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CES/6/2013

24 gennaio 2013

L'UE ha bisogno di una nuova strategia per combattere la pirateria marittima

Nel tentativo di superare l'attuale frammentazione dell'azione dell'UE contro la pirateria, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) propone una strategia globale per combattere questo flagello. La strategia è stata adottata ieri sotto forma di parere d'iniziativa nella sessione plenaria del CESE.

"La pirateria non è un problema soltanto per il settore della navigazione, ma ha anche risvolti umanitari e commerciali, oltreché una dimensione globale e ripercussioni sui consumatori e sui contribuenti in tutto il mondo", spiega Anna Bredima (Grecia, vicepresidente del gruppo Datori di lavoro del CESE), che ha elaborato il parere.

Il costo della pirateria è davvero esorbitante: dai 7 ai 12 miliardi di dollari statunitensi all'anno su scala mondiale. Ogni anno, 18 000 navi attraversano tratti di mare battuti dai pirati. Tre milioni di barili di greggio e metà dei container mondiali transitano giornalmente in zone dell'Oceano indiano in cui incombe la minaccia della pirateria.

Secondo il CESE, l'UE, che controlla il 40 % della navigazione mondiale, non può permettersi che il fenomeno della pirateria continui ad aumentare. "Se non si farà nulla per frenare la recente ondata di atti di pirateria, rischiamo gravi perturbazioni dell'intera catena di distribuzione dei beni e dell'energia", avverte Anna Bredima.

È per questo che il CESE esorta le istituzioni e gli Stati membri dell'UE a raccogliere la volontà politica necessaria per lanciare una strategia antipirateria ben articolata. "L'UE deve mettere a punto l'approccio necessario combinando in maniera adeguata gli strumenti di cui dispone: aiuti commerciali e umanitari, presenza militare, interventi di ricostruzione e di consolidamento degli Stati", raccomanda la relatrice.

Il CESE può contribuire a questo processo mobilitando la società civile e l'opinione pubblica europee affinché spingano i responsabili decisionali ad agire.

Il Comitato si dichiara favorevole alla decisione delle Nazioni Unite di prorogare fino al 2014 il mandato della forza navale dell'UE in Somalia (EU-NAVFOR-ATALANTA), ma ritiene che occorra estenderne anche l'area di intervento in modo da includere l'Africa occidentale. "L'attuale presenza navale nell'Oceano indiano può essere paragonata al pattugliamento di un'area grande quanto l'Europa con 20 auto della polizia", afferma Anna Bredima.

Secondo il CESE, occorre che le misure militari vadano di pari passo con un'azione risoluta intesa a smantellare le reti finanziarie dei pirati. "Il primo passo dovrebbe essere una migliore tracciatura dei flussi finanziari e la creazione, da parte dell'UE, di una 'lista nera' degli istituti coinvolti nel riciclaggio dei proventi della pirateria" ha dichiarato la relatrice, aggiungendo che "le somme provenienti da riscatti eventualmente depositate nelle banche dell'UE devono essere tracciate e confiscate".

Il pagamento del riscatto resta peraltro un mezzo per garantire l'incolumità e ottenere il rilascio dei marittimi, ragion per cui il CESE è contrario a vietarlo completamente. La morte dei marittimi non può essere accettata come un "danno collaterale" nella lotta alla pirateria.

Nel 2012 in tutto il mondo i pirati hanno ucciso sei marittimi e ne hanno presi in ostaggio 448. Il Comitato incoraggia il rafforzamento della formazione antipirateria dei marittimi, che dovrebbe comprendere una formazione pre-imbarco, prove ed esercitazioni a bordo, le operazioni di rimpatrio e l'assistenza ai marinai rapiti dopo il rilascio. Nel contempo, ritiene che l'UE debba adottare nuovi orientamenti globali per il benessere dei marittimi che sono stati vittime della pirateria o rischiano di esserlo.

Nel parere si osserva anche che gli Stati membri potrebbero sì impiegare guardie armate private qualificate a bordo delle navi a rischio, ma solo a condizione che tale impiego sia soggetto a norme rigorose di livello europeo e internazionale. Il CESE mette infatti in guardia contro il rischio che la presenza di guardie armate a bordo delle navi diventi la regola.

Il CESE sostiene inoltre con fermezza la necessità di modificare la normativa degli Stati membri per reintrodurre il reato di pirateria e instaurare un quadro giuridico coerente che consenta di perseguirlo penalmente.

"Non ci illudiamo certo che la pirateria possa essere debellata con misure a breve termine", ha concluso la relatrice, insistendo sulla necessità di un'azione a lungo termine che combini l'aiuto a sviluppare le capacità di governo degli "Stati falliti" con incentivi economici diretti che offrano prospettive concrete di vita diverse dalla "carriera" di pirata.

La strategia del CESE contro la pirateria verrà discussa da decisori e parti interessate nel corso di un evento pubblico il 24 gennaio. Per saperne di più, cliccare qui.

Per maggiori informazioni rivolgersi a:

Karin Füssl, capo dell'unità Stampa

e-mail: karin.fussl@eesc.europa.eu

tel. +32 25468722


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