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La Commissione chiede all’Italia di modificare le norme contabili per le associazioni sportive professionistiche (il decreto “Salva calcio”)

European Commission - IP/04/854   07/07/2004

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IP/04/854

Bruxelles, 7 luglio 2004

La Commissione chiede all’Italia di modificare le norme contabili per le associazioni sportive professionistiche (il decreto “Salva calcio”)

La Commissione europea ha deciso di chiedere formalmente all’Italia di modificare il decreto “Salva calcio” per quanto riguarda le relazioni finanziarie delle associazioni sportive professionistiche, comprese le società calcistiche di serie A. Secondo la Commissione, tale decreto viola la normativa dell’Unione europea in materia di contabilità, poiché i bilanci patrimoniali di varie associazioni sportive non forniscono un quadro veritiero e fedele. La richiesta della Commissione ha la forma di “parere motivato”, che è la seconda fase del procedimento previsto nel trattato UE (articolo 226) nei casi d’infrazione. In mancanza di una reazione soddisfacente entro due mesi, la Commissione può adire la Corte di giustizia.

Come effetto del decreto “Salva calcio” del febbraio 2003, alcune associazioni sportive professionistiche, specialmente le maggiori società calcistiche per le quali i contratti dei giocatori costituiscono la massima voce di spesa, possono presentare conti nei quali i costi effettivi di un determinato anno sono sottovalutati, le perdite reali sono occultate e si fornisce agli investitori un quadro fuorviante.

In termini tecnici, il decreto “Salva calcio” permette alle associazioni sportive d’iscrivere in una voce speciale del bilancio, nella rubrica “attivi”, le perdite di capitale derivanti dal ridursi, in valore, del diritto di avvalersi delle prestazioni dei giocatori professionisti. Le perdite sono valutate da periti giurati. Questa voce di bilancio viene fatta rientrare tra gli attivi del bilancio patrimoniale e viene ammortizzata. Il decreto “Salva calcio” precisa che le società che scelgono di applicare le norme speciali così introdotte devono procedere, ai fini contabili e fiscali, ad ammortizzare tale voce di bilancio in dieci importi annuali uguali, anche se i diritti stabiliti nei contratti con i giocatori hanno durata, per esempio, solo biennale o triennale.

La quarta (78/660/CEE) e la settima (83/349/CEE) direttiva del Consiglio (direttive contabili), riguardanti i conti societari annuali e consolidati, stabiliscono che i contratti degli atleti, quando sono considerati attivi immateriali, si devono ammortare nel corso della loro durata utile di esercizio, che in genere coincide con il periodo di validità di ciascun contratto. Non si può ammortare un contratto in un periodo più lungo della durata del contratto stesso. Inoltre, le medesime direttive prevedono che il valore attribuito alle immobilizzazioni deve essere rettificato alla data del bilancio patrimoniale, riducendo tali attivi fissi al loro valore effettivo, se si prevede che la riduzione del valore sia permanente. Le direttive enunciano anche il principio fondamentale secondo cui i rendiconti finanziari devono presentare un quadro veritiero e fedele degli attivi, passivi, situazione finanziaria, profitti o perdite delle società.

Di conseguenza, secondo la Commissione il decreto “Salva calcio” viola le direttive contabili, poiché prevede l’ammortamento di vari contratti conclusi con gli atleti per un numero di anni superiore alla loro durata utile di esercizio e permette alle associazioni sportive di non apportare gli adeguamenti di valore ai loro diritti contrattuali riguardanti gli atleti professionisti, anche se gli atleti non forniscono più prestazioni del livello che ci si attende da loro, per esempio in caso d’infortunio. I rendiconti finanziari presentati secondo tali metodi non possono fornire un quadro veritiero e fedele e quindi non ottemperano al “principio della prudenza” prescritto nella quarta direttiva.

Sebbene le autorità italiane abbiano sostenuto che il decreto “Salva calcio” è stato concepito come una misura una tantum, la Commissione osserva che esso continua ad avere effetti sulla contabilità delle società sportive in questione e che le autorità italiane non hanno preso sinora nessun provvedimento per far cessare tali effetti. Allo stato dei fatti, il decreto continua a configurarsi come infrazione delle direttive contabili UE.


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