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J/98/26

Attivita' della Corte di giustizia e del tribunale di primo grado delle Comunita' europee settimana dal 26 al 30 ottobre 1998

I. SENTENZE

Dinanzi alla Corte

Causa C-411/96

Margaret Boyle e a. / Equal Opportunities Commission

Politica sociale

Causa C-364/97

Commissione delle Comunità europee / Irlanda

Politica sociale

Causa C-51/97

Réunion Européenne SA e a. / Spliethoff's Bevrachtingskantoor BV e Capitaine commandant le navire «Alblasgracht V002»

Convenzione competenza giurisdizionale/esecuzione delle decisioni

Causa C-4/97

Manifattura italiana Nonwoven SpA / Direzione regionale delle entrate per la Toscana

Fiscalità

Cause riunite C-31/97 e C-32/97

Fuerzas Eléctricas de Catalunya SA (FECSA) e Autopistas Concesionaria Española SA / Departament d'Economía i Finances de la Generalitat de Catalunya

Fiscalità

Causa C-152/97

Abbruzzi Gas SpA (Agas) / Amministrazione Tributaria di Milano

Fiscalità

Causa C-230/97

Ibiyinka Awoyemi

Libera circolazione delle persone

Causa C-410/97

Commissione delle Comunità europee / Granducato di Lussemburgo

Politica sociale

Causa C-185/96

Commissione delle Comunità europee / Repubblica ellenica

Libera circolazione delle persone

Causa C-375/96

Galileo Zaninotto / Ispettorato Centrale Repressione Frodi - Ufficio di Conegliano - Ministero delle risorse agricole, alimentari e forestali

Agricoltura

Causa C-114/97

Commissione delle Comunità europee / Regno di Spagna

Libera circolazione delle persone

Cause riunite C-193/97 e C-194/97

Manuel de Castro Freitas, Raymond Escallier / Ministre des Classes moyennes et du Tourisme

Libera circolazione delle persone

Dinanzi al Tribunale

Causa T-13/96

TEAM Srl / Commissione delle Comunità europee

Relazioni esterne

II. CONCLUSIONI

Causa C-342/97

Lloyd Schuhfabrik Meyer & Co. GmbH / Klijsen Handel B.V.

Cause riunite C-395/96 P e C-396/96 P

Compagnie Maritime Belge SA et Dafra-Lines A/S / Commissione delle Comunità europee

Causa C-366/97

Massimo Romanelli e Paolo Romanelli

III. NUOVE CAUSE

Dinanzi alla Corte

Dinanzi al Tribunale

1.

SENTENZE

Dinanzi alla Corte

Causa C-411/96

Margaret Boyle e a. / Equal Opportunities Commission

Politica sociale

27 ottobre 1998

Pregiudiziale

«Parità di retribuzione e parità di trattamento tra gli uomini e le donne · Congedo di maternitàDiritti delle gestanti in materia di assenze per malattia, ferie annuali e maturazione deidiritti a pensione»

(Plenum)

Con ordinanza 15 ottobre 1996, giunta alla Corte il 23 dicembre seguente, l'Industrial Tribunal di Manchester ha sollevato cinque questioni relative all'interpretazione dell'art. 119 del Trattato CE, della direttiva del Consiglio 10 febbraio 1975, per il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati Membri relative all'applicazione del principio della parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile (in prosieguo: la «direttiva sulla parità delle retribuzioni»), della direttiva del Consiglio 9 febbraio 1976, relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro (in prosieguo: la «direttiva sulla parità di trattamento»), nonché della direttiva del Consiglio 19 ottobre 1992, 92/85/CEE, concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento (in prosieguo: la «direttiva 92/85»).

Le questioni sono sorte nell'ambito di una controversia tra la signora Boyle e a. ed il loro datore di lavoro, la Equal Opportunities Commission (in prosieguo: la «EOC»), in ordine al Maternity Scheme (regime di maternità) che quest'ultimo applica al suo personale.

Le sei ricorrenti nel processo a quo sono dipendenti dell'EOC in età feconda. Hanno lavorato per almeno un anno alle dipendenze del detto datore di lavoro e almeno tre di esse hanno usufruito di un congedo di maternità nel corso degli ultimi anni.

Ai sensi del contratto i dipendenti che si trovino in situazione di incapacità lavorativa a causa di malattia hanno diritto alla retribuzione integrale durante un periodo massimo di sei mesi su un periodo di dodici mesi. Essi ricevono successivamente la metà della retribuzione durante un periodo massimo di dodici mesi su un periodo di quattro anni. Un'altra clausola prevede che qualunque permesso non retribuito comporta una riduzione della durata delle ferie annue proporzionalmente alla durata del detto permesso.

Il Maternity Scheme costituisce l'oggetto della lite nel processo a quo. Le interessate hanno adito l'Industrial Tribunal di Manchester per ottenere da quest'ultimo la dichiarazione di nullità o di inapplicabilità di talune clausole della detta normativa nella parte in cui risultano discriminatorie nei confronti dei lavoratori di sesso femminile e quindi in contrasto con le disposizioni del diritto comunitario.

In forza di una di tali clausole qualunque lavoratrice subordinata che abbia maturato almeno un anno di anzianità alle dipendenze dell'EOC ha diritto a tre mesi e una settimana di congedo di maternità con la piena retribuzione durante il periodo di assenza continua che precede e segue il parto. Tuttavia, per fruire di tale diritto, la dipendente deve dichiarare di avere l'intenzione di riprendere l'attività lavorativa presso l'EOC dopo il parto e, nell'ipotesi in cui non ritorni al lavoro, deve impegnarsi a rimborsare qualsiasi retribuzione che abbia ricevuto durante tale periodo, ad eccezione dello SMP cui ha diritto comunque.

Ai sensi di un'altra clausola controversa del Maternity Scheme la lavoratrice subordinata che abbia diritto al congedo di maternità retribuito potrà inoltre ottenere un congedo di maternità supplementare non retribuito.

Infine il Maternity Scheme dispone che la dipendente che non abbia diritto ad un permesso retribuito conserva i propri diritti contrattuali e le indennità che le spettano, eccetto la retribuzione, durante le prime quattordici settimane di congedo.

Il giudice a quo osserva che i lavoratori che fruiscono della possibilità di assentarsi dal lavoro conservando la retribuzione, a qualunque titolo ciò avvenga, ivi comprese le assenze per malattia e i permessi speciali, ad esclusione del congedo di maternità retribuito, non sono tenuti ad impegnarsi a rimborsare una parte della retribuzione qualora non riprendano l'attività lavorativa al termine del periodo di assenza dal lavoro. Inoltre è assodato che le lavoratrici subordinate che usufruiscono di permessi senza retribuzione nel corso della loro carriera sono molto più numerose degli uomini, soprattutto a causa dei congedi di maternità supplementari.

La prima questione

Con la prima questione il giudice a quo domanda in sostanza se la normativa comunitaria osti alla clausola di un contratto di lavoro che subordini il versamento, durante il congedo di maternità, di una retribuzione più elevata delle indennità previste dalla normativa nazionale in materia di congedo di maternità alla condizione che la lavoratrice s'impegni a riprendere l'attività lavorativa dopo il parto.

A questo proposito si deve rilevare che, in considerazione del rischio che venga meno l'effetto utile delle disposizioni relative al congedo di maternità se non vi è contestuale mantenimento dei diritti connessi al contratto di lavoro, il legislatore comunitario ha previsto che il «mantenimento di una retribuzione e/o il versamento di un'indennità adeguata» alle lavoratrici cui si applica la direttiva devono essere garantiti nel caso del congedo di maternità.

La nozione di indennità cui si riferisce la direttiva 92/85 comprende invece qualsiasi reddito che la lavoratrice percepisca durante il congedo di maternità e che non le sia versato dal datore di lavoro in forza del rapporto di lavoro.

A questo riguardo le disposizioni della direttiva sono volte a garantire che la lavoratrice fruisca durante il congedo di maternità di un reddito di importo per lo meno equivalente a quello della prestazione prevista dalle normative previdenziali nazionali in caso di interruzione dell'attività lavorativa per motivi di salute.

Un reddito di tale livello deve essere garantito alle lavoratrici durante il congedo di maternità, sia che venga versato, sotto forma di indennità o che lo sia sotto forma di retribuzione ovvero risulti dalla combinazione di entrambe.

Tuttavia, la direttiva non intende garantire alla lavoratrice un reddito più elevato di quello che il datore di lavoro si sarebbe impegnato a versarle in forza del contratto di lavoro in caso di assenza per malattia.

Ne deriva che una clausola di un contratto di lavoro in forza della quale la lavoratrice che non riprende l'attività lavorativa dopo il parto è obbligata a rimborsare la differenza tra la retribuzione che le è stata versata durante il congedo di maternità e le indennità che le erano dovute in forza della normativa nazionale in materia di congedo di maternità è compatibile con la direttiva 92/85 nei limiti in cui l'importo dei detti versamenti non sia inferiore al reddito che riceverebbe la lavoratrice interessata, in forza della normativa previdenziale nazionale, in caso di interruzione dell'attività lavorativa per motivi di salute.

Non comporta pertanto una discriminazione fondata sul sesso la clausola di un contratto di lavoro che subordini l'applicazione di un regime più favorevole di quello previsto dalla normativa nazionale alla condizione che la lavoratrice gestante, diversamente da qualunque altro lavoratore assente dal lavoro per malattia, riprenda l'attività lavorativa dopo il parto dovendo in caso contrario rimborsare la retribuzione erogatale in forza del contratto di lavoro durante il congedo di maternità qualora superi il livello delle indennità previste dalla normativa nazionale per il detto congedo.

La seconda questione

Con la seconda questione il giudice a quo domanda in sostanza se il diritto comunitario osti alla clausola di un contratto di lavoro che obblighi una lavoratrice subordinata, che abbia manifestato l'intenzione di iniziare il congedo di maternità nel corso delle sei settimane precedenti la settimana prevista per il parto, si assenti dal lavoro per malattia a causa di problemi di salute connessi alla gravidanza immediatamente prima di tale data e partorisca durante l'assenza per malattia, a retrodatare il congedo di maternità retribuito all'inizio della sesta settimana precedente la settimana presunta per il parto ovvero all'inizio dell'assenza per malattia qualora tale seconda data sia successiva alla prima.

Occorre rilevare che la clausola controversa riguarda la situazione di una lavoratrice gestante che abbia manifestato l'intenzione di iniziare il congedo di maternità nel corso delle sei settimane precedenti la settimana prevista per il parto.

A questo proposito si deve rilevare che la direttiva 92/85 lascia agli Stati membri la facoltà di stabilire la data dell'inizio del congedo di maternità.

Pertanto una normativa nazionale può, come nella fattispecie su cui verte il processo a quo, stabilire che il congedo di maternità cominci alla data notificata dall'interessata al datore di lavoro in quanto data alla quale intende far iniziare il periodo di assenza ovvero il primo giorno dopo l'inizio della sesta settimana precedente la settimana prevista per il parto in cui la dipendente è interamente o parzialmente assente dal lavoro a causa della gravidanza, qualora tale data sia precedente alla prima.

La clausola su cui verte la seconda questione pregiudiziale si limita a riflettere la scelta effettuata da una normativa nazionale del genere.

La terza questione

Con la terza questione il giudice a quo domanda se la normativa comunitaria osti alla clausola di un contratto di lavoro che vieti ad una lavoratrice di avvalersi del regime delle assenze per malattia durante il periodo di congedo di maternità di almeno quattordici settimane di cui un lavoratore di sesso femminile deve fruire in forza dell'art. 8 della direttiva 92/85 o di qualunque congedo di maternità supplementare che il datore di lavoro le conceda, salvo qualora decida di riprendere il lavoro facendo pertanto cessare definitivamente il congedo di maternità.

Va rilevato in proposito che, sebbene gli Stati membri siano tenuti ad adottare le misure necessarie affinché le lavoratrici fruiscano di un congedo di maternità di almeno quattordici settimane, si tratta di un diritto cui le lavoratrici possono rinunciare, eccezione fatta per le due settimane di congedo obbligatorio le quali iniziano nel Regno Unito il giorno del parto.

Se invece una lavoratrice si ammala nel corso del congedo di maternità di cui alla direttiva 92/85 e si avvale del regime delle assenze per malattia e se tale assenza si conclude in un momento precedente la scadenza del detto congedo di maternità, non può essere privata del diritto di continuare a fruire, dopo tale data, del congedo di maternità previsto dalla citata disposizione sino alla scadenza del periodo minimo di quattordici settimane, conteggiato a decorre dalla data dell'inizio del congedo di maternità.

Occorre esaminare la terza questione pregiudiziale limitatamente al fatto che la clausola del contratto di lavoro ivi menzionata riguarda il congedo di maternità supplementare che il datore di lavoro concede al lavoratore di sesso femminile.

Si deve rilevare a questo proposito che il divieto di discriminazioni di cui alla direttiva sulla parità di trattamento non esige che una lavoratrice possa avvalersi simultaneamente del diritto al congedo di maternità supplementare concessole dal datore di lavoro e del regime delle assenze per malattia.

Di conseguenza perché un lavoratore di sesso femminile in congedo di maternità possa usufruire del regime di assenza per malattia può essergli richiesto di porre fine, in via definitiva, al congedo di maternità supplementare concessogli dal datore di lavoro.

La quarta questione

Con la quarta questione il giudice a quo intende in sostanza accertare se il diritto comunitario osti alla clausola di un contratto di lavoro che limiti il periodo di maturazione dei diritti alle ferie annuali al periodo di congedo di maternità di almeno quattordici settimane di cui i lavoratori di sesso femminile devono fruire ai sensi della direttiva 92/85.

Si deve rilevare che un numero molto più elevato di lavoratrici che di lavoratori usufruisce di assenze dal lavoro non retribuite nel corso della carriera a causa di congedi di maternità supplementari, con la conseguenza che la clausola controversa si applica in realtà ad una percentuale più elevata di donne che di uomini.

Tuttavia l'applicazione più frequente di siffatta clausola alle lavoratrici risulta dall'esercizio del diritto al congedo di maternità non retribuito che i datori di lavoro hanno loro concesso oltre al periodo di tutela garantita dall'art. 8 della direttiva 92/85.

Il congedo di maternità supplementare non retribuito costituisce un vantaggio specifico, che va oltre la tutela predisposta dalla direttiva 92/85 ed è riservato alle lavoratrici, con la conseguenza che l'interruzione della maturazione dei diritti alle ferie annuali durante il detto congedo non può comportare un trattamento deteriore delle donne.

La quinta questione

Con la quinta questione il giudice a quo intende in sostanza accertare se il diritto comunitario osti alla clausola di un contratto di lavoro che limiti, nell'ambito di un regime previdenziale aziendale interamente finanziato dal datore di lavoro, la maturazione dei diritti a pensione durante il congedo di maternità al periodo nel corso del quale la lavoratrice riceve una retribuzione prevista da tale contratto di lavoro ovvero dalla normativa nazionale.

Si deve rilevare che la maturazione dei diritti a pensione nell'ambito di un regime previdenziale aziendale interamente finanziato dal datore di lavoro fa parte dei diritti connessi al contratto di lavoro delle lavoratrici.

Siffatti diritti devono, conformemente alla direttiva, essere garantiti durante il periodo di congedo di maternità di almeno quattordici settimane di cui le lavoratrici devono fruire.

Benché gli Stati membri abbiano la facoltà, conformemente alla direttiva 92/85, di subordinare il diritto alla retribuzione o all'indennità adeguata alla condizione che la lavoratrice interessata possieda i requisiti per aver diritto ai detti vantaggi previsti dalle normative nazionali, una facoltà del genere non esiste per quanto riguarda i diritti connessi al contratto di lavoro.

Di conseguenza la maturazione, durante il congedo di maternità di cui alla direttiva 92/85, dei diritti a pensione nell'ambito di un regime previdenziale aziendale non può essere subordinata alla condizione che la lavoratrice riceva durante tale periodo una retribuzione prevista dal contratto di lavoro o dallo SMP.

La Corte dichiara :

  • «1) L'art. 119 del Trattato CE, l'art. 1 della direttiva del Consiglio 10 febbraio 1975, 75/117/CEE, per il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati Membri relative all'applicazione del principio della parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile, e l'art. 11 della direttiva del Consiglio 19 ottobre 1992, 92/85/CEE, concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento (decima direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE), non ostano alla clausola di un contratto di lavoro che subordini il versamento, durante il congedo di maternità di cui all'art. 8 della direttiva 92/85, di una retribuzione più elevata delle indennità previste dalla normativa nazionale in materia di congedo di maternità alla condizione che la lavoratrice si impegni a riprendere l'attività lavorativa dopo il parto durante almeno un mese dovendo in caso contrario rimborsare la differenza tra l'importo della retribuzione erogatale durante il congedo di maternità e quello delle dette indennità.
  • 2) L'art. 8 della direttiva 92/85 e l'art. 5, n. 1 della direttiva del Consiglio 9 febbraio 1976, 76/207/CEE, relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionale e le condizioni di lavoro, non ostano alla clausola di un contratto di lavoro che obblighi una lavoratrice subordinata che abbia manifestato l'intenzione di iniziare il congedo di maternità nel corso delle sei settimane precedenti la settimana prevista per il parto, si assenti dal lavoro per problemi di salute connessi alla gravidanza immediatamente prima di tale data e partorisca durante l'assenza per malattia, a retrodatare il congedo di maternità retribuito all'inizio della sesta settimana precedente la settimana prevista per il parto ovvero all'inizio dell'assenza per malattia qualora tale seconda data sia successiva alla prima.
  • 3) La clausola di un contratto di lavoro che vieti ad una lavoratrice di avvalersi del regime delle assenze per malattia durante il periodo di almeno quattordici settimane di congedo di maternità di cui un lavoratore di sesso femminile deve fruire ai sensi dell'art. 8, n. 1, della direttiva 92/85 a meno che decida di riprendere l'attività lavorativa facendo quindi cessare definitivamente il congedo di maternità non è compatibile con le disposizioni della direttiva 92/85.
  • Per contro la clausola di un contratto di lavoro che vieti ad una lavoratrice di avvalersi del regime di assenza per malattia durante un congedo di maternità supplementare concessole dal datore di lavoro a meno che decida di riprendere il lavoro facendo quindi cessare definitivamente il congedo di maternità è compatibile con le disposizioni delle direttive 76/207 e 92/85.
  • 4) Le direttive 92/85 e 76/207 non ostano alla clausola di un contratto di lavoro in forza della quale il periodo di maturazione dei diritti alle ferie annuali viene limitato al congedo di maternità di almeno quattordici settimane di cui i lavoratori di sesso femminile devono fruire ai sensi dell'art. 8 della direttiva 92/85, mentre la maturazione dei detti diritti viene interrotta durante qualsiasi periodo di congedo di maternità supplementare concesso dal datore di lavoro.
  • 5) La direttiva 92/85 osta alla clausola di un contratto di lavoro che limiti, nell'ambito di un regime previdenziale aziendale interamente finanziato dal datore di lavoro, la maturazione dei diritti a pensione durante il congedo di maternità di cui all'art. 8 della detta direttiva al periodo nel corso del quale la lavoratrice riceve una retribuzione prevista dal detto contratto o dalla normativa nazionale».

    L'avvocato generale D. Ruiz-Jarabo Colomer ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Corte del 19 febbraio 1998.

    Egli proponeva di risolvere le questioni pregiudiziali come segue:

  • «1) Nella fattispecie che ci occupa, né l'art. 119 del Trattato di Roma, né la direttiva del Consiglio 10 febbraio 1975, 75/117/CEE, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all'applicazione del principio della parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile, né la direttiva del Consiglio 9 febbraio 1976, 76/207/CEE, relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, né la direttiva del Consiglio 19 ottobre 1992, 92/85/CEE, concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento (decima direttiva particolare ai sensi dell'art. 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE) ostano all'applicazione di clausole come quelle in esame, le quali prevedono quanto segue:
    • a) che un datore di lavoro, che sia disposto a garantire, a favore delle sue dipendenti, una tutela maggiore di quella stabilita dalla legge in materia di retribuzione durante il congedo di maternità, esiga in contropartita che le dipendenti dichiarino prima di iniziare il congedo di maternità che intendono tornare al lavoro e assumano l'impegno di rifondere la differenza tra la retribuzione integrale che sarà stata loro versata e l'indennità legale di maternità che avrebbero ricevuto se non si fossero impegnate a riprendere l'attività lavorativa per almeno un mese;
    • b) se una lavoratrice desidera iniziare il congedo di maternità ad una data anteriore alle sei settimane precedenti la data prevista del parto ed è assente dal lavoro per una malattia connessa alla gravidanza immediatamente prima di tale data e partorisce durante tale assenza, il congedo di maternità può essere retrodatato alla data più recente tra l'inizio dell'assenza per malattia e l'inizio della sesta settimana precedente la settimana prevista per il parto;
    • c) viene vietato ad una lavoratrice che ha iniziato il congedo di maternità o che si trova in congedo di maternità non retribuito di fruire del regime delle assenze per malattia con mantenimento della retribuzione integrale, nel caso in cui durante il congedo di maternità possa percepire la sola indennità legale di malattia, a meno che non scelga, con tre settimane di preavviso, di tornare al lavoro e pertanto di porre fine, ove il parto sia già avvenuto, alla situazione specifica relativa alla maternità, a condizione che siano trascorse le due settimane di congedo di maternità obbligatorio;
    • d) viene limitato il periodo durante il quale le ferie annuali possono essere maturate al periodo minimo legale di quattordici settimane di congedo di maternità e, di conseguenza, viene esclusa la maturazione delle ferie durante ogni ulteriore periodo di congedo di maternità.
  • 2) E' contraria al combinato disposto dell'art. 11, punto 2, lett. a) della direttiva 92/85, e dell'art. 8 della medesima direttiva, la condizione che limiti il periodo durante il quale possano essere maturati i diritti a pensione in un regime previdenziale aziendale durante le quattordici settimane di congedo di maternità al periodo durante il quale la donna percepisca, sotto forma di stipendio o di indennità legale di maternità, una retribuzione erogata dal datore di lavoro».

    Causa C-364/97

    Commissione delle Comunità europee / Irlanda

    Politica sociale

    27 ottobre 1998

    «Inadempimento · Mancata trasposizione della direttiva 93/103/CE»

    (Prima Sezione)

    Con atto introduttivo depositato nella cancelleria della Corte il 22 ottobre 1997, la Commissione delle Comunità europee ha proposto un ricorso diretto a far dichiarare che, non avendo emanato, e/o non avendo comunicato alla Commissione le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva del Consiglio 23 novembre 1993, 93/103/CE (in prosieguo: la «direttiva»), l'Irlanda è venuta meno agli obblighi che le incombono ai sensi del Trattato CE.

    Il governo irlandese non contesta l'inadempimento, ma fa valere che i decreti di trasposizione della direttiva sono in via d'adozione.

    In proposito, si deve rilevare che, secondo costante giurisprudenza, l'esistenza di un inadempimento deve essere valutata in relazione alla situazione dello Stato membro quale si presentava alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato e la Corte non può tenere conto dei mutamenti successivi.

    Poiché la trasposizione della direttiva non è avvenuta nel termine fissato, occorre ritenere fondato il ricorso proposto a questo riguardo dalla Commissione.

    La Corte dichiara e statuisce :

  • «1) Non avendo emanato, entro il termine prescritto, le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva del Consiglio 23 novembre 1993, 93/103/CE, riguardante le prescrizioni minime di sicurezza e di salute per il lavoro a bordo delle navi da pesca (tredicesima direttiva particolare ai sensi dell'art. 16, paragrafo 1 della direttiva 89/391/CEE), l'Irlanda è venuta meno agli obblighi che le incombono ai sensi dell'art. 13, n. 1, di detta direttiva.

    2) L'Irlanda è condannata alle spese».

    L'avvocato generale A. La Pergola ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Prima Sezione del 17 settembre 1998.

    Egli suggeriva alla Corte di:

  • «· accogliere il ricorso, dichiarando che l'Irlanda è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell'art. 13, n. 1, della direttiva del Consiglio 23 novembre 1993, 93/103/CE, riguardante le prescrizioni minime di sicurezza e di salute per il lavoro a bordo delle navi da pesca (tredicesima direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1 della direttiva 89/391/CEE), per non avere adottato entro il termine prescritto le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative necessarie a conformarsi a detta direttiva; e

    · condannare l'Irlanda alle spese».

    Causa C-51/97

    Réunion Européenne SA e a. / Spliethoff's Bevrachtingskantoor BV e Capitaine commandant le navire «Alblasgracht V002»

    Convenzione competenza giurisdizionale/esecuzione delle decisioni

    27 ottobre 1998

    Pregiudiziale

    «Convenzione di Bruxelles · Interpretazione degli artt. 5, punti 1 e 3, e 6 · Domanda di risarcimento danni proposta dal destinatario o dall'assicuratore della merce sulla base della polizza di carico, contro un convenuto non emittente della polizza di carico ma considerato dal ricorrente come il vettore marittimo effettivo»

    (Terza Sezione)

    Con sentenza 28 gennaio 1997 la Cour de cassation ha proposto quattro questioni pregiudiziali relative all'interpretazione degli artt. 5, punti 1 e 3, e 6 della Convenzione del 27 settembre 1968 concernente la competenza giurisdizionale e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, quale modificata

    dalle Convenzioni del 9 ottobre 1978, del 25 ottobre 1982 e del 26 maggio 1989 (in prosieguo: la «Convenzione»).

    Tali questioni sono state sollevate nell'ambito di una controversia tra nove compagnie di assicurazione e la compagnia Réunion européenne, primo fra i coassicuratori firmatari (in prosieguo: gli «assicuratori»), surrogate nei diritti della società Brambi fruits (in prosieguo: la «Brambi»), con sede in Rungis (Francia), da un lato, e la Spliethoff's Bevrachtingskantoor BV, con sede in Amsterdam (Paesi Bassi), e il capitano della nave Alblasgracht V002, residente nei Paesi Bassi, dall'altro, a seguito dell'accertamento di avarie, all'atto della consegna alla Brambi di un carico di 5 199 cartoni di pere nel trasporto del quale sono intervenuti i convenuti.

    La controversia nella causa principale

    Le merci all'origine della controversia nella causa principale sono state trasportate via mare da Melbourne (Australia) a Rotterdam (Paesi Bassi) sulla nave Alblasgracht V002, in forza di una polizza di carico al portatore emessa l'8 maggio 1992 a Sydney (Australia) dalla Società Refrigerated container carriers PTY Ltd (in prosieguo: la «RCC»), con sede in Sydney, poi su strada, in forza di una lettera di vettura internazionale, da Rotterdam sino a Rungis (Francia), ove la Brambi ha fatto accertare l'esistenza di avarie.

    Poiché gli assicuratori avevano preso a carico il danno subito dalla Brambi ed erano stati surrogati nei diritti di quest'ultima società essi hanno citato in giudizio, per ottenere il risarcimento del danno da essi subito, la RCC, la Spliethoff's Bevrachtingskantoor BV, e, infine, il capitano della nave Alblasgracht V002 dinanzi al Tribunal de commerce di Créteil, nella cui circoscrizione è situata Rungis.

    Il Tribunal de commerce di Créteil ha ritenuto di doversi dichiarare incompetente per quanto riguarda la controversia tra gli assicuratori, da una parte, e la Spliethoff's Bevrachtingskantoor BV e il capitano della nave Alblasgracht V002, dall'altra, a favore dei giudici di Rotterdam, in quanto luogo in cui l'obbligazione è stata eseguita, ai sensi dell'art. 5, punto 1, della Convenzione, o di quelli di Amsterdam o di Sydney, in forza dell'art. 6, punto 1, della Convenzione secondo il quale il convenuto può anche essere citato, in caso di pluralità di convenuti, davanti al giudice nella cui circoscrizione è situato il domicilio di uno di essi.

    Avendo la Cour d'appel di Parigi confermato, con sentenza 16 novembre 1994, l'incompetenza internazionale del Tribunal de commerce di Créteil nei confronti della Spliethoff's Bevrachtingskantoor BV e del capitano della nave Alblasgracht V002, gli assicuratori hanno proposto ricorso in cassazione.

    La Cour de cassation ha deciso di sospendere il giudizio per sottoporre alla Corte una serie di questioni pregiudiziali.

    Sulla prima e sulla seconda questione

    Secondo la Spliethoff's Bevrachtingskantoor BV ed il capitano della nave Alblasgracht V002, la controversia rientra nella materia contrattuale ai sensi dell'art. 5, punto 1, della Convenzione in quanto l'azione intentata contro di essi avrebbe come fondamento la polizza di carico, instrumentum del contratto di trasporto.

    Secondo una giurisprudenza costante, la nozione di «materia contrattuale» di cui all'art. 5, punto 1, della Convenzione va considerata come una nozione autonoma e non può essere interpretata come un rinvio alla qualificazione fornita dal diritto nazionale al rapporto giuridico dedotto dinanzi al giudice nazionale.

    Come la Corte ha affermato nella sentenza Handte del 17 giugno 1992, la nozione di «materia contrattuale», di cui all'art. 5, punto 1, della Convenzione non può ricomprendere le fattispecie in cui non esista alcun obbligo liberamente assunto da una parte nei confronti di un'altra.

    Nella fattispecie, la polizza di carico non consente di provare alcun vincolo contrattuale liberamente accettato tra la Brambi, da una parte, e la Spliethoff's Bevrachtingskantoor BV ed il capitano della nave Alblasgracht V002, dall'altro, i quali costituirebbero, secondo gli assicuratori, i vettori marittimi effettivi della merce.

    Di conseguenza, l'azione intentata contro questi ultimi dagli assicuratori non può rientrare nella materia contrattuale ai sensi dell'art. 5, punto 1, della Convenzione.

    Occorre poi esaminare se una siffatta azione rientri nella nozione di materia di delitti o quasi delitti ai sensi dell'art. 5, punto 3, della Convenzione

    Nella sentenza 27 settembre 1988, causa 189/87, Kalfelis, la Corte ha definito la nozione di materia di delitto o quasi delitto ai sensi dell'art. 5, n. 3, della Convenzione come una nozione autonoma che comprende qualsiasi domanda che miri a coinvolgere la responsabilità di un convenuto e che non si ricolleghi alla «materia contrattuale» di cui all'art. 5, punto 1.

    Ciò avviene nel caso dell'azione di cui alla causa principale.

    Sulla terza questione

    Nelle sentenze del 30 novembre 1976, Mines de potasse d'Alsace, e del 7 marzo 1995, Shevill e a., la Corte ha affermato che l'espressione «luogo in cui l'evento dannoso è avvenuto» nell'art. 5, punto 3, della Convenzione va intesa nel senso che essa si riferisce tanto al luogo ove è insorto il danno quanto al luogo ove si è verificato l'evento generatore dello stesso, di modo che il convenuto può essere citato, a scelta dell'attore, dinanzi al giudice dell'uno o dell'altro di tali due luoghi.

    Questa nozione non può tuttavia essere interpretata estensivamente fino a ricomprendere qualsiasi luogo in cui possono essere risentite le conseguenze dannose di un evento che abbia già provocato un danno effettivamente verificatosi in un altro luogo.

    Nel caso di un trasporto internazionale come quello controverso nella causa principale, il luogo in cui è insorto il danno non può essere né il luogo di consegna finale, che può essere modificato durante il tragitto, né il luogo di accertamento del danno.

    Infatti, consentire al destinatario di citare il vettore marittimo effettivo dinanzi al giudice del luogo di consegna finale o dinanzi al giudice del luogo di accertamento del danno si risolverebbe, per lo più, nel riconoscere la competenza dei giudici del domicilio dell'attore, competenza per la quale, al di fuori dei casi da essa espressamente contemplati, la Convenzione ha manifestato il proprio sfavore.

    Di conseguenza, il luogo in cui è insorto il danno nel caso di un trasporto internazionale come quello controverso nella causa principale può essere solo il luogo in cui la responsabilità in materia di delitti o quasi delitti del vettore marittimo effettivo è cessata, ossia il luogo in cui il vettore marittimo effettivo doveva consegnare le merci.

    Sulla quarta questione

    Si deve anzitutto constatare che la Convenzione non si riferisce alla nozione di controversia «indivisibile», ma soltanto a quella, menzionata all'art. 22, di cause «connesse».

    Nella sentenza del 24 giugno 1981, Elefanten Schuh, la Corte ha dichiarato che l'art. 22 della Convenzione si applica solo quando azioni connesse siano esperite dinanzi ai giudici di due o più Stati contraenti.

    Ora, risulta dagli atti che, nella fattispecie, non sono state esperite azioni separate dinanzi ai giudici di Stati contraenti diversi, di modo che, in ogni caso, non ricorrono i presupposti per l'applicazione dell'art. 22.

    Occorre ricordare poi che, ai sensi dell'art. 3 della Convenzione, le persone aventi il domicilio nel territorio di uno Stato contraente possono essere convenute davanti agli organi giurisdizionali di un altro Stato contraente solo in virtù delle norme enunciate alle sezioni da 2 a 6 del titolo II.

    Fra queste ultime figura l'art. 6, punto 1, della Convenzione, ai sensi del quale il convenuto può anche essere citato «in caso di pluralità di convenuti, davanti al giudice nella cui circoscrizione è situato il domicilio di uno di essi».

    Dopo aver ricordato che l'art. 6, punto 1, della Convenzione, analogamente all'art. 22, ha lo scopo di evitare che negli Stati contraenti vengano pronunciate decisioni incompatibili tra loro, la Corte ha dichiarato, nella citata sentenza Kalfelis, che l'art. 6, n. 1, della Convenzione si applica se le varie domande promosse da uno stesso attore nei confronti di più convenuti hanno tra di loro un vincolo di connessione tale da rendere opportuna una trattazione e decisione uniche per evitare soluzioni che potrebbero essere tra di loro incompatibili se le cause fossero decise separatamente.

    Risulta da quanto precede che due domande di una stessa azione di risarcimento danni, dirette contro convenuti diversi e fondate, l'una, sulla responsabilità contrattuale e, l'altra, sulla responsabilità da illecito, non possono essere considerate legate da un vincolo di connessione.

    La Corte dichiara :

  • «1) L'azione con la quale il destinatario di merci risultate avariate al termine di un trasporto marittimo e successivamente terrestre, o il suo assicuratore, surrogato nei suoi diritti per averlo risarcito, chiede il risarcimento del danno, basandosi sulla polizza di carico relativa al trasporto marittimo, non nei confronti di chi ha emesso detto documento a proprio nome, ma nei confronti della persona considerata dall'attore stesso come il vettore marittimo effettivo, non rientra nell'ambito della materia contrattuale ai sensi dell'art. 5, punto 1, della Convenzione 27 settembre 1968 concernente la competenza giurisdizionale e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, quale modificata dalla Convenzione 9 ottobre 1978, relativa all'adesione del Regno di Danimarca, dell'Irlanda e del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, dalla Convenzione 25 ottobre 1982, relativa all'adesione della Repubblica ellenica, e dalla Convenzione 26 maggio 1989, relativa all'adesione del Regno di Spagna e della Repubblica portoghese, ma nell'ambito della materia di delitti o quasi delitti ai sensi dell'art. 5, punto 1, della detta Convenzione.
  • 2) Il luogo in cui il destinatario di merci, dopo l'esecuzione del trasporto marittimo e, successivamente, del trasporto terrestre finale, si è limitato ad accertare l'esistenza delle avarie alle merci consegnategli non può servire per determinare il "luogo in cui l'evento dannoso è avvenuto" ai sensi dell'art. 5, punto 3, della Convenzione, come interpretato dalla Corte.
  • 3) L'art. 6, punto 1, della Convenzione 27 settembre 1968 dev'essere interpretato nel senso che un convenuto domiciliato nel territorio di uno Stato contraente non può essere citato in un altro Stato contraente dinanzi al giudice a cui è stata proposta una domanda diretta contro un altro convenuto domiciliato fuori dal territorio di qualsiasi Stato contraente, per il motivo che la lite presenterebbe carattere di indivisibilità, e non soltanto di connessione».

    L'avvocato generale G. Cosmas ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Terza Sezione del 5 febbraio 1998.

    Egli suggeriva di risolvere le questioni pregiudiziali nei seguenti termini:

  • «1) In un'ipotesi come quella sulla quale verte la causa principale, l'azione con la quale il destinatario di una merce chiede un risarcimento danni nei confronti del vettore che si ritiene abbia provveduto alla parte marittima del trasporto, a seguito di un'avaria subita dalla merce durante detto trasporto, non fa sorgere una "controversia in materia contrattuale" ai sensi dell'art. 5, punto 1, della Convenzione, in quanto non esiste un vincolo contrattuale liberamente assunto tra l'attore e il convenuto.
  • 2) Se con tale azione si fa valere la responsabilità del vettore per l'avaria e se non esiste un vincolo contrattuale tra attore e convenuto, la controversia è una controversia in materia di delitti, ai sensi dell'art. 5, punto 3, della Convenzione.
  • 3) Il luogo nel quale l'attore ha semplicemente accertato il danno non è rilevante per determinare "il luogo in cui l'evento dannoso è avvenuto" ai sensi dell'art. 5, punto 3, della Convenzione come interpretato dalla Corte.
  • 4) Gli artt. 3 e 6, punto 1, della Convenzione vanno intesi nel senso che una persona domiciliata in uno Stato contraente non può essere convenuta dinanzi al giudice di un altro Stato contraente dinanzi al quale sia pendente un'azione diretta contro un altro convenuto non domiciliato nel territorio di uno Stato contraente, in quanto la controversia presenterebbe un carattere di indivisibilità e non soltanto di connessione».

    Causa C-4/97

    Manifattura italiana Nonwoven SpA / Direzione regionale delle entrate per la Toscana

    Fiscalità

    27 ottobre 1998

    Pregiudiziale

    «Direttiva 69/335/CEE · Imposte gravanti sulla raccolta di capitali · Imposta sul patrimonio netto delle imprese»

    (Sesta Sezione)

    Con ordinanza 18 ottobre 1996 la Commissione tributaria provinciale di Firenze ha sottoposto alla Corte una questione pregiudiziale relativa all'interpretazione della direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, come modificata dalla direttiva del Consiglio 10 giugno 1985, 85/303/CEE (in prosieguo: la «direttiva»).

    Tale questione è stata sollevata nell'ambito di una controversia tra la Manifattura italiana Nonwoven SpA (in prosieguo: la «Nonwoven») e la Direzione regionale delle entrate per la Toscana riguardo alla domanda della Nonwoven diretta al rimborso di una somma versata a titolo di imposta sul patrimonio netto delle imprese.

    Secondo la Nonwoven, tale imposta disconoscerebbe il divieto, sancito dalla direttiva, di assoggettare la raccolta di capitali a qualsiasi altro tributo diverso dall'imposta sui conferimenti.

    Il giudice a quo chiede quindi, in sostanza, se la direttiva osti alla riscossione, a carico delle società di capitali, di un'imposta come l'imposta sul patrimonio netto delle imprese.

    Per quanto riguarda le caratteristiche oggettive dell'imposta di cui trattasi nella causa a qua, occorre osservare che le varie operazioni che, ai sensi dell'art. 4, n. 1, della direttiva, devono essere assoggettate all'imposta sui conferimenti sono tutte caratterizzate dal trasferimento di capitali o di beni ad una società di capitali nello Stato membro che riscuote l'imposta. Del pari, le categorie di operazioni che, ai sensi dell'art. 4, n. 2, possono essere assoggettate a tale tributo si risolvono tutte in un effettivo aumento del capitale o del patrimonio sociale.

    Per contro, l'imposta sul patrimonio, come quella in esame nella causa a qua, è riscossa annualmente, al momento della chiusura dell'esercizio, sul patrimonio sociale netto delle imprese risultante dal bilancio. Essa non presuppone alcuna operazione implicante un movimento di capitali o di beni.

    Ne risulta che un'imposta come quella di cui trattasi nella causa a qua non costituisce un'imposta sui conferimenti né un'imposta avente le stesse caratteristiche di questa.

    La Corte dichiara :

    «La direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali, come modificata dalla direttiva del Consiglio 10 giugno 1985, 85/303/CEE, non osta alla riscossione, a carico delle società di capitali, di un'imposta come l'imposta sul patrimonio netto delle imprese».

    L'avvocato generale N. Fennelly ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Sesta Sezione del 18 giugno 1998.

    Egli suggeriva alla Corte di risolvere come segue la questione sottopostale:

    «La direttiva 17 luglio 1969, 69/335/CEE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali, come modificata dalla direttiva del Consiglio 10 giugno 1985, 85/303/CEE, non si applica all'imposizione, alle società di capitali, di un tributo come l'imposta annua sul patrimonio netto delle imprese, istituita con decreto legge della Repubblica italiana 30 settembre 1992, n. 394».

    Cause riunite C-31/97 e C-32/97

    Fuerzas Eléctricas de Catalunya SA (FECSA) e Autopistas Concesionaria Española SA / Departament d'Economía i Finances de la Generalitat de Catalunya

    Fiscalità

    27 ottobre 1998

    Pregiudiziale

    «Direttiva 69/335/CEE · Imposte indirette sulla raccolta di capitali · Imposta sugli atti notarili che attestano il rimborso di un prestito obbligazionario»

    (Sesta Sezione)

    Con ordinanze 3 e 9 dicembre 1996 il Tribunal Superior de Justicia della Catalogna ha sottoposto alla Corte una questione pregiudiziale vertente sull'interpretazione degli artt. 11, lett. b), e 12 della direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE (in prosieguo: la «direttiva»).

    Tale questione è stata sollevata nell'ambito di due controversie che vedono la Fuerza Eléctricas de Catalunya SA e, rispettivamente, la Autopistas Concesionaria Española SA opporsi al Departament d'Economía i Finances de la Generalitat de Catalunya (amministrazione fiscale della Generalità di Catalogna) a proposito del pagamento di un'imposta sull'atto notarile che attesta il rimborso di un prestito obbligazionario.

    Con ordinanza del presidente della Corte 4 febbraio 1997, i procedimenti sono stati riuniti ai fini della fase scritta e orale del procedimento e della sentenza.

    Con la sua questione, il giudice a quo desidera in sostanza sapere se l'art. 11, lett. b), della direttiva vada interpretato nel senso che il divieto di assoggettare i prestiti obbligazionari a imposta si applica all'imposta sugli strumenti notarili che attestano il rimborso di un prestito e, in caso affermativo, se una siffatta imposta possa beneficiare della deroga prevista, in particolare, dall'art. 12, n. 1, lett. d), della direttiva.

    Si deve ricordare che l'art. 11, lett. b), della direttiva vieta di sottoporre ad imposizione, sotto qualsiasi forma, i prestiti contratti sotto forma di emissione di obbligazioni o di altri titoli negoziabili, quale che sia il loro emittente, e tutte le formalità ad essi relative, nonché la creazione, l'emissione, l'ammissione in borsa, la messa in circolazione o la negoziazione di tali obbligazioni o altri titoli negoziabili.

    Ne consegue che l'art. 11, lett. b), della direttiva dev'essere interpretata nel senso che il divieto di assoggettare all'imposta un prestito obbligazionario comprende anche il divieto di tassare il rimborso del prestito.

    Si deve in seguito ricordare che l'art. 11, lett. b), della direttiva vieta non solo la tassazione dei prestiti obbligazionari, ma anche quella di tutte le formalità ad essi relative.

    Pertanto l'imposta di cui trattasi nella causa principale, anche se non colpisce il rimborso di un prestito in quanto tale, è cionondimeno percepita sull'atto notarile obbligatorio per fare registrare tale rimborso, cioè in ragione di una formalità ad esso relativa.

    Infine, si deve riconoscere che gli Stati membri sono liberi, conformemente all'art. 12, n. 1, lett. d), della direttiva, di assoggettare a un tributo la cancellazione dei privilegi o di altre ipoteche. Tuttavia, il rimborso di un prestito obbligazionario costituisce una operazione finanziaria autonoma, distinta dalla cancellazione di un'iscrizione ipotecaria effettuata per garantire le obbligazioni risultanti dal prestito.

    Ne consegue che, anche se un prestito obbligazionario è garantito da un'ipoteca, il suo rimborso non può essere soggetto ad imposta.

    La Corte dichiara :

    «L'art. 11, lett. b), della direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali, dev'essere interpretato nel senso che il divieto di assoggettare ad imposta i prestiti obbligazionari si applica all'imposta sugli atti notarili che attestano il rimborso di un prestito. Una siffatta imposta non può fruire della deroga prevista dall'art. 12, n. 1, lett. d), della direttiva».

    L'avvocato generale N. Fennelly ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Sesta Sezione delll'11 giugno 1998.

    Egli suggeriva alla Corte di risolvere la questione come segue:

    «Gli artt. 11 e 12 della direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, concernente le imposte indirette sulla raccolta dei capitali, debbono essere interpretati nel senso che ostano alla riscossione di un tributo dello 0,5% sugli atti notarili necessari per formalizzare l'ammortamento di un prestito in circostanze quali quelle di cui ai procedimenti a quo».

    Causa C-152/97

    Abbruzzi Gas SpA (Agas) / Amministrazione Tributaria di Milano

    Fiscalità

    27 ottobre 1998

    Pregiudiziale

    «Direttiva 69/335/CEE · Imposte indirette sulla raccolta di capitali · Fusione di società · Incorporazione ad opera di una società che già detiene l'intero capitale sociale delle società incorporate»

    (Sesta Sezione)

    Con ordinanza 24 marzo 1997 la Commissione tributaria provinciale di Milano ha sottoposto a questa Corte una questione pregiudiziale vertente sull'interpretazione della direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, come modificata dalla direttiva del Consiglio 10 giugno 1985, 85/303/CEE (in prosieguo: la «direttiva»).

    Tale questione è stata sollevata nell'ambito di una controversia tra la Abbruzzi Gas SpA, società di diritto italiano, e l'Amministrazione tributaria di Milano in merito a un'imposta riscossa per la registrazione di una fusione per incorporazione da parte della Agas delle società Briangas SpA e Italgasdotti Serio Srl.

    La questione pregiudiziale

    Con tale questione il giudice a quo domanda in sostanza se la direttiva osti alla riscossione di un'imposta di registro in caso di fusione per incorporazione di società ad opera di un'altra società che già detiene la totalità delle azioni e delle quote delle società incorporate.

    Risulta dal combinato disposto degli artt. 1 e 4 della direttiva che l'imposta riscossa sui conferimenti a società di capitali costituisce un'«imposta sui conferimenti» ai sensi della direttiva allorché si applica alle operazioni elencate da quest'ultima.

    Le operazioni soggette o che possono essere assoggettate dagli Stati membri all'imposta armonizzata sui conferimenti sono definite all'art. 4 della direttiva in modo oggettivo e uniforme per tutti gli Stati membri.

    Ne consegue che, per rientrare nell'ambito di applicazione della direttiva, l'operazione considerata deve potersi ricollegare a una delle fattispecie previste all'art. 4 cui fa riferimento l'art. 10, lett. a) e b), della direttiva. A ciò va aggiunto il divieto, enunciato all'art. 10, lett. c), della direttiva, di assoggettare ad imposta la registrazione o qualsiasi altra formalità preliminare all'esercizio di un'attività alla quale una società può essere sottoposta in ragione della sua forma giuridica.

    Tenuto conto del caso di cui si tratta nella controversia a qua, si deve dichiarare, in primo luogo, che un'operazione di fusione ad opera di una società che già detiene la totalità delle azioni e delle quote delle società incorporate non comporta un aumento del capitale sociale della stessa società e non rientra, pertanto, nella previsione dell'art. 4, n. 1, lett. c), della direttiva.

    Una simile operazione non rientra neanche nell'ambito di applicazione dell'art. 4, n. 1, lett. d), della direttiva.

    Si deve infine dichiarare che un'operazione come quella considerata nella causa a qua non rientra nell'ambito di applicazione dell'art. 4, n. 2, lett. b), della direttiva. Questa disposizione presuppone infatti che l'aumento del patrimonio sociale consista in prestazioni effettuate da un socio, il che non si verifica nell'operazione in esame.

    Per quanto riguarda, in secondo luogo, l'applicabilità dell'art. 10, lett. c), della direttiva, si deve rilevare che, in un caso come quello in esame, non sembra che l'imposta di registro sia stata versata per l'immatricolazione di una nuova società di capitali, vale a dire per una formalità preliminare all'esercizio di un'attività. L'imposta non è stata percepita neanche per l'iscrizione di un aumento di capitale che sia condizione per l'esercizio e la prosecuzione di tale attività.

    Ne consegue che il divieto previsto dall'art. 10, lett. c), della direttiva non vige nei confronti dell'imposta di registro controversa nella causa a qua.

    Si deve concludere che la direttiva non trova applicazione nel caso di un'imposta di registro riscossa per l'incorporazione di società ad opera di un'altra società che già ne detiene la totalità del capitale.

    La Corte dichiara :

    «La direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali, come modificata dalla direttiva del Consiglio 10 giugno 1985,

    85/303/CEE, non osta alla riscossione di un'imposta di registro in caso di incorporazione di società ad opera di un'altra società che già detiene la totalità delle azioni e delle quote delle società incorporate».

    L'avvocato generale G. Cosmas ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Sesta Sezione del 25 giugno 1998.

    Egli proponeva alla Corte di risolvere come segue la questione pregiudiziale sottopostale:

    «Gli artt. 4, n. 1, lett. c), e 7, n. 1, lett. b), della direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali, nella versione modificata dalla direttiva del Consiglio 10 giugno 1985, 85/303/CEE che modifica la direttiva 69/335, vanno intesi nel senso che non vietano la riscossione di un'imposta di registro nel caso di fusione mediante incorporazione di una società da parte di un'altra che già detiene il 100% del capitale della prima».

    Causa C-230/97

    Ibiyinka Awoyemi

    Libera circolazione delle persone

    29 ottobre 1998

    Pregiudiziale

    «Patente di guida · Interpretazione della direttiva 80/1263/CEE · Inosservanza dell'obbligo di sostituire la patente rilasciata da uno Stato membro al cittadino di un paese terzo con una patente dello Stato membro della sua nuova residenza · Sanzioni penali · Incidenza della direttiva 91/439/CEE»

    (Seconda Sezione)

    Con ordinanza 17 giugno 1997 lo Hof van Cassatie ha sottoposto alla Corte tre questioni pregiudiziali vertenti sull'interpretazione dell'art. 8, n. 1, della Prima direttiva del Consiglio 4 dicembre 1980, 80/1263/CEE, nonché degli artt. 1, n. 2, e 8, n. 1, della direttiva del Consiglio 29 luglio 1991, 91/439/CEE.

    Le questioni sono sorte nell'ambito di un procedimento penale promosso dal pubblico ministero contro il signor Awoyemi, accusato di aver guidato un autoveicolo sulla pubblica via in Belgio senza essere titolare di una valida patente di guida.

    Sulla prima questione

    Il giudice nazionale, con la prima questione, domanda in sostanza alla Corte se le disposizioni della direttiva 80/1263 o quelle del Trattato ostino a che la guida di un autoveicolo da parte del cittadino di un paese terzo, che sia titolare di una patente di guida di modello comunitario rilasciata da uno Stato membro e che, avendo trasferito la propria residenza in un altro Stato membro, avrebbe potuto ottenervi in

    sostituzione una patente rilasciata dallo Stato ospitante, ma che abbia omesso di procedere a tale formalità entro il termine di un anno imposto, sia equiparata in quest'ultimo Stato alla guida senza patente e, come tale, sanzionata con una pena detentiva o pecuniaria.

    La direttiva 80/1263 non contiene alcuna disposizione in ordine alle sanzioni da infliggere in caso di violazione dell'obbligo di sostituzione della patente previsto dal suo art. 8, n. 1, primo comma.

    Pertanto, in assenza di una disciplina comunitaria in materia, la sanzione per l'ipotesi di violazione di un obbligo del genere rimane di competenza degli Stati membri.

    Gli Stati membri non possono, tuttavia in materia, comminare una sanzione penale sproporzionata alla gravità dell'infrazione, che creerebbe un ostacolo alla libera circolazione delle persone (v. sentenza Skanavi e Chryssanthakopoulos del 29 febbraio 1996).

    Tuttavia, una persona quale il signor Awoyemi non può avvalersi di tale giurisprudenza.

    Come si evince dalla citata sentenza Skanavi e Chryssanthakopoulos, a fondamento della limitazione, apportata alla competenza degli Stati membri, di prevedere sanzioni penali in caso di violazione dell'obbligo di sostituire la patente vi è la libertà di circolazione delle persone istituita dal Trattato.

    Orbene, il cittadino di un paese terzo che si trovi in una situazione come quella del signor Awoyemi non può legittimamente far valere le norme in materia di libera circolazione delle persone le quali, conformemente a una giurisprudenza costante, si applicano unicamente ai cittadini di uno Stato membro della Comunità che intendano stabilirsi nel territorio di un altro Stato membro oppure ai cittadini di questo stesso Stato che si trovino in una situazione avente elementi di collegamento con una qualunque delle situazioni previste dal diritto comunitario.

    Sulla seconda e terza questione

    Con la seconda e la terza questione, che è opportuno esaminare insieme, il giudice di rinvio domanda sostanzialmente se il cittadino di un paese terzo, titolare di una patente di guida di modello comunitario in corso di validità rilasciata da uno Stato membro, che abbia acquisito la residenza normale in un altro Stato membro, ma che non abbia ivi proceduto alla sostituzione della propria patente di guida entro il termine di un anno prescritto dall'art. 8, n. 1, primo comma, della direttiva 80/1263, possa far valere direttamente gli artt. 1, n. 2, e 8, n. 1, della direttiva 91/439 per opporsi all'irrogazione, nello Stato membro in cui ha stabilito la sua nuova residenza, di una pena detentiva o pecuniaria per guida senza patente, qualora tale infrazione abbia avuto luogo prima della data prevista per l'attuazione della direttiva 91/439.

    Per verificare se le citate disposizioni della direttiva 91/439 abbiano effetto diretto è opportuno ricordare che, come da costante giurisprudenza, in tutti i casi in cui le disposizioni di una direttiva appaiano, dal punto di vista del loro contenuto, incondizionate e sufficientemente precise, esse possono essere fatte valere dai singoli nei confronti dello Stato, sia quando questo ometta di adeguare entro i termini il diritto nazionale alla direttiva, sia quando non ne dia corretta attuazione.

    In proposito, risulta anzitutto dal testo stesso della seconda questione sollevata dal giudice di rinvio che gli artt. 1, n. 2, e 8, n. 1, della direttiva 91/439 non sono stati trasposti entro il termine impartito nell'ordinamento giuridico interno di cui trattasi, né vi sono stati attuati, in conformità all'art. 12 della stessa direttiva, a partire dal 1° luglio 1996.

    Al fine, poi, di accertare se le disposizioni della detta direttiva siano sufficientemente precise e incondizionate, così da poter essere fatte valere dai singoli dinanzi ai giudici nazionali, occorre rilevare, da una parte, che l'art. 1, n. 2, prevede il riconoscimento reciproco, senza formalità alcuna, delle patenti di guida rilasciate dagli Stati membri e, d'altra parte, che l'art. 8, n. 1, sostituisce con una mera facoltà · per il titolare di una patente di guida in corso di validità rilasciata da uno Stato membro allorché

    l'interessato ha stabilito la sua residenza normale in un altro Stato membro · l'obbligo di sostituzione della patente di guida entro un anno sancito dall'art. 8, n. 1, primo comma, della direttiva 80/1263.

    Tali disposizioni impongono quindi agli Stati membri obblighi chiari e precisi.

    L'effetto diretto che occorre pertanto riconoscere agli artt. 1, n. 2, e 8, n. 1, della direttiva 91/439 implica che i singoli hanno il diritto di far valere tali disposizioni dinanzi ai giudici nazionali.

    La Corte dichiara :

  • «1) Né le disposizioni della Prima direttiva del Consiglio 4 dicembre 1980, 80/1263/CEE, relativa all'istituzione di una patente di guida comunitaria, né quelle del Trattato CE ostano a che la guida di un autoveicolo da parte del cittadino di un paese terzo, che sia titolare di una patente di guida di modello comunitario rilasciata da uno Stato membro e che, avendo trasferito la propria residenza in un altro Stato membro, avrebbe potuto ottenervi in sostituzione una patente rilasciata dallo Stato ospitante, ma che abbia omesso di procedere a tale formalità entro il termine di un anno imposto, sia equiparata in tale ultimo Stato alla guida senza patente e venga pertanto sanzionata con una pena detentiva o pecuniaria.
  • 2) Il cittadino di un paese terzo, titolare di una patente di guida di modello comunitario in corso di validità rilasciata da uno Stato membro, che abbia acquisito la residenza normale in un altro Stato membro, ma che non abbia ivi proceduto alla sostituzione della propria patente di guida entro il termine di un anno prescritto dall'art. 8, n. 1, primo comma, della direttiva 80/1263, ha il diritto di far valere direttamente gli artt. 1, n. 2, e 8, n. 1, della direttiva del Consiglio 29 luglio 1991, 91/439, concernente la patente di guida, per opporsi all'irrogazione, nello Stato membro in cui ha stabilito la sua nuova residenza, di una pena detentiva o pecuniaria per guida senza patente. Il diritto comunitario non osta a che, in ragione del principio · accolto dal diritto nazionale di taluni Stati membri · di retroattività della legge penale più favorevole, il giudice di tale Stato membro applichi tali disposizioni della direttiva 91/439, quand'anche l'infrazione abbia avuto luogo prima della data prevista per l'attuazione della detta direttiva».

    L'avvocato generale P. Léger ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Seconda Sezione del 16 luglio 1998.

    Egli proponeva alla Corte di risolvere le questioni poste dallo Hof van Cassatie del Belgio nel modo seguente:

  • «1) Né le disposizioni della prima direttiva del Consiglio 4 dicembre 1980, 80/1263/CEE, relativa all'istituzione di una patente di guida comunitaria, in particolare il suo art. 8, né le disposizioni del Trattato CE ostano a che la guida di un autoveicolo da parte di una persona che non ha lo status di cittadino dell'Unione europea, ma è titolare di una patente di guida nazionale o di una patente di modello comunitario rilasciata da uno Stato membro, e che in sostituzione della sua patente avrebbe potuto ottenere una patente dello Stato membro di residenza, ma che non ha proceduto alla detta sostituzione nel termine stabilito, sia equiparata alla guida senza patente e sia di conseguenza sanzionata con una pena detentiva o pecuniaria.
  • 2) In assenza di recepimento nell'ordinamento giuridico interno e dato il principio, riconosciuto dal diritto nazionale di taluni Stati membri, dell'applicazione immediata delle leggi penali più favorevoli, gli artt. 1, n. 2, e 8, n. 1, della direttiva del Consiglio 29 luglio 1991, 91/439/CEE, concernente la patente di guida, ostano a che la guida di un autoveicolo, in un periodo in cui la direttiva 80/1263 era ancora in vigore, da parte del titolare di una patente di guida nazionale di modello comunitario, non cittadino di uno Stato membro, che non abbia proceduto alla sostituzione della sua patente con una patente dello Stato membro di residenza nel termine stabilito, sia equiparata alla guida senza patente e sia di conseguenza sanzionata con una pena detentiva o pecuniaria».

    Causa C-410/97

    Commissione delle Comunità europee / Granducato di Lussemburgo

    Politica sociale

    29 ottobre 1998

    «Inadempimento di uno Stato · Mancata trasposizione della direttiva 92/29/CEE»

    (Quarta Sezione)

    Con atto depositato nella cancelleria della Corte il 5 dicembre 1997, la Commissione delle Comunità europee ha proposto un ricorso diretto a far dichiarare che, non avendo adottato entro il termine prescritto le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva del Consiglio 31 marzo 1992, 92/29/CEE il Granducato di Lussemburgo è venuto meno agli obblighi ad esso incombenti ai sensi di tale direttiva.

    Poiché la trasposizione della direttiva non è stata realizzata entro il termine prescritto dalla stessa, si deve ritenere fondato il ricorso proposto in materia dalla Commissione.

    La Corte dichiara e statuisce :

  • «1) Non avendo adottato entro il termine prescritto le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva del Consiglio 31 marzo 1992, 92/29/CEE, riguardante le prescrizioni minime di sicurezza e di salute per promuovere una migliore assistenza medica a bordo delle navi, il Granducato di Lussemburgo è venuto meno agli obblighi ad esso incombenti ai sensi di tale direttiva.

    2) Il Granducato di Lussemburgo è condannato alle spese».

    L'avvocato generale D. Ruiz-Jarabo Colomer ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Quarta Sezione del 14 luglio 1998.

    Egli suggeriva alla Corte di accogliere il ricorso della Commissione e di:

  • «1) dichiarare che il Granducato di Lussemburgo non avendo adottato, entro il termine prescritto, le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva del Consiglio 31 marzo 1992, 92/29/CEE, riguardante le prescrizioni minime di sicurezza e di salute per promuovere una migliore assistenza medica a bordo delle navi, è venuto meno agli obblighi impostigli in forza di tale direttiva;

    2) condannare il Granducato di Lussemburgo alle spese».

    Causa C-185/96

    Commissione delle Comunità europee / Repubblica ellenica

    Libera circolazione delle persone

    29 ottobre 1998

    «Direttiva del Consiglio 76/207/CEE · Rifiuto del datore di lavoro di fornire referenze a un ex dipendente licenziato»

    (Quinta Sezione)

    Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria della Corte il 31 maggio 1996, la Commissione delle Comunità europee ha proposto un ricorso diretto a far constatare che, escludendo in base a discipline normative o a prassi amministrative, per via della loro cittadinanza, i lavoratori cittadini degli altri Stati membri, subordinati o autonomi, nonché i loro familiari, da un lato, dal riconoscimento della condizione di famiglia numerosa ai fini della concessione delle prestazioni previste a favore di queste famiglie e, dall'altro, dalla concessione degli assegni familiari, la Repubblica ellenica è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza degli artt. 48 e 52 del Trattato CE, nonché dell'art. 7 del regolamento (CEE) del Consiglio 15 ottobre 1968, n. 1612, dell'art. 7 del regolamento (CEE) della Commissione 29 giugno 1970, n. 1251, dell'art. 7 della direttiva del Consiglio 17 dicembre 1974, 75/34/CEE, e dell'art. 3 del regolamento (CEE) del Consiglio 14 giugno 1971, n. 1408.

    Secondo la Commissione, tutti i vantaggi previsti dalla normativa ellenica controversa, tranne l'esenzione dal servizio militare prevista all'art. 5 della legge n. 1910/1944, che riguarda soltanto i cittadini nazionali, costituiscono vantaggi sociali ai sensi dell'art. 7, n. 2, del regolamento n. 1612/68 o prestazioni previdenziali ai sensi dell'art. 4, n. 1, del regolamento n. 1408/71.

    La Commissione ne desume che la normativa controversa, in quanto comporta una discriminazione o nei limiti in cui riceva un'applicazione discriminatoria direttamente fondata sulla cittadinanza, è contraria al principio della libera circolazione delle persone, enunciato agli artt. 48 e 52 del Trattato, e più in particolare al principio della parità di trattamento dei lavoratori, quale è attuato dall'art. 7, n. 2, del regolamento n. 1612/68 e dall'art. 3, n. 1, del regolamento n. 1408/71.

    Poiché il presente ricorso concerne l'applicazione del principio della parità di trattamento in materia di vantaggi sociali e di prestazioni previdenziali, è opportuno richiamare il contenuto di queste nozioni.

    Per quanto riguarda, in primo luogo, la nozione di vantaggi sociali, emerge da una giurisprudenza costante che essa copre tutti i vantaggi che, connessi o meno ad un contratto di lavoro, sono generalmente attribuiti ai lavoratori nazionali in relazione, principalmente, alla loro qualifica obiettiva di lavoratori o al semplice fatto della loro residenza nel territorio nazionale.

    Si evince da questa definizione che tutti i vantaggi disposti dalla controversa normativa ellenica a favore delle famiglie numerose costituiscono vantaggi sociali ai sensi dell'art. 7, n. 2, del regolamento n. 1612/68. I lavoratori cittadini di altri Stati membri debbono beneficiarne alle stesse condizioni dei lavoratori nazionali. Tale parità di trattamento trova altresì applicazione per i familiari a loro carico.

    La prassi amministrativa, così come la disciplina normativa in oggetto, costituiscono, in quanto impongono un requisito di cittadinanza discriminatorio, una violazione dell'art. 48, n. 2, del Trattato, dell'art. 7, n. 2, del regolamento n. 1612/68 e dell'art. 7 del regolamento n. 1251/70. Per il medesimo motivo, esse costituiscono altresì una violazione dell'art. 52 del Trattato e dell'art. 7 della direttiva 75/34.

    Per quanto concerne, in secondo luogo, la nozione di prestazione previdenziale, la Corte ha ricorrentemente affermato che una prestazione può considerarsi tale se è attribuita ai beneficiari, prescindendo da ogni valutazione individuale e discrezionale delle loro esigenze personali, in base ad una situazione legalmente definita, e se si riferisce ad uno dei rischi espressamente elencati nell'art. 4, n. 1, del regolamento n. 1408/71.

    Si evince da questa definizione che, nell'ambito delle prestazioni previste dalla legge n. 1910/1944, le prestazioni in materia di cure sanitarie costituiscono anch'esse prestazioni previdenziali.

    Analogo rilievo vale per le prestazioni pecuniarie previste dal decreto legge n. 1153/1972 e per quelle stabilite dall'art. 63, nn. 1-4, della legge n. 1892/1990.

    Ne consegue che la prassi amministrativa e le discipline normative che subordinano la concessione di queste prestazioni a requisiti di cittadinanza discriminatori sono altresì contrarie al principio della parità di trattamento dei lavoratori enunciato dall'art. 3, n. 1, del regolamento n. 1408/71.

    Il governo ellenico ha in particolare fatto valere che il requisito relativo alla cittadinanza ellenica, al quale è subordinata la concessione delle prestazioni previste dall'art. 63, nn. 1-4, della legge n. 1892/1990, è giustificato dal fatto che queste prestazioni contribuiscono alla realizzazione di obiettivi di ordine demografico.

    Al riguardo, si deve ricordare che, secondo la giurisprudenza della Corte, i provvedimenti a carattere sociale non possono essere sottratti all'applicazione delle norme comunitarie per il semplice fatto che essi vengano accordati in base a considerazioni di politica demografica.

    La Corte dichiara e statuisce :

  • «1) Escludendo, in base a discipline normative o a prassi amministrative, per via della loro cittadinanza, i lavoratori cittadini degli altri Stati membri della Comunità, subordinati o autonomi, nonché i loro familiari, da un lato, dal riconoscimento della condizione di famiglia numerosa ai fini della concessione delle prestazioni previste a favore di queste famiglie e, dall'altro, dalla concessione di assegni familiari, la Repubblica ellenica è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza

    · degli artt. 48 e 52 del Trattato CE,

  • · dell'art. 7 del regolamento (CEE) del Consiglio 15 ottobre 1968, n. 1612, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all'interno della Comunità,
  • · dell'art. 7 del regolamento (CEE) della Commissione 29 giugno 1970, n. 1251, relativo al diritto dei lavoratori di rimanere sul territorio di uno Stato membro dopo aver occupato un impiego,
  • · dell'art. 7 della direttiva del Consiglio 17 dicembre 1974, 75/34/CEE, relativa al diritto di un cittadino di uno Stato membro di rimanere sul territorio di un altro Stato membro dopo avervi svolto un'attività non salariata, e
  • · dell'art. 3 del regolamento (CEE) del Consiglio 14 giugno 1971, n. 1408, relativo all'applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati e ai loro familiari che si spostano all'interno della Comunità.

    2) La Repubblica ellenica è condannata alle spese».

    L'avvocato generale S. Alber ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Quinta Sezione del 30 aprile 1998.

    Egli proponeva alla Corte di decidere come segue:

  • «1) La Repubblica ellenica, escludendo mediante disposizioni di legge o nella prassi amministrativa lavoratori subordinati o autonomi cittadini di un altro Stato membro e i loro familiari, a motivo della loro cittadinanza, dal riconoscimento della condizione di famiglia numerosa ai fini della concessione delle prestazioni previste per le famiglie numerose e negando loro la concessione di assegni familiari, ha violato gli obblighi che le incombono in forza del diritto comunitario, in particolare degli artt. 48 e 52 del Trattato, dell'art. 7 del regolamento (CEE) n. 1612/68, dell'art. 7 del regolamento (CEE) n. 1251/70, dell'art. 7 della direttiva 75/34/CEE e dell'art. 3 del regolamento (CEE) n. 1408/71.

    2) La Repubblica ellenica è condannata alle spese».

    Causa C-375/96

    Galileo Zaninotto / Ispettorato Centrale Repressione Frodi - Ufficio di Conegliano - Ministero delle risorse agricole, alimentari e forestali

    Agricoltura

    29 ottobre 1998

    Pregiudiziale

    «Agricoltura · Organizzazione comune dei mercati agricoli · Mercato vitivinicolo · Regime della distillazione obbligatoria»

    (Quinta Sezione)

    Con ordinanza 2 novembre 1996 la Pretura circondariale di Treviso, Sezione distaccata di Conegliano, ha sottoposto alla Corte diverse questioni pregiudiziali sulla validità dell'art. 1, n. 3, quarto trattino, del regolamento (CE) della Commissione 15 febbraio 1994, n. 343, dell'art. 1, nn. 1, lett. c), 2 e 3, del regolamento (CE) della Commissione 1° marzo 1994, n. 465, come modificato dal regolamento (CE) della Commissione 18 marzo 1994, n. 610, dell'art. 39, nn. 1 e 4, del regolamento (CEE) del Consiglio 16 marzo 1987, n. 822, dell'art. 4, n. 2, quarto trattino, del regolamento (CEE) della Commissione 17 febbraio 1988, n. 441, e dell'art. 1, n. 1, del regolamento (CE) della Commissione 21 dicembre 1994, n. 3151.

    Tali questioni sono sorte nell'ambito di una controversia tra il signor Zaninotto, viticoltore, e l'Ispettorato Centrale Repressione Frodi · Ufficio di Conegliano · Ministero delle Risorse agricole, alimentari e forestali (in prosieguo: il «Ministero») riguardante un'ammenda inflittagli in base al diritto nazionale per violazione delle norme comunitarie relative alla distillazione obbligatoria del vino da tavola. Il signor Zaninotto fa valere l'illegittimità della normativa comunitaria che prevede, relativamente alla campagna viticola 1993/1994, l'obbligo per i produttori italiani di distillare un certo quantitativo di vino da tavola.

    La prima questione

    Con la prima questione il giudice a quo chiede chiarimenti alla Corte circa la validità delle disposizioni con cui è stato fissato per l'Italia per la campagna viticola 1993/1994 il quantitativo totale di vino da tavola destinato alla distillazione, cioè 12 150 000 ettolitri.

    Sull'asserita discriminazione nei confronti della Repubblica italiana rispetto agli altri Stati membri

    Il ricorrente nel processo a quo e il governo italiano ritengono che la determinazione del quantitativo totale destinato alla distillazione in Italia abbia comportato una ripartizione discriminatoria dell'obbligo di distillazione tra gli Stati membri interessati e abbia penalizzato in modo rilevante l'Italia.

    Ai sensi del regolamento n. 343/94, due terzi dei 18 200 000 hl di vino da distillare nella Comunità durante la campagna 1993/1994 erano attribuiti all'Italia, mentre la produzione di questo Stato sarebbe stata di molto inferiore ai due terzi della produzione totale della Comunità.

    La Commissione ha ricordato che la produzione comunitaria di vino da tavola nel corso della campagna 1993/1994 era fortemente eccedentaria fino al gennaio 1994 e che pertanto conveniva procedere alla distillazione obbligatoria al fine di garantire il valore e la qualità dei vini da tavola. Avendo avuto la Repubblica italiana una produzione molto superiore a quella di qualsiasi altra regione, doveva conseguentemente sopportare il carico della distillazione in proporzione alla sua produzione complessiva.

    A questo proposito la Commissione, in risposta ad un quesito scritto della Corte, ha reso note le modalità di calcolo.

    La partecipazione relativamente elevata della Repubblica italiana rispetto agli altri Stati risulterebbe dal volume eccezionale delle eccedenze in Italia.

    Riguardo alla ripartizione dell'obbligo di distillare, occorre constatare che nessun trattamento differenziato risulta essere stato applicato a discapito della Repubblica italiana rispetto agli altri Stati membri.

    Sull'imprecisione dei dati comunicati dalla Repubblica italiana

    Il ricorrente nel processo a quo ritiene che l'obbligo di procedere alla distillazione del quantitativo di vino fissato abbia creato una discriminazione nei confronti dei viticoltori italiani, poiché la cifra di 12 150 000 hl sarebbe stata calcolata sulla base di dati nazionali imprecisi.

    Il ricorrente nel processo a quo afferma che il 15 febbraio 1994, data in cui è stato adottato il regolamento n. 343/94 che apriva la distillazione obbligatoria per la campagna 1993/1994, la Commissione non era

    ancora in possesso dei dati relativi alla produzione di vino da tavola che dovevano essere comunicati dalla Repubblica italiana.

    A questo proposito occorre ricordare che al terzo 'considerando' del bilancio di previsione per la campagna 1993/1994 si rileva che gli Stati membri hanno comunicato alla Commissione i dati relativi alle dichiarazioni di raccolta e giacenza di prodotti del settore vitivinicolo, conformemente alle disposizioni del regolamento (CEE) della Commissione 17 dicembre 1987, n. 3929.

    Infine, non è stato dimostrato che i dati forniti dalle autorità italiane fossero imprecisi. Pur supponendo che lo fossero, il ricorrente nel processo a quo non ha prodotto, comunque, alcun elemento diretto a provare che l'asserita imprecisione dei dati forniti dalle autorità italiane abbia sfavorito i produttori italiani anziché agevolarli.

    Sul riporto dei quantitativi non distillati da una campagna all'altra

    Il ricorrente nel processo a quo sostiene inoltre che l'imposizione all'Italia del quantitativo totale da distillare avrebbe provocato anche una discriminazione a danno dei viticoltori tenuti alla distillazione, in quanto sarebbe stato loro imposto di farsi carico dei quantitativi di vino da tavola che avrebbero dovuto essere distillati da altri produttori (da parte loro inadempienti) nel corso della campagna precedente. Tali quantitativi, i quali si trovavano ancora sul mercato l'anno successivo, sarebbero stati considerati come facenti parte delle giacenze della campagna in corso, in modo tale che il loro conteggio avrebbe falsato il calcolo dell'attuale quantitativo da distillare («effetto travaso»). Tale calcolo sarebbe pertanto illecito.

    Secondo la Commissione il calcolo delle scorte di vino sul mercato deve prendere in considerazione i quantitativi che non sono stati distillati in violazione della normativa in vigore, ma che sono stati messi in vendita e si trovano quindi sul mercato. La Commissione osserva che, se il vino non distillato nel corso della campagna precedente restasse a tempo indeterminato sul mercato senza essere incorporato nelle scorte dell'anno successivo, ciò comprometterebbe lo scopo della distillazione obbligatoria e lederebbe tutti i produttori. L'eccedenza in questione non è stata fatta gravare esclusivamente sui produttori italiani, ma redistribuita tra tutti i produttori comunitari secondo il principio di solidarietà, cosa che, secondo la Commissione, sarebbe conforme al principio di non discriminazione come interpretato dalla giurisprudenza comunitaria.

    Non risulta pertanto che il riporto effettuato dalla Commissione dei quantitativi non distillati da una campagna all'altra abbia prodotto una discriminazione tra i viticoltori soggetti all'obbligo della distillazione.

    La seconda questione

    Con la seconda questione il giudice a quo domanda se talune disposizioni siano invalide per violazione del principio del legittimo affidamento. Egli si domanda se l'ineguale ripartizione del quantitativo da distillare, le evidenti imprecisioni nel calcolo di tale quantità, nonché i riporti di quantitativi non distillati durante la campagna 1992/1993 in quanto giacenze della campagna 1993/1994 abbiano violato il legittimo affidamento dei viticoltori italiani che, avendo rispettato l'obbligo di distillazione durante la campagna 1992/1993, non pensavano di vedersi addossare in seguito altre incombenze, relative in realtà alla campagna 1992/1993.

    Secondo costante giurisprudenza, il principio del legittimo affidamento può essere fatto valere nei confronti di una normativa comunitaria solo se la Comunità stessa ha precedentemente determinato una situazione tale da giustificare l'applicazione di questo principio. Orbene, gli argomenti fatti valere dal giudice a quo a sostegno dell'asserita violazione del principio del legittimo affidamento dei viticoltori italiani, fatti propri dal ricorrente nel processo a quo, non sono atti a dimostrare che la Comunità abbia determinato una tale situazione specifica.

    La terza questione

    Con la terza questione il giudice a quo domanda se talune disposizioni in causa siano nulle per eccesso di potere da parte della Commissione e in particolare per violazione dell'art. 31 del regolamento n. 822/87.

    Più in particolare il giudice a quo si domanda se la determinazione, da parte della Commissione, del quantitativo destinato alla distillazione obbligatoria in Italia non fosse errata dal momento che la corretta stima della resa per ettaro per tale regione, calcolata dividendo il volume di produzione per la superficie vitivinicola, era impossibile in mancanza di uno schedario nazionale affidabile.

    A questo proposito risulta dall'art. 39, n. 3, del regolamento n. 822/87 che, per determinare il volume di vino da tavola destinato alla distillazione in ciascuno Stato membro, non si tiene conto delle superfici da cui proviene il vino, ma solo del volume della produzione di tale Stato, determinato in particolare sulla scorta delle dichiarazioni di raccolto. Ne deriva che la mancanza di uno schedario viticolo non ha inciso sulla determinazione dei quantitativi da distillare.

    La quarta questione

    Con la quarta questione il giudice a quo domanda se l'art. 39, n. 4, del regolamento n. 822/87, che prevede la distribuzione dei quantitativi da distillare tra i diversi produttori di una regione a seconda della resa per ettaro, sia invalido per violazione del principio di proporzionalità.

    Occorre ricordare che il principio di proporzionalità, che fa parte dei principi generali del diritto comunitario, richiede che gli atti delle istituzioni comunitarie non superino i limiti di ciò che è idoneo e necessario per il conseguimento degli scopi legittimamente perseguiti dalla normativa di cui trattasi, fermo restando che, qualora sia possibile una scelta tra più misure appropriate, si deve ricorrere alla meno restrittiva e gli inconvenienti causati non devono essere sproporzionati agli scopi perseguiti.

    Quanto al controllo giurisdizionale delle condizioni anzidette, il legislatore comunitario dispone in materia di politica agricola comune di un potere discrezionale corrispondente alle responsabilità politiche che gli artt. 40-43 del Trattato gli attribuiscono. Di conseguenza solo la manifesta inidoneità di un provvedimento adottato in tale ambito, in relazione allo scopo che l'istituzione competente intende perseguire, può inficiare la legittimità di tale provvedimento.

    Nel caso di specie, la scelta della ripartizione degli obblighi tra i produttori di vino di una stessa regione in base alla resa per ettaro non è manifestamente erronea in quanto mira a concentrare l'obbligo di distillazione su quei produttori che contribuiscono principalmente alla produzione delle eccedenze di vino da tavola sul mercato, senza penalizzare i produttori con rese moderate. Tale misura non può pertanto essere considerata sproporzionata rispetto allo scopo perseguito, cioè il riassorbimento delle eccedenze di vino da tavola esistenti sul mercato.

    La quinta questione

    Con la quinta questione il giudice a quo mette in discussione la decisione della Commissione di equiparare le regioni di produzione nella Comunità ai territori degli Stati membri, in particolare la zona viticola C al territorio italiano.

    Secondo il ricorrente nel processo a quo la Commissione non avrebbe tenuto conto del fatto che l'Italia è caratterizzata da una grande eterogeneità del territorio nazionale, tanto dal punto di vista geografico quanto enologico, ed avrebbe così travalicato i limiti del suo potere discrezionale.

    A tal proposito si deve precisare che, in un ente composto da Stati membri come la Comunità europea, sembra ragionevole prendere come punto di riferimento, per necessità amministrative, il territorio dei detti Stati membri. Anche se le condizioni geografiche ed economiche non sono identiche nelle diverse parti del territorio nazionale, la Commissione aveva dunque il diritto, nell'esercizio del suo potere discrezionale di

    considerare il complesso del territorio di uno Stato membro come un'unica regione, salvoché una tale scelta non sia manifestamente inadeguata rispetto alle strutture dello Stato membro interessato.

    La sesta e la settima questione

    Con la sesta e settima questione il giudice a quo domanda se sia valido l'art. 1, n. 1, del regolamento n. 3151/94, che ha prorogato fino al 29 gennaio 1995 il termine di consegna del vino da tavola alle distillerie per la campagna 1993/1994, il quale avrebbe dovuto normalmente scadere, ai sensi dell'art. 12 del regolamento n. 441/88, nel mese di luglio 1994.

    A questo proposito emerge dall'ordinanza di rinvio che al signor Zaninotto è stata irrogata una sanzione dal Ministero per non aver distillato quantitativi che doveva conferire durante la campagna 1993/1994. Ciò presuppone quindi che egli non ha utilizzato la possibilità supplementare di procedere ulteriormente alla distillazione ed evitare così la sanzione.

    La questione della validità della disposizione contestata è dunque manifestamente inconferente per dirimere la controversia su cui verte il processo a quo.

    Conformemente ad una giurisprudenza costante, si deve ritenere, in circostanze del genere, che le questioni pregiudiziali sottoposte alla Corte non vertono su un'interpretazione del diritto comunitario oggettivamente necessaria ai fini della decisione che il giudice a quo deve adottare.

    La Corte non è pertanto competente a risolvere la sesta e la settima questione.

    La Corte dichiara :

    «Dall'esame delle questioni sollevate non sono emersi elementi atti ad inficiare la validità:

  • ·  ²dell'art. 1, n. 3, quarto trattino, del regolamento (CE) della Commissione 15 febbraio 1994, n. 343, recante apertura della distillazione obbligatoria di cui all'articolo 39 del regolamento (CEE) del Consiglio n. 822/87 e recante deroga ad alcune modalità di applicazione ad essa relative per la campagna 1993/1994,
  • ·  dell'art. 1, nn. 1, lett. c), e 2, del regolamento (CE) della Commissione 1° marzo 1994, n. 465, che fissa, per la campagna 1993/1994, le percentuali della produzione di vini da tavola da consegnare alla distillazione obbligatoria di cui all'articolo 39 del regolamento (CEE) n. 822/87 del Consiglio per le regioni 3 e 6, come modificato dal regolamento (CE) della Commissione 18 marzo 1994, n. 610,
  • ·  dell'art. 39, nn. 1 e 4, del regolamento (CEE) del Consiglio 16 marzo 1987, n. 822, relativo all'organizzazione comune del mercato vitivinicolo,
  • ·  e dell'art. 4, n. 2, quarto trattino, del regolamento (CEE) della Commissione 17 febbraio 1988, n. 441, recante modalità d'applicazione per la distillazione obbligatoria di cui all'articolo 39 del regolamento n. 822/87».

    L'avvocato generale G. Cosmas ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Quinta Sezione del 28 maggio 1998.

    Egli proponeva di risolvere le questioni pregiudiziali nel seguente modo:

    «Dall'analisi condotta non sono emersi elementi idonei a inficiare la validità:

    · dall'art. 1, n. 3, quarto trattino, del regolamento (CE) della Commissione n. 343/94,

  • · dell'art. 1, n. 1, lett. c), n. 2, secondo comma (nonché dell'allegato, per quanto riguarda la regione 4) del regolamento della Commissione (CE) n. 465/94 nella versione modificata dal regolamento (CE) della Commissione n. 610/94,

    · dall'art. 39, n. 4, del regolamento (CEE) del Consiglio n. 822/87,

    · dell'art. 4, n. 2, quarto trattino del regolamento (CEE) della Commissione n. 441/88,

    · dell'art. 1, n. 1, del regolamento (CE) della Commissione n. 3151/94».

    Causa C-114/97

    Commissione delle Comunità europee / Regno di Spagna

    Libera circolazione delle persone

    29 ottobre 1998

    «Inadempimento di uno Stato · Libera circolazione dei lavoratori · Libertà di stabilimento · Libera prestazione dei servizi · Servizi privati di sorveglianza · Requisiti di cittadinanza »

    (Quinta Sezione)

    Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria della Corte il 19 marzo 1997 la Commissione delle Comunità europee ha proposto un ricorso diretto a far dichiarare che il Regno di Spagna, avendo

    n. 23/19

    la parte in cui subordinano il rilascio dell'autorizzazione all'esercizio dei servizi privati di sorveglianza, nel caso delle imprese di sorveglianza, alla condizione che esse possiedano la cittadinanza spagnola e che i loro amministratori e direttori siano residenti in Spagna e, nel caso del personale di sorveglianza, che esso possieda la cittadinanza spagnola, è venuto meno agli obblighi ad esso incombenti in forza del Trattato CE, e in particolare degli artt. 48, 52 e 59 del medesimo,

    Occorre rilevare che gli artt. 7, 8 e 10 della legge contengono restrizioni alla libertà di stabilimento, alla libera prestazione dei servizi e alla libera circolazione dei lavoratori.

    Occorre tuttavia esaminare se i detti ostacoli non siano giustificati in forza delle deroghe previste dal Trattato.

    Per quanto concerne l'art. 48, n. 4, del Trattato, occorre rilevare che le imprese private di sorveglianza non fanno parte della pubblica amministrazione e che pertanto tale disposizione non è applicabile nella fattispecie.

    Risulta peraltro dal fascicolo processuale che le imprese e il personale privato di sorveglianza non partecipano direttamente e specificamente all'esercizio di pubblici poteri. L'eccezione di cui all'art. 55, primo comma, in combinato disposto, se del caso, con l'art. 66 del Trattato, non si applica dunque alla fattispecie.

    Occorre altresì ricordare che il requisito di cittadinanza imposto alle imprese e al personale di sorveglianza dagli artt. 7 e 10 della legge esclude la prestazione dei servizi privati di sorveglianza da parte di persone e imprese in possesso della cittadinanza di un altro Stato membro.

    Una simile esclusione generale dall'accesso a determinate attività professionali non può essere giustificata per i motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica di cui agli artt. 48, n. 3, e 56 del Trattato.

    Infine, la regola secondo la quale gli amministratori e i direttori di qualsiasi impresa di sorveglianza debbano essere residenti in Spagna costituisce un ostacolo alla libertà di stabilimento e alla libera prestazione dei servizi.

    Questo requisito non è necessario per garantire la pubblica sicurezza nello Stato membro interessato e non rientra pertanto nella deroga di cui all'art. 56, n. 1, in combinato disposto, se del caso, con l'art. 66 del Trattato.

    La Corte dichiara e statuisce :

    n. 23/19

    la parte in cui essi subordinano il rilascio dell'autorizzazione all'esercizio dei servizi privati di sorveglianza, nel caso delle imprese di sorveglianza, alla condizione che esse possiedano la cittadinanza spagnola e che i loro amministratori e direttori siano residenti in Spagna e, nel caso del personale di sorveglianza, che esso possieda la cittadinanza spagnola, il Regno di Spagna è venuto meno agli obblighi ad esso incombenti in forza degli artt. 48, 52 e 59 del Trattato.

    2) Il Regno di Spagna è condannato alle spese».

    L'avvocato generale S. Alber ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Quinta Sezione del 7 maggio 1998.

    Egli proponeva alla Corte di decidere nel modo seguente:

  • «1) Il Regno di Spagna è venuto meno agli obblighi ad esso incombenti in forza del Trattato, in particolare degli artt. 48, 52 e 59, subordinando, negli artt. 7, 8 e 10 della legge 30 luglio 1992 n. 23, la concessione dell'autorizzazione a prestare servizi privati di sicurezza, nel caso delle cosiddette "imprese di sicurezza", al requisito di possedere la nazionalità spagnola, a che i loro amministratori e direttori abbiano la residenza in Spagna e, per quanto riguarda il "personale di sicurezza", al fatto di possedere la cittadinanza spagnola.

    2) Il Regno di Spagna è condannato alle spese».

    Cause riunite C-193/97 e C-194/97

    Manuel de Castro Freitas, Raymond Escallier / Ministre des Classes moyennes et du Tourisme

    Libera circolazione delle persone

    29 ottobre 1998

    Pregiudiziale

    «Libertà di stabilimento · Direttiva 64/427/CEE · Attività autonome di trasformazione · Condizioni per l'accesso alla professione»

    (Quinta Sezione)

    Con due sentenze 7 maggio 1997 il Tribunal administratif ha sottoposto a questa Corte tre questioni pregiudiziali vertenti sull'interpretazione dell'art. 52 del Trattato CE e dell'art. 3 della direttiva del Consiglio 7 luglio 1964, 64/427/CEE (in prosieguo: la «direttiva»).

    Tali questioni sono state sollevate nell'ambito di due ricorsi proposti, uno, dal signor Castro Freitas, l'altro, dal signor Escallier nei confronti di due decisioni del ministro delle Piccole e medie imprese e del Turismo che negano ai ricorrenti l'autorizzazione allo stabilimento da essi richiesta per esercitare più mestieri nel Lussemburgo.

    Con tali questioni, che occorre esaminare congiuntamente, il giudice a quo chiede in sostanza se l'art. 3 della direttiva debba essere interpretato nel senso che, qualora in uno Stato membro, l'accesso alle attività autonome di trasformazione rientranti nell'industria e nell'artigianato nonché il loro esercizio siano subordinati al possesso di determinate cognizioni ed attitudini, tale Stato membro può esigere che un cittadino comunitario che chiede più autorizzazioni per esercitare, nel suo territorio, le attività professionali il cui esercizio è attestato dalle competenti autorità dello Stato membro di provenienza abbia compiuto separatamente i periodi di effettivo esercizio previsti da detto articolo per ciascuno dei mestieri il cui ambito di attività è definito dalla normativa dello Stato membro ospitante.

    In mancanza di un'armonizzazione delle condizioni d'accesso all'attività di cui trattasi, gli Stati membri restano, in linea di principio, competenti a definire le cognizioni e le attitudini generali, commerciali o professionali necessarie per l'esercizio delle attività di cui trattasi ed a chiedere la produzione di un diploma, certificato o altro titolo attestante che gli interessati sono in possesso di tali cognizioni e attitudini.

    Tuttavia, gli Stati membri debbano esercitare i loro poteri in tale settore nel rispetto sia delle libertà fondamentali garantite dagli artt. 52 e 59 del Trattato CE sia dell'effetto utile delle disposizioni di una direttiva che contiene misure transitorie.

    L'art. 3, primo comma, della direttiva dispone che, qualora in uno Stato membro l'accesso a una delle attività contemplate della direttiva o l'esercizio delle stesse sia subordinato al possesso di determinate qualificazioni, «tale Stato membro riconosce come prova sufficiente di tali conoscenze e attitudini l'esercizio effettivo in un altro Stato membro delle attività considerate».

    Ai sensi dell'art. 4, n. 3, della direttiva, lo Stato membro ospitante concede l'autorizzazione a esercitare un'attività professionale su richiesta dell'interessato se l'attività il cui esercizio è attestato dalla competente autorità dello Stato membro di provenienza corrisponde nei punti essenziali alla monografia professionale previamente comunicata dallo Stato ospitante e se sono soddisfatte le altre condizioni eventualmente previste dalla normativa vigente in quest'ultimo Stato.

    In proposito, la Corte ha già affermato che la competente autorità dello Stato membro di provenienza deve attestare se l'esercizio, da parte dell'interessato, dell'attività considerata sia stato reale ed effettivo e si sia svolto per un determinato numero di anni consecutivi, ossia senza interruzioni, salvo quelle derivanti dagli ordinari eventi della vita (sentenza 27 settembre 1989, causa 130/88, Van de Bijl, Racc. pag. 3039, punto 18).

    Lo Stato membro ospitante è vincolato dalle dichiarazioni contenute nell'attestato rilasciato dallo Stato membro di provenienza nonché, ove occorra, da qualsiasi ulteriore informazione richiesta.

    Lo Stato membro ospitante non può quindi definire né le condizioni per l'accesso a ciascuna delle professioni di artigiano né l'ambito di attività di queste professioni in modo tale che il rilascio di un attestato da parte delle competenti autorità dello Stato membro di provenienza sia reso inutile per consentire all'interessato di proseguire nello Stato membro ospitante la professione alla quale si riferisce detto attestato.

    La Corte dichiara :

    «L'art. 3 della direttiva del Consiglio 7 luglio 1964, 64/427/CEE, relativa alle modalità delle misure transitorie nel settore delle attività non salariate di trasformazione delle classi 23 · 40 C.I.T.I. (Industria e artigianato), dev'essere interpretato nel senso che, qualora in uno Stato membro l'accesso alle attività autonome di trasformazione rientranti nell'industria e nell'artigianato ed il loro esercizio siano subordinati al possesso di determinate cognizioni e attitudini, tale Stato membro non può esigere che un cittadino comunitario che chiede più autorizzazioni per esercitare, nel suo territorio, le attività professionali il cui esercizio è attestato dalle competenti autorità dello Stato membro di provenienza abbia compiuto separatamente i periodi di esercizio effettivo previsti da detto articolo per ciascuno dei mestieri il cui ambito di attività è definito dalla normativa dello Stato membro ospitante».

    L'avvocato generale D. Ruiz-Jarabo Colomer ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Quinta Sezione del 5 marzo 1998.

    Egli proponeva alla Corte di riformulare le questioni pregiudiziali e di risolverle come segue:

    n. 64/42

    alle modalità di misure transitorie nell'ambito delle attività indipendenti di trasformazione corrispondenti alle classi 23-40 della CITI (industria e artigianato), ostano a che un cittadino comunitario, che dimostra alle autorità dello Stato membro ospitante, producendo un certificato rilasciato dall'autorità competente dello Stato membro di provenienza, che ha esercitato simultaneamente diverse attività durante il periodo ragionevole fissato per quel che lo riguarda e che detto esercizio non è cessato da più di dieci anni, non possa ottenere l'autorizzazione all'esercizio di alcune di dette attività in quanto nello Stato membro ospitante sono considerate attività principali e indipendenti e le autorità di questo Stato membro ritengono che la condizione di esercizio durante un periodo ragionevole deve realizzarsi separatamente in relazione a ciascuna di esse».

    Dinanzi al Tribunale

    Causa T-13/96

    TEAM Srl / Commissione delle Comunità europee

    Relazioni esterne

    29 ottobre 1998

    «Programma PHARE · Decisione di annullare una gara e indizione di una nuova gara · Domanda di risarcimento dei danni · Ricevibilità · Pregiudizio consistente nel danno emergente, nel lucro cessante e nel danno all'immagine subiti da un offerente»

    (Quarta Sezione)

    Contesto di diritto e di fatto della controversia

    La ricorrente, TEAM Srl, è una società di progettazione di diritto italiano, che opera nel settore della costruzione, gestione e manutenzione di opere civili, industriali e infrastrutturali.

    Il programma PHARE, che si basa sul regolamento (CEE) del Consiglio 18 dicembre 1989, n. 3906, modificato dai regolamenti (CEE) del Consiglio 17 settembre 1990, n. 2698, 23 dicembre 1991, n. 3800, 7 agosto 1992, n. 2334, 30 giugno 1993, n. 1764, e 12 giugno 1995, n. 1366, costituisce l'ambito nel quale la Comunità europea canalizza l'aiuto economico ai paesi dell'Europa centrale e orientale per svolgere le azioni destinate a sostenere il processo di riforma economica e sociale in corso in tali paesi.

    L'art. 23 delle «General Regulations for Tenders and the Award of Service Contracts financed from PHARE/TACIS Funds» (Norme generali relative alle procedure di gara e all'assegnazione degli appalti di servizi finanziati tramite fondi PHARE/TACIS; in prosieguo: le «norme generali») prevede la possibilità che l'autorità aggiudicatrice, in determinati casi, annulli una gara.

    Il 13 giugno 1995 la Commissione bandiva una gara ristretta per la realizzazione di uno studio di fattibilità relativo all'ammodernamento di un nodo ferroviario a Varsavia sulla linea E-20 (in prosieguo: la «gara del 13 giugno 1995»). Il relativo bando di gara veniva inviato, in particolare, alla ricorrente e alla Centralne Biuro Projektowo-Badawcze Budownictwa Kolejowego (Kolprojekt) (in prosieguo: la «Kolprojekt»), una società di diritto polacco a capitale pubblico, che presta servizi di progettazione nel settore ferroviario. Le due società, dopo aver costituito un consorzio per la partecipazione congiunta alla gara (in prosieguo: il «consorzio»), con la Kolprojekt come capofila, presentavano la loro offerta.

    Con fax del 16 novembre 1995 la Commissione informava le imprese offerenti che la detta gara era stata annullata in ragione dell'introduzione di nuovi obiettivi e della modifica del capitolato d'appalto (in prosieguo: la «decisione controversa»).

    Il 4 dicembre 1995 la Commissione, «a nome del governo polacco», bandiva una nuova gara ristretta per la realizzazione di uno studio di fattibilità inerente all'ammodernamento di un nodo ferroviario a Varsavia

    sulla linea E-20 TEN (in prosieguo: il «bando di gara controverso»). In questa gara la ricorrente, ma non la Kolprojekt, figurava nell'elenco ristretto.

    Con fax del 21 dicembre 1995 la Commissione comunicava che, in seguito a domande ed osservazioni di diversi offerenti, la presentazione delle offerte era sospesa e la scadenza rinviata.

    Procedimento e conclusioni delle parti

    Con atto introduttivo depositato nella cancelleria del Tribunale il 26 gennaio 1996 la ricorrente e la Kolprojekt hanno proposto il ricorso in oggetto, concludendo che il Tribunale voglia:

  • · annullare la decisione della Commissione contenuta nella lettera del 16 novembre 1995 nonché il bando di gara controverso;

    · concedere loro il risarcimento dei danni subiti;

    · condannare la Commissione alle spese.

    Con fax del 28 maggio 1996 il Ministero dei Trasporti e dell'Economia marittima della Repubblica di Polonia chiedeva alla Commissione di ritirare dal programma PHARE PL 9406 lo studio inerente al nodo ferroviario a Varsavia e di sostituirlo con altri progetti ferroviari urgenti.

    La Commissione, con lettera 3 giugno 1996, informava il Ministero polacco di aver accolto la sua richiesta.

    Con lettera in pari data essa informava la ricorrente e la Kolprojekt della richiesta del Ministero polacco nonché della propria conseguente decisione di annullare l'intera procedura di gara.

    Con memoria pervenuta nella cancelleria del Tribunale il 10 giugno 1996, la Commissione ha sollevato un incidente procedurale, con riferimento al quale ha concluso chiedendo che il Tribunale voglia pronunciare un non luogo a statuire sulla domanda di annullamento, dichiarare irricevibile la domanda di risarcimento dei danni o, in subordine, respingerla e condannare la ricorrente e la Kolprojekt alle spese relative alla domanda di risarcimento dei danni.

    Con ordinanza 13 giugno 1997, causa T-13/96, TEAM e Kolprojekt/Commissione (Racc. pag. II-983), il Tribunale (Quarta Sezione) ha dichiarato che non vi era più luogo a statuire sulla domanda di annullamento, ha rinviato al merito l'esame dell'istanza diretta a far accertare l'irricevibilità della domanda di risarcimento dei danni e ha riservato la decisione sulle spese.

    Con ordinanza 8 maggio 1998, causa T-13/96, TEAM e Kolprojekt/Commissione (non pubblicata nella Raccolta), il presidente della Quarta Sezione del Tribunale, informato in sede di replica dai difensori delle ricorrenti che la ricorrente Kolprojekt aveva rinunciato al ricorso, ha cancellato il nome di quest'ultima dal ruolo del Tribunale.

    Sulla ricevibilità

    La Commissione sostiene che la domanda di risarcimento è irricevibile perché non conforme all'art. 44 del regolamento di procedura del Tribunale; essa viola, pertanto, i suoi diritti di difesa.

    Secondo l'art. 19 dello Statuto CE della Corte di giustizia, applicabile al procedimento dinanzi al Tribunale, e secondo l'art. 44, n. 1, lett. c), del regolamento di procedura del Tribunale l'atto introduttivo deve, tra l'altro, indicare l'oggetto della controversia e contenere un'esposizione sommaria dei motivi dedotti. Per essere conforme a tali requisiti, un ricorso diretto al risarcimento dei danni che si affermano causati da un'istituzione comunitaria deve contenere gli elementi che consentono di identificare il comportamento che il ricorrente addebita all'istituzione, le ragioni per le quali egli ritiene che esista un

    nesso di causalità tra il comportamento ed il danno che asserisce di aver subito, nonché la natura e l'entità di tale danno.

    Sebbene la ricorrente non abbia precisato in termini numerici l'importo dei danni che ritiene avere subito, essa ha chiaramente indicato gli elementi che consentono di valutarne la natura e l'entità e quindi la Commissione ha potuto provvedere alla propria difesa. In un simile caso la mancanza di dati numerici nell'atto introduttivo non incide sui diritti della difesa del convenuto, a condizione che il ricorrente produca tali dati nella replica, consentendo così al convenuto di contestarli sia nella controreplica sia all'udienza, come è avvenuto nella fattispecie.

    Ne consegue che la domanda di risarcimento dei danni è ricevibile.

    Nel merito

    Argomenti delle parti

    La ricorrente deduce che la Commissione, dopo aver avviato una procedura di gara e dopo averne garantito il regolare svolgimento sino quasi alla sua conclusione, ha improvvisamente mutato avviso e ha adottato provvedimenti privi di qualsiasi oggettiva e coerente giustificazione. Tale comportamento della Commissione costituirebbe uno sviamento di potere e una violazione del principio di buona amministrazione.

    Per quanto la Commissione abbia il potere di annullare una procedura ove oggettivamente risulti che questa non consente di individuare l'offerta più vantaggiosa ai fini dell'aggiudicazione dell'appalto, sarebbe contrario all'interesse generale, oltre che ai diritti e agli interessi delle singole imprese offerenti, che la Commissione senza alcuna oggettiva giustificazione annulli una procedura che è perfettamente in grado di portare all'individuazione del concorrente più idoneo all'aggiudicazione dell'appalto.

    Nella specie non vi era alcuna oggettiva ragione per porre fine alla procedura di gara bandita il 13 giugno 1995 e per avviarne una nuova.

    La ricorrente afferma che il pregiudizio da essa subito si articola in tre componenti cioè il danno emergente, il lucro cessante e il danno all'immagine.

    Quanto al nesso di causalità, la ricorrente sostiene che le possibilità in vista delle quali essa ha sostenuto gli oneri legati alla partecipazione della gara sono state del tutto vanificate a seguito dei comportamenti irregolari della Commissione, con la conseguenza che i detti oneri si sono trasformati in una perdita patrimoniale completamente ingiustificata.

    Tenuto conto della sua argomentazione in merito agli asseriti pregiudizi e al nesso di causalità, la Commissione considera inutile entrare nel merito delle affermazioni di illegittimità dei suoi atti, tanto più che l'annullamento dell'intera procedura per assenza di finanziamento rende obsoleta ogni ulteriore analisi al riguardo. Essa respinge tali affermazioni e nega di aver commesso un qualsiasi illecito, constatando del resto che non è stato prodotto alcun elemento di prova a sostegno della domanda di risarcimento.

    Giudizio del Tribunale

    Secondo una costante giurisprudenza, la sussistenza della responsabilità extracontrattuale della Comunità presuppone che ricorra un insieme di condizioni per quanto riguarda l'illegittimità del comportamento di cui si fa carico alle istituzioni comunitarie, l'effettività del danno e l'esistenza di un nesso di causalità fra il comportamento e il danno lamentato.

    Per quanto riguarda il danno emergente, vale a dire gli oneri e le spese sopportati dalla ricorrente per partecipare alla gara, occorre in primo luogo ricordare che, in forza dell'art. 23, n. 1, delle norme generali,

    prima dell'assegnazione dell'appalto l'autorità aggiudicatrice può, senza incorrere in alcuna responsabilità nei confronti degli offerenti e in qualsiasi fase della procedura intesa alla conclusione del contratto, decidere di chiudere o annullare la procedura di gara conformemente al n. 2, oppure disporre che la procedura sia riaperta, se necessario, su altre basi. Dall'uso dell'espressione «in particolare» di cui all'art. 23, n. 2, delle norme generali si evince che l'elenco dei casi ivi contenuto non è esaustivo.

    Tuttavia, la detta disposizione non può trovare applicazione senza rischiare di infrangere i principi della certezza del diritto e della tutela del legittimo affidamento, nel caso in cui nello svolgimento della procedura di gara una violazione del diritto comunitario abbia pregiudicato le possibilità di un offerente di ottenere un appalto.

    Ora, nel caso di specie, anche se la ricorrente avesse dimostrato che la Commissione aveva commesso una violazione del diritto comunitario nello svolgimento della procedura di gara, quod non, tale violazione eventuale non avrebbe compromesso le possibilità del consorzio di ottenere l'appalto. E' infatti il ritiro dello studio oggetto delle due gare di cui si tratta dal programma PHARE PL 9406, accettato dalla Commissione ai sensi dell'art. 3, n. 2, del regolamento n. 3906/89, che ha posto fine all'intera procedura di gara. La ricorrente non ha dimostrato la contrarietà al diritto comunitario dell'atto di ritiro.

    La ricorrente non ha nemmeno dimostrato che tale ritiro sia stato causato dall'asserito comportamento della Commissione.

    Ne consegue che la ricorrente non ha dimostrato l'esistenza di un nesso di causalità tra un comportamento illegittimo della Commissione e il danno risultante dalla perdita subita.

    Per quanto attiene al lucro cessante, è sufficiente osservare che esso presuppone che la ricorrente avesse diritto all'aggiudicazione dell'appalto.

    A questo proposito si deve sottolineare che, anche se il comitato di valutazione avesse proposto l'offerta del consorzio, la ricorrente non avrebbe avuto la certezza di ottenere l'appalto. Ne consegue che non si trattava di un danno effettivo e attuale, bensì futuro e ipotetico.

    Quanto al danno arrecato all'immagine, anche volendo ammettere che quest'ultima sia rimasta scalfita, il che non è stato provato, la ricorrente non è stata in grado di comprovare un nesso di causalità tra un comportamento illegittimo della Commissione e il danno da questo assertivamente cagionato.

    Di conseguenza, la domanda di risarcimento dei danni dev'essere respinta.

    Il Tribunale dichiara e statuisce :

    «1) Il ricorso è respinto.

  • 2) La ricorrente sopporterà tutte le spese relative alla domanda di risarcimento dei danni.
  • 3) Ciascuna parte sopporterà le proprie spese sostenute relativamente alla domanda d'annullamento».

    2.

    CONCLUSIONI

    Causa C-342/97

    Lloyd Schuhfabrik Meyer & Co. GmbH / Klijsen Handel B.V.

    Pregiudiziale · Landgericht di Monaco I · Interpretazione dell'art. 4, n. 1, lett. b), della prima direttiva del Consiglio 21 dicembre 1988, sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi di impresa (GU L 40, pag. 1) · Rischio di confusione di parole composte, nello stesso ordine, di elementi fonetici identici o simili · Nozione di «notorietà» di un marchio

    L'avvocato generale F.G. Jacobs ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Corte del 29 ottobre 1998.

    Testo non disponibile in italiano

    Cause riunite C-395/96 P e C-396/96 P

    Compagnie Maritime Belge SA et Dafra-Lines A/S / Commissione delle Comunità europee

    Ricorso contro la sentenza pronunciata l'8 ottobre 1996 dal Tribunale di primo grado nelle cause riunite T-24/93, T-25/93, T-26/93 e T-28/93, tra la Compagnie Maritime Belge Transports e a. e la Commissione · Rifiuto di annullare la decisione della Commissione 93/82/CEE, relativa ad un procedimento in forza degli artt. 85 (IV/32.448 e IV/32.450: Cewal, Cowac e Ukwal) e 86 (IV/32.448 e IV/32.450: Cewal) del Trattato CE

    L'avvocato generale N. Fennelly ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Quinta Sezione del 29 ottobre 1998.

    Testo non disponibile in italiano

    Causa C-366/97

    Massimo Romanelli e Paolo Romanelli

    Pregiudiziale · Tribunale civile e penale di Firenze · Interpretazione dell'art. 2 della seconda direttiva del Consiglio 15 dicembre 1989, 89/646/CEE, relativa al coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l'accesso all'attività degli enti creditizi e il suo esercizio e recante modifica della direttiva 77/780/CEE · Nozione di «fondi rimborsabili»

    L'avvocato generale N. Fennelly ha presentato le sue conclusioni all'udienza della Sesta Sezione del 29 ottobre 1998.

    Egli propone di risolvere la questione rinviata dal Tribunale civile e penale di Firenze nel modo seguente:

    «L'art. 3 della seconda direttiva del Consiglio 15 dicembre 1989, 89/646/CEE, relativa al coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l'accesso all'attività degli enti creditizi e il suo esercizio e recante modifica della direttiva 77/780/CEE, deve interpretarsi nel senso che essa vieta a tutte le persone o imprese diverse dagli enti creditizi di svolgere un'attività di raccolta di depositi o altri fondi rimborsabili dal pubblico anche qualora l'obbligo di rimborso derivi non dall'intrinseca rimborsabilità degli strumenti utilizzati ma da una pattuizione contrattuale».

    3.

    NUOVE CAUSE

    Dinanzi alla Corte

    Causa C-344/98

    Masterfoods Ltd e HB Ice Cream Ltd

    HB Ice Cream Ltd e Masterfoods Ltd, operante sotto la ditta «Mars Ireland»

    Pregiudiziale · Supreme Court · Applicazione di una decisione della Commissione relativa ad un procedimento ai sensi degli artt. 85 e 86 del Trattato CE · Obblighi dei giudici nazionali quando una decisione di questo tipo è impugnata dinanzi al Tribunale di primo grado · Decisione che vieta la prassi di mettere a disposizione dei dettaglianti surgelatori da usare esclusivamente per la vendita di gelati prodotti dai fornitori dei surgelatori stessi.

    Causa C-345/98

    Commissione / Irlanda

    Inadempimento di uno Stato · Mancata trasposizione, nel termine prescritto, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 23 marzo 1994, 94/9/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative agli apparecchi e sistemi di protezione destinati a essere utilizzati in atmosfera potenzialmente esplosiva

    Causa C-346/98

    Commissione / Irlanda

    Inadempimento di uno Stato · Mancata trasposizione, nel termine prescritto, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 20 dicembre 1994, 94/60/CE, recante quattordicesima modifica della direttiva 76/769/CEE, concernente il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri relative alla limitazione dell'immissione sul mercato e dell'uso di talune sostanze e preparati pericolosi

    Causa C-347/98

    Commissione / Belgio

    Inadempimento di uno Stato · Violazione dell'art. 13, n. 2, lett. f), del regolamento del Consiglio 14 giugno 1971, n. 1408, relativo all'applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati e ai loro familiari che si spostano all'interno della Comunità, come modificato e aggiornato dal regolamento (CEE) del Consiglio 2 giugno 1983, n. 2001 · Normativa nazionale che prevede la riscossione di un contributo individuale sulle pensioni belghe di malattia professionale i cui titolari non risiedono in Belgio e non sono più assoggettati al sistema previdenziale belga

    Causa C-348/98

    Vitor Manuel Mendes Ferreira e Maria Clara Delgado Correia Ferreira / Companhia de Seguros Mundial Confiança SA

    Pregiudiziale · Tribunal da Comarca de Setúbal · Interpretazione della seconda direttiva del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all'assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli, e della terza direttiva del Consiglio 14 maggio 1990, 90/232/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all'assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli · Responsabilità oggettiva nei confronti di un familiare trasportato gratuitamente · Inclusione · Effetti della direttiva 84/5/CEE in presenza di un'attuazione difettosa · Interpretazione conforme di una normativa nazionale, tenendo conto dell'intenzione non realizzata, del legislatore nazionale · Interpretazione conforme alla direttiva 90/232/CEE di una normativa non ancora adottata, alla luce di una situazione sorta prima della scadenza del termine di attuazione

    Causa C-349/98

    Commissione / Italia

    Inadempimento di uno Stato · Mancata trasposizione, nel termine prescritto, delle direttive del Consiglio 19 giugno 1995, 95/18/CE, relativa alle licenze delle imprese ferroviarie, e del Consiglio 19 giugno 1995, 95/19/CEE, riguardante la ripartizione delle capacità di infrastruttura ferroviaria e la riscossione dei diritti per l'utilizzo dell'infrastruttura

    Causa C-350/98

    Henkel Hellas AVEE e Elliniko Dimosio (Stato ellenico)

    Pregiudiziale · Trimeles Dioikitiko Protodikeio Peiraios · Interpretazione dell'art. 4 della direttiva del Consiglio 17 luglio 1969, 69/335/CEE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali, come modificata dalla direttiva 85/303/CEE · Normativa nazionale che stabilisce un'imposta superiore a quella prevista dalla direttiva · Particolare situazione finanziaria in Grecia

    Causa C-351/98

    Spagna / Commissione

    Annullamento della decisione [C(1998)2048 def.] del 1° luglio 1998, relativa al regime spagnolo di aiuti all'acquisto di autoveicoli industriali «Plan Renove Industrial» (aprile 1994 - dicembre 1996)

    Causa C-352/98 P

    Laboratoires pharmaceutiques Bergaderm SA e Jean-Jacques Goupil / Commissione

    Impugnazione della sentenza 16 luglio 1998, nella causa T-199/96, Laboratoires pharmaceutiques Bergaderm SA e signor Jean-Jacques Goupil/Commissione, con cui il Tribunale (Terza Sezione) ha respinto il ricorso volto ad ottenere riparazione del danno che i ricorrenti asseriscono di aver subito in occasione di un esame effettuato dalla Commissione in applicazione della diciottesima direttiva della Commissione 10 luglio 1995, 95/34/CEE, recante adattamento al progresso tecnico degli allegati II, III, VI e VII della direttiva 76/768/CEE del Consiglio relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative ai prodotti cosmetici per l'impiego di psoraleni nelle creme solari e nei prodotti abbrozzanti

    Causa C-353/98

    Commissione / Francia

    Inadempimento di uno Stato · Mancata trasposizione, nel termine prescritto, delle direttive del Consiglio 19 giugno 1995, 95/18/CE, relativa alle licenze delle imprese ferroviarie, e del Consiglio 19 giugno 1995, 95/19/CEE, riguardante la ripartizione delle capacità di infrastruttura ferroviaria e la riscossione dei diritti per l'utilizzo dell'infrastruttura

    Causa C-354/98

    Commissione / Francia

    Inadempimento di uno Stato · Mancata trasposizione, nel termine prescritto, della direttiva del Consiglio 20 dicembre 1996, 96/97/CE, che modifica la direttiva 86/378/CEE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne nei regimi professionali di sicurezza sociale

    Causa C-355/98

    Commissione / Belgio

    Inadempimento di uno Stato · Artt. 52, 59 e 48 del Trattato CE · Regime delle società di sorveglianza · Obbligo per le imprese di aver sede in Belgio · Obbligo di avere personale domiciliato o residente in Belgio · Obbligo per le imprese con sede in un altro Stato membro di ottenere una previa autorizzazione per la quale non si tiene conto della documentazione e delle garanzie già prodotte nello Stato membro di stabilimento

    Causa C-356/98

    Arben Kaba e Secretary of State for the Home Department

    Pregiudiziale · Immigration Adjudicator · Interpretazione dell'art. 7, n. 2, del regolamento (CEE) del Consiglio 15 ottobre 1968, n. 1612, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all'interno della Comunità · Nozione di vantaggio sociale · Domanda volta ad ottenere un permesso di soggiorno permanente · Inclusione · Diritto di soggiorno del coniuge extracomunitario di un cittadino comunitario · Presupposti per la concessione · Periodo di residenza richiesto · Durata

    Causa C-357/98

    The Queen, ex parte: Nana Yaa Konadu Yiadom e Secretary of State for the Home Department

    Pregiudiziale · Court of Appeal · Interpretazione degli artt. 8 e 9 della direttiva del Consiglio 25 febbraio 1964, 64/221/CEE, per il coordinamento delle misure speciali applicabili agli stranieri in materia di spostamento e di soggiorno, giustificate da ragioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica · Applicazione alle decisioni concernenti l'accesso al territorio di uno Stato membro · Rifiuto di concedere l'accesso al territorio del Regno Unito opposto ad una persona che ha acquisito la cittadinanza dei Paesi Bassi · Rifiuto per ragioni di ordine pubblico · Diritto d'appello che può essere esercitato solo quando l'interessato non si trova più nel territorio dello Stato membro di cui trattasi

    Causa C-358/98

    Commissione / Italia

    Inadempimento di uno Stato · Art. 59 del Trattato CE · Attività di pulizia, disinfezione, disinfestazione, derattizzazione e risanamento · Normativa nazionale che esige l'iscrizione nel registro delle imprese · Normativa che prevede, in caso di mancato rispetto di tale condizione, sanzioni penali e la nullità di contratti conclusi da imprese non iscritte nel registro

    Causa C-359/98 P

    Ca'Pasta Srl / Commissione

    Impugnazione dell'ordinanza del Tribunale (Terza Sezione) 16 luglio 1998, nella causa T-274/97, Ca'Pasta Srl/Commissione · Ordinanza che dichiara irricevibile un ricorso d'annullamento proposto contro il regolamento (CEE) del Consiglio 18 dicembre 1986, n. 4028, relativo a talune azioni comunitarie per il miglioramento e l'adattamento delle strutture nel settore della pesca e dell'acquicoltura

    Causa C-360/98

    Bernard Bauduin e Laurent Blondeau / SA Renault

    Pregiudiziale · Conseil de prud'hommes di Bobigny · Interpretazione dell'art. 119 del Trattato CE e del «diritto comunitario» · Contratto collettivo che prevede un assegno di maternità a favore delle sole lavoratrici che vanno in congedo di maternità (con mantenimento della retribuzione)

    Dinanzi al Tribunale

    Causa T-160/98

    Leon Van Parijs NV e Pacific Fruit Company NV / Commissione

    Oggetto non disponibile

    Causa T-162/98

    South Wales Small Mines Association / Commissione

    Annullamento della decisione della Commissione 30 luglio 1998 (pratica IV/E-3/SWSMA) con cui la Commissione ha respinto la denuncia presentata dalla ricorrente contro il Central Electricity Generating Board (CEGB) ed i suoi aventi causa National Power e Power General, relativa ad un'asserita intesa sui prezzi di vendita del carbone destinato alla produzione di elettricità

    Causa T-163/98

    Procter & Gamble Company / OHMI

    Marchio comunitario · Annullamento della decisione R35/1998-1 della prima sezione di ricorso dell'Ufficio di armonizzazione nel mercato interno (OAMI), datata 31 luglio 1998, con cui viene respinto il ricorso presentato contro la decisione dell'esaminatore di non registrare il marchio verbale BABY-DRY per pannolini

    Causa T-164/98

    Giuseppe Carraro / Commissione

    Pubblico impiego

    Causa T-165/98

    Grandi Molini SpA / Commissione

    Annullamento della decisione 24 settembre 1998 con cui la Commissione ha fissato il prezzo minimo per la vendita dell'orzo nell'ambito del regolamento (CE) della Commissione 28 luglio 1998, n. 1666, relativo all'apertura di una gara permanente per l'esportazione di orzo detenuto dall'organismo d'intervento austriaco, e riparazione del danno subito dalla ricorrente a causa di tale decisione

    Causa T-166/98

    Cantina Sociale di Dolianova e a. / Commissione

    Annullamento della decisione della Commissione 31 luglio 1998, VI B-I-3 M 4/97PVP, con cui la Commissione ha respinto la domanda delle ricorrenti volta ad ottenere il pagamento di aiuti alla distillazione per la campagna 1982/1983 e riparazione del danno subito dalle ricorrenti a causa della decisione impugnata

    Causa T-167/98

    Luc Verheyden / Commissione

    Pubblico impiego

    Causa T-168/98

    Anastasios Bisopoulos / Commissione

    Pubblico impiego

    Causa T-169/98

    Schiocchet SARL / Commissione

    Oggetto non disponibile

    Causa T-170/98

    Schiocchet SARL / Commissione

    Oggetto non disponibile

    Causa T-171/98

    Maria Adelina Biasutto / Consiglio

    Pubblico impiego

  • 1:  Questo bollettino viene redatto dalla Divisione Stampa e Informazione della Corte di Giustizia (L-2925 Lussemburgo) al fine di fornire ai lettori un rapido ragguaglio sull'attività dell'istituzione. Tuttavia, il testo integrale delle sentenze e delle conclusioni pubblicato successivamente nella «Raccolta della Giurisprudenza della Corte e del Tribunale di Primo Grado» è il solo facente fede. Le informazioni contenute in questo bollettino possono essere riprodotte in quanto tali con menzione della fonte.

    Lingua originale: il francese

    Redazione terminata: il 30.10.1998

    N. di repertorio : DX-AC-98-0026-IT-C


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