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La Commissione europea invita 14 Stati membri a garantire che il crimine transfrontaliero non paga

Commission Européenne - IP/10/1063   23/08/2010

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IP/10/1063

Bruxelles, 23 agosto 2010

La Commissione europea invita 14 Stati membri a garantire che il crimine transfrontaliero non paga

Il mese scorso le autorità italiane hanno confiscato alla mafia beni per un valore di 60 milioni di euro. Nel Regno Unito sono stati sequestrati 92,3 milioni di sterline a un'organizzazione criminale proprietaria di beni a Dubai. I sequestri hanno interessato soltanto una parte del patrimonio complessivo di queste reti criminali, che oggi può essere facilmente trasferito oltre frontiera. Per tale ragione le norme UE in vigore dal 2006 (decisione quadro 2006/783/GAI del Consiglio) consentono agli Stati membri di ottenere la confisca dei proventi di reato all'estero. Dalla relazione pubblicata oggi dalla Commissione europea emerge però che la metà dei paesi UE non ha ancora attuato tali norme. Ciò significa che i proventi illeciti – siano essi beni, denaro sporco o auto rubate – di un'organizzazione internazionale ricercata in Francia sono al sicuro per esempio in Slovacchia o in Bulgaria. Le norme UE consentono alle autorità giudiziarie di uno Stato membro di chiedere alle autorità competenti di un altro Stato membro di eseguire le decisioni di confisca; tuttavia, la relazione odierna ha messo in luce che uno scarso livello di attuazione della normativa unitamente ad ostacoli burocratici, spesso indice della mancanza di fiducia nei sistemi giudiziari di altri paesi, rendono tuttora difficile aggredire i proventi di reato.

"In un periodo di crisi economica duole constatare che gli Stati membri UE si lasciano sfuggire miliardi di euro provenienti da attività illecite, nonostante quattro anni fa i governi abbiano trovato un accordo relativo all'adozione di misure di confisca", ha dichiarato la Vicepresidente Viviane Reding, Commissaria per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza. "Il fatto che molti Stati membri rifiutino di conformarsi alla decisione quadro del Consiglio, adottata con l'accordo di tutti, dimostra ancora una volta perché il trattato di Lisbona sia necessario allo spazio europeo di giustizia. In futuro l'Unione deve disporre di norme più chiare e più coerenti a livello di applicazione e attuazione, ma soprattutto deve instaurare una maggiore fiducia tra i sistemi giudiziari. Nel frattempo, invito gli Stati membri a predisporre norme di contrasto della criminalità che consentano alle autorità giudiziarie di collaborare per aggredire in maniera efficace i proventi acquisiti illecitamente.

Le organizzazioni criminali approfittano delle frontiere aperte all'interno dell'UE per trasferire da un paese all'altro beni rubati o merci illegali. La confisca è uno strumento prezioso per porre fine a questa pratica.

Secondo le norme dell'Unione, un paese UE può trasmettere una decisione di confisca al paese in cui il destinatario della decisione risiede, detiene proprietà o percepisce un reddito. Quest'ultimo paese esegue direttamente la confisca, conformemente alle proprie norme interne, senza ulteriori formalità.

Tuttavia, la relazione odierna dimostra che a febbraio 2010 solo in 13 dei 27 Stati membri UE tali norme erano effettivamente in vigore. Sebbene il termine per l'attuazione delle misure fosse il 24 novembre 2008, sette paesi hanno comunicato alla Commissione che il processo legislativo era ancora in corso, mentre gli altri sette non hanno fornito informazioni (si veda l'allegato).

I 13 Stati membri che hanno dato attuazione alle norme le stanno già utilizzando nella lotta alla criminalità. Le autorità giudiziarie dei Paesi Bassi, ad esempio, dall'entrata in vigore di tali norme hanno inviato alle autorità competenti degli altri paesi UE 121 decisioni di confisca relative a beni per un valore complessivo di quasi 20 milioni di euro.

L'assenza di fiducia nell'equità dei sistemi giudiziari limita la cooperazione giudiziaria

L'attuale normativa UE fornisce un elenco delle circostanze in cui gli Stati membri possono rifiutare di eseguire le decisioni di confisca, quali ad esempio la violazione del principio del ne bis in idem (essere giudicati due volte per lo stesso reato) o ritardi particolarmente lunghi tra il verificarsi dei fatti e la condanna definitiva. Tuttavia, dalla relazione odierna emerge che tutti i paesi tranne tre (Irlanda, Portogallo e Paesi Bassi1) hanno addotto ulteriori ragioni per rifiutare di eseguire le decisioni di confisca di altri paesi. Ciò limita l'impatto di uno strumento concepito per consentire alle autorità di riconoscere immediatamente le rispettive decisioni.

La relazione della Commissione pubblicata oggi avverte inoltre che anche nei paesi in cui la normativa è in vigore, le decisioni di confisca non sono ancora automaticamente riconosciute a causa di formalità legali, quali le udienze pubbliche, introdotte in aggiunta alle norme nazionali in quattro paesi (Repubblica ceca, Polonia, Romania e Slovenia).

A marzo, la Commissaria UE per la Giustizia, Viviane Reding, ha dichiarato che la fiducia reciproca è indispensabile affinché le autorità giudiziarie riconoscano le rispettive decisioni (SPEECH/10/89). La Commissione considera pertanto prioritario elaborare norme minime comuni – a partire dal diritto all'interpretazione e alla traduzione per gli indagati nei procedimenti penali (le norme che lo prevedono entreranno in vigore quest'autunno – IP/10/746) fino alla comunicazione dei diritti (proposta il 20 luglio – IP/10/989).

Contesto

Il 6 ottobre 2006 gli Stati membri UE hanno approvato una decisione quadro del Consiglio (2006/783/GAI) avente ad oggetto il riconoscimento e l'esecuzione immediata delle decisioni di confisca emesse dalle autorità competenti di altri paesi UE.

Prima del trattato di Lisbona, le norme UE in materia di giustizia venivano adottate nell'ambito del cosiddetto "terzo pilastro" in forma di "decisioni quadro" che vincolavano gli Stati membri quanto ai risultati, ma lasciavano le autorità nazionali libere di scegliere la forma e i metodi per conseguirli. Le norme così dettate potevano risultare approssimative e variare ampiamente da paese a paese all'interno dell'UE. A differenza di quanto accade in altri settori, per un periodo di transizione che terminerà nel 2014, la Commissione non potrà ricorrere alle procedure previste per garantire che gli Stati membri attuino le norme in questione. Fino a quella data, la Commissione continuerà comunque a controllarne e a sostenerne l'attuazione e l'osservanza effettive da parte degli Stati membri.

Sala stampa online Giustizia e affari interni:

http://ec.europa.eu/justice/news/intro/news_intro_en.htm

Homepage di Viviane Reding, Vicepresidente e Commissaria UE per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza.

http://ec.europa.eu/commission_2010-2014/reding/index_en.htm

ANNEX

Notification of implementation of Council Framework Decision 2006/783/JHA90 as of February 2010

Country

State of play

Extra grounds for refusal

Austria

Full implementation

Yes

Belgium

Implementation in process

Bulgaria

No notification

Cyprus

Implementation in process

Czech Republic

Full implementation

Yes

Denmark

Full implementation

Yes

Estonia

No notification

Finland

Full implementation

Yes

France

Implementation in process

Germany

Full implementation

Yes

Greece

Implementation in process

Hungary

Full implementation

Yes

Ireland

Full implementation

No

Italy

Implementation in process

Latvia

Full implementation

Yes

Lithuania

Implementation in process

Luxembourg

No notification

Malta

No notification

The Netherlands

Full implementation

No

Poland

Full implementation

Yes

Portugal

Full implementation

No

Romania

Full implementation

Yes

Slovakia

No notification

Slovenia

Full implementation

Yes

Spain

Implementation in process

Sweden

No notification

United Kingdom

No notification

1 :

Si noti che la relazione adottata oggi è stata ultimata nel febbraio 2010, mentre i Paesi Bassi hanno introdotto la legge di attuazione nazionale nell'aprile 2010. Di conseguenza, la relazione afferma che l'Irlanda e il Portogallo sono gli unici due paesi che non hanno addotto ulteriori motivi di diniego.


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