cinque anni, a sapere se l'opinione pubblica europea riterrà che l'Unione europea ha tenuto la parola? Che parametro potrà adottare l'Unione europea nel suo complesso per misurare il suo successo? Io propongo un parametro molto semplice: un aumento dell'affluenza alle elezioni del Parlamento europeo del 2004.

Nel frattempo, invito i cittadini europei a rompere la barriera dell'apatia e ad interessarsi più da vicino ai nostri progressi. Guardateci. Scoprite cosa stiamo facendo. Consultate il registro della mia corrispondenza. E poi, diteci cosa ne pensate voi. Noi intendiamo rispettare I massimi standard di trasparenza e responsabilità.

Onorevoli Parlamentari, viviamo in un'epoca di opportunità senza precedenti. Le prospettive economiche sono favorevoli. E questa combinazione unica tra una crescita sostenuta, la rivoluzione della società dell'informazione e l'espansione del mercato europeo ci offre quel "circolo virtuoso" di cui abbiamo bisogno.

Se ci metteremo al lavoro con coraggio e decisione, tutti assieme, potremo costruire quella nuova Europa che i cittadini vogliono e che dobbiamo assicurare alle generazioni future.

Un'Europa giusta, umana e aperta a tutti, senza esclusioni.

Un'Europa stimolante, energica e intraprendente.

L'Europa di tutti.

Impegniamoci quindi assieme per fare di questi dieci anni un decennio di straordinarie conquiste e di successo.

Un decennio che passerà alla storia come il decennio dell'Europa.

Grazie.


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